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| “[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

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16 gennaio 2012
Lettera su due "no"
Cari
amici e cari compagni,
i
due no del 12 gennaio scorso, quello della Corte Costituzionale
sull’ammissibilità dei referendum sulla legge cosiddetta “porcellum” e quello
del Parlamento sulla insussistenza del “fumus persecutionis” nei confronti di
un parlamentare, meritano una particolare attenzione.
Comincerò
dal primo “no”.
La
legge n. 352 del 25 maggio 1970 attuativa dell’istituto referendario previsto
dalla nostra Costituzione così recita all’art. 33:
“Il presidente della Corte costituzionale,
ricevuta comunicazione dell'ordinanza dell'Ufficio centrale che dichiara la
legittimità di una o più richieste di referendum, fissa il giorno della
deliberazione in camera di consiglio non oltre il 20 gennaio dell'anno
successivo a quello in cui la predetta ordinanza è stata pronunciata, e nomina
il giudice relatore.
Della fissazione del giorno della
deliberazione è data comunicazione di ufficio ai delegati o presentatori e al
Presidente del Consiglio dei Ministri.
Non oltre tre giorni prima della data
fissata per la deliberazione, i delegati e i presentatori e il Governo possono
depositare alla Corte memorie sulla legittimità costituzionale delle richieste
di referendum.
La Corte
costituzionale, a norma dell'articolo 2 della legge costituzionale 11 marzo
1953, n. 1, decide con sentenza da pubblicarsi entro il 10 febbraio, quali tra
le richieste siano ammesse e quali respinte, perché contrarie al disposto del
secondo comma dell'articolo 75 della Costituzione.
Della sentenza è data di ufficio comunicazione
al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle due Camere, al Presidente
del Consiglio dei Ministri, all'Ufficio centrale per il referendum costituito
presso la Corte
di cassazione, nonché ai delegati o ai presentatori, entro cinque giorni dalla
pubblicazione della sentenza stessa. Entro lo stesso termine il dispositivo
della sentenza è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.”
Quindi
in base alla normativa vigente nessuna interferenza dovrebbe sussistere tra la
richiesta di abrogazione della normativa ritenuta inopportuna e la decisione di
ammissibilità dei quesiti referendari. Infatti il dato numerico (nel caso di
specie ben un milione e duecentomila elettori) incide sul giudizio di
legittimità e non sul successivo e conseguente giudizio di ammissibilità. In
questo caso saranno altri i criteri che guidano il giudizio. Saranno i criteri
stabiliti dalle norme costituzionali e/o da altre leggi o prassi. Innanzi tutto
dovranno verificare se le norme in questione riguardano materie sottratte alla
procedura referendaria. Verificato che non era così si è proceduto a verificare
se ostassero all’ammissibilità altre leggi o la prassi. Dato che l’obiettivo
esplicitato nel quesito era l’abrogazione della legge elettorale detta
“porcellum” per far tornare in vita (la cosiddetta “reviviscenza”) il
“mattarellum” i giudici della Consulta hanno dovuto dichiarare
l’inammissibilità perché la “reviviscenza” non è prevista in caso di referendum
abrogativo e il “vuoto” legislativo in tema elettorale non è mai stato ammesso.
Quindi nessun attentato ai diritti costituzionali e perciò bisogna considerare altamente
irresponsabile l’appello eversivo di Di Pietro e dell’IdV volto a sollevare la
piazza contro le istituzioni. Dispiace per la delusione degli oltre un milione
e duecentomila elettori ma la responsabilità è ascrivibile tutta intera ai
promotori del referendum: Di Pietro, Vendola e (purtroppo) Parisi.
Per
quanto riguarda l’altro “no” del 12 dicembre quello del Parlamento che ha
dichiarato la “ipotizzabilità in astratto di un particolare accanimento” nei
confronti di un membro del Parlamento si basa su una prerogativa
costituzionale. Ossia l’autonomia dei parlamentari nei confronti della
magistratura. Si tratta della separazione dei poteri insegnataci da Montesquieu!
L’art.
68 della Costituzione oggi in vigore così recita:
“[I] I membri del Parlamento non possono essere
chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio
delle loro funzioni .
[II] Senza autorizzazione della Camera alla quale
appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a
perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti
privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in
esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto
nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto
obbligatorio in flagranza.
[III] Analoga autorizzazione è richiesta per
sottoporre i membri delParlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di
conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.”
Vorrei ricordare che detto
articolo è stato così sostituito dall'art. 1 l. cost. 29 ottobre 1993, n. 3. Il testo
originario recitava:
“[I]. I membri del Parlamento non possono essere perseguiti
per le opinioni espresse e i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni.
[II]. Senza autorizzazione della camera alla quale appartiene, nessun membro
del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere
arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a
perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell'atto di
commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l'ordine di
cattura. [III]. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o
mantenere in detenzione una membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza
anche irrevocabile.”
Quindi
il Parlamento non ha né più né meno rispettato la Costituzione
repubblicana. Per carità è opinabile che il Parlamento abbia ipotizzato in
astratto un particolare accanimento nei confronti di un membro del Parlamento,
(ossia il fumus persecutionis) ma la decisione è tutt’altro che sovversiva.
Dal
punto di vista politico c’è da dire che i due “no” hanno tolto due spine allo
spinoso percorso del governo Monti. Non per niente le forze politiche ostili al
governo Monti ne hanno subito le conseguenze: Di Pietro svelando il proprio
volto eversivo e la Lega
dilaniandosi per non aver raggiunto l’obiettivo di indurre il Pdl a far cadere
il governo Monti. Ricordiamoci che entrambe le forze dell’opposizione sono le
uniche che puntano irresponsabilmente alle elezioni anticipate.
Concludendo:
il governo Monti è sorretto da una grande maggioranza che costituisce il
superamento della contrapposizione antiberlusconiani/berlusconiani e i due no
rafforzano il nuovo corso politico. (bl)
Monti
nuovo corso politico
| inviato da Venetoliberale il 16/1/2012 alle 15:29 | |
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9 gennaio 2012
Intervista sul non-governo
“[…] Il sistema produttivo ha dovuto sopportare il peso di
una struttura pubblica che è una cosa indicibile di parassitismo, ossia di alti
costi e improduttività. Quando si è visto che l’economia prosperava, che aveva
un po’ di grasso, si è fatto carne da porco. Tutti si sono messi a spendere
nell’apparato pubblico, credevano che quel benessere potesse reggere
all’infinito.[…]”
(cfr. UGO LA
MALFA “INTERVISTA SUL NON-GOVERNO” RCS Quotidiani S.p.A.,
Milano 2011, pag. 68)
“[…] La politica che abbiamo condotto da dieci a quindici
anni a questa parte (cioè dal 1962, ndr) ha compromesso l’inserimento attivo
dei giovani nella società. In effetti, per assicurare la continuità
d’inserimento nella società da una generazione all’altra, è necessario che non
si lasci deteriorare fino al limite della disgregazione il sistema produttivo e
che il parassitismo sovrastrutturale non accompagni questo deterioramento. E’
avvenuto esattamente il contrario […] Per dare un’immagine plastica della
condizione attuale, bisogna dire che la nostra società si divide oggi in due
vaste zone. Nell’una, ci sono coloro che hanno un patrimonio, un reddito, un
lavoro, e che sembrano voler difendere con ogni mezzo e con energico spirito
corporativo quello che hanno. Alla porta di tale zona si affolla l’altra,
costituita da disoccupati, giovani e adulti, da categorie debolissime, da
abitanti di zone depresse. Se le forze politiche e sociali continuano a
occuparsi soltanto della prima zona, secondo i propri interessi politici, di
classe o di ceto, trascurando la seconda, non usciremo dal problema.[…]”
(cfr. UGO LA
MALFA “INTERVISTA SUL NON-GOVERNO” RCS Quotidiani S.p.A.,
Milano 2011 pag. 122)
“una grande amarezza. Ora osservo che non c’è quell’Italia
che avevamo in mente”
(cfr. UGO LA
MALFA “INTERVISTA SUL NON-GOVERNO” RCS Quotidiani S.p.A.,
Milano 2011 pag. 124)
La Malfa
spesa pubblica
| inviato da Venetoliberale il 9/1/2012 alle 15:21 | |
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9 gennaio 2012
BILANCIO DI CINQUANT’ANNI DI LOTTA POLITICA
UGO LA MALFA “INTERVISTA SUL NON-GOVERNO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011
Leggere, a trentacinque anni dalla sua prima edizione,
queste confessioni di Ugo La
Malfa mi confermano la giustezza della proposta della
radicale alternativa liberale al regime democristiano vagheggiata già negli
anni ’70 dello scorso secolo. Infatti è lo stesso La Malfa (tutt’altro che sostenitore
della radicale alternativa liberale) che conferma all’intervistatore (Alberto
Ronchey) di provare dopo oltre cinquant’anni di lotta politica “una grande amarezza. Ora osservo che non
c’è quell’Italia che avevamo in mente”.
E’ la conseguenza di una feroce autocritica: “La politica che abbiamo condotto da dieci a
quindici anni a questa parte (cioè dal 1962, ndr) ha compromesso l’inserimento attivo dei giovani nella società. In
effetti, per assicurare la continuità d’inserimento nella società da una generazione
all’altra, è necessario che non si lasci deteriorare fino al limite della
disgregazione il sistema produttivo e che il parassitismo sovrastrutturale non
accompagni questo deterioramento. E’ avvenuto esattamente il contrario”.
Non contento di questa autocritica aggiungeva, (ricordiamoci
eravamo nel 1977 e La Malfa
sosteneva il governo democristiano Andreotti IV, cioè il governo sostenuto
dalla DC e dalla SVP e dall’astensione del PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI e
Indipendenti di sinistra e osteggiato solo dal MSI, DP e PR): “Per dare un’immagine plastica della
condizione attuale, bisogna dire che la nostra società si divide oggi in due
vaste zone. Nell’una, ci sono coloro che hanno un patrimonio, un reddito, un
lavoro, e che sembrano voler difendere con ogni mezzo e con energico spirito
corporativo quello che hanno. Alla porta di tale zona si affolla l’altra,
costituita da disoccupati, giovani e adulti, da categorie debolissime, da
abitanti di zone depresse. Se le forze politiche e sociali continuano a occuparsi
soltanto della prima zona, secondo i propri interessi politici, di classe o di
ceto, trascurando la seconda, non usciremo dal problema.”
Dicevo che questa intervista a La Malfa conferma la giustezza
della posizione politica conseguente alla proposta della radicale alternativa
liberale al regime democristiano, posizione politica opposta a quelle del PRI.
Infatti allora il regime “democristiano” era in profonda crisi per cui si aveva
l’opportunità di trasformarlo con la contrapposizione tra conservatori dello
status quo e innovatori. La
Malfa e il PRI (purtroppo non solo loro) ritenevano “inevitabile” il compromesso storico
promosso dal PCI di Berlinguer (che riteneva del tutto “illusorio” che con il 51% dei voti si potesse garantire la
sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51%) con
ciò allineandosi a quella posizione sostanzialmente conservatrice il che
sottraeva utili energie all’alternativa di regime.
Solo i radicali di Pannella, a quel tempo, avevano chiara la
strategia per rendere il regime postfascista in po’ liberale. Senz’altro se
repubblicani e liberali, socialisti e socialdemocratici avessero avuto un po’
di coraggio avrebbero capito “quali
strutture sono necessarie perché una società si sviluppi con le sue energie.”
Infatti in una democrazia liberale una opposizione vigorosa ha un ruolo
fondamentale: un regime con una opposizione debole è definibile almeno
aliberale. E un regime aliberale non sollecita energie per sviluppare la
società.
A posteriori posso capire che i cosiddetti partiti laici non
lo capissero: erano troppo abituati al ruolo che i grandi partiti avevano loro
assegnato e non potevano mettere in pericolo le posizioni raggiunte. Inoltre
tra PLI e PRI era nota una rivalità dovuta più al ruolo svolto (i primi si
comportavano come una “corrente esterna” alla DC, i secondi come “mosca
cocchiera” del centro-sinistra) che alla loro vocazione centrista e moderata.
Oggi ci lamentiamo del debito pubblico grande quanto una
montagna, anzi è il debito pubblico che sta compromettendo addirittura
l’esistenza del nostro stato.
“Il sistema produttivo
ha dovuto sopportare il peso di una struttura pubblica che è una cosa
indicibile di parassitismo, ossia di alti costi e improduttività”. Ricordiamolo
per l’ennesima volta: l’intervista è del 1977! “Quando si è visto che l’economia prosperava, che aveva un po’ di
grasso, si è fatto carne da porco. Tutti si sono messi a spendere nell’apparato
pubblico, credevano che quel benessere potesse reggere all’infinito.” Di
qui l’incremento della spesa pubblica al quale La Malfa e il PRI non sono
stati estranei. Pertanto il politico siciliano faceva il bilancio della sua
cinquantennale lotta politica affermando: resta“ una grande amarezza. Ora osservo che non c’è quell’Italia che avevamo
in mente”. (bl)
INDICE: Prefazione di Paolo Mieli – 1. Dall’antifascismo
alla Liberazione – 2. Il boom arrivò all’improvviso – 3. Le contraddizioni
della società italiana – 4. La crisi: forse è tardi, forse no. – Note – Nota
biografica – Nota bibliografica
La Malfa
spesa pubblica
| inviato da Venetoliberale il 9/1/2012 alle 15:18 | |
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4 gennaio 2012
Inchiesta sul Vaticano
“[…] Vista da vicino la Chiesa sembra la brutta copia di una delle classi
politiche maggiormente screditate dell’intero Occidente. Una vera e propria
casta, come quella dei palazzi del potere romano con cui tratta sottobanco i
suoi privilegi. Ma ancora più ricca e arrogante nel pretendere l’impunità per i
suoi dignitari, degli intoccabili impegnati in un’infinita guerra tra
bande.[…]”
(cfr. STEFANO LIVADIOTTI “I
SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011. pag. 13)
“[…] La gerarchia ecclesiastica cerca di approfittare della
crisi della politica. Per recuperare il consenso perduto. Così attacca
frontalmente i partiti. Accusandoli di voler mettere le mani nelle tasche degli
italiani. Però non molla di un centimetro sui suoi privilegi. Ma il gioco è
troppo scoperto. E sulla rete si accende la rivolta. […]”
(cfr. STEFANO LIVADIOTTI “I
SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011. pag. 28)
“[…] Basti pensare che solo l’8 per mille, il fantasioso
meccanismo attraverso il quale lo Stato assegna ogni anno alla Chiesa una quota
delle tasse versate da contribuenti in buona parte ignari, ha superato di
slancio la vertiginosa cifra di un miliardo di euro, vale a dire quasi quattro
volte il valore del finanziamento pubblico (285 milioni nel 2010) che i partiti
hanno graziosamente deciso di auto-elargirsi. […]”
(cfr. STEFANO LIVADIOTTI “I
SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011. pagg. 32-33)
“[…] I vescovi bacchettano i bottegai che non pagano le
imposte. Ma poi non guardano in casa loro. Dove l’elusione dell’Ici sugli
immobili usati per le attività commerciali è stimata in almeno 700 milioni.
Grazie ad una legge davvero balorda. Voluta dal centrosinistra. E finita nel
mirino di Bruxelles […] Con il mostriciattolo partorito da Prodi, infatti,
qualunque gestore di ostello sia in grado di ricavare una cappella da uno
sgabuzzino in disuso può sostenere di non limitarsi a offrire ai suoi clienti
un semplice ricovero per la notte. Ed evitare così di versare l’odiato
balzello.
A quel punto, e su iniziativa tanto per cambiare dei
radicali, che saranno pure un po’ monomaniaci ma almeno non difettano di
tenacia, la pratica ha traslocato nei severi uffici della Ue. […]”
(cfr. STEFANO LIVADIOTTI “I
SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011. pagg. 75-77)
“Il Vaticano è un
luogo non del tutto pieno di persone oneste”(Monsignor Paul Casimir
Marcinkus)
(cfr. STEFANO LIVADIOTTI “I
SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011. pag. 111)
“[…] La
Chiesa sapeva benissimo che tra i suoi preti si annidava un
esercito di maniaci sessuali. La prova regina, misteriosamente ignorata dalla
stampa, è nelle polizze assicurative stipulate dalle diocesi di mezzo mondo
contro il rischio-pedofilia. Che spesso le compagnie si sono rifiutate di
onorare. Invocando l’omesso controllo. E vincendo le cause. […]”
(cfr. STEFANO LIVADIOTTI “I
SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011. pag. 145)
“[…] Il caso (l’affaire Boffo ndr.) aveva portato
definitivamente allo scoperto la rivalità tra il segretario di Stato (Bertone)
e il presidente della Cei Bagnasco, sulla titolarità nella gestione dei
rapporti politici del Vaticano. […]”
(cfr. STEFANO LIVADIOTTI “I
SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011. pag. 180)
“Nell’insieme si
conferma una crescente indifferenza al modello di famiglia proposto dalla
Chiesa cattolica e si nota la sempre maggior diffusione di un modo alternativo
di vivere il privato” (dal VI Rapporto sulla secolarizzazione italiana –
Cgil e Fondazione Critica liberale)
(cfr. STEFANO LIVADIOTTI “I
SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011. pag. 216)
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4 gennaio 2012
LA CASTA DELLE SOTTANE
STEFANO LIVADIOTTI “I SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA
Milano 2011
L’autore, Stefano Livadiotti, scrive su “L’Espresso” da
venticinque anni occupandosi di economia e politica. Ha già dato alle stampe
una inchiesta sui sindacati e sui magistrati individuando altre caste oltre a
quella stranota dei politicanti. Con questa inchiesta sul Vaticano segnala la
casta delle “sottane”. Diciamolo: le corporazioni che il fascismo realizzò
sulla carta, oggi regolano la società italiana e trovano tutela dei propri
privilegi nelle istituzioni. Così i cittadini senza potere sentono l’ostilità
dello Stato.
Scrive Livadiotti: “Vista
da vicino la Chiesa
sembra la brutta copia di una delle classi politiche maggiormente screditate
dell’intero Occidente. Una vera e propria casta, come quella dei palazzi del
potere romano con cui tratta sottobanco i suoi privilegi. Ma ancora più ricca e
arrogante nel pretendere l’impunità per i suoi dignitari, degli intoccabili
impegnati in un’infinita guerra tra bande.”
“La gerarchia
ecclesiastica – si legge in questa inchiesta – cerca di approfittare della
crisi della politica. Per recuperare il consenso perduto. Così attacca
frontalmente i partiti. Accusandoli di voler mettere le mani nelle tasche degli
italiani. Però non molla di un centimetro sui suoi privilegi. Ma il gioco è
troppo scoperto. E sulla rete si accende la rivolta”
Nota è la recente polemica sull’esenzione dell’Ici per gli
immobili, utilizzati per attività commerciali, riferibili alla chiesa
Cattolica.
“I vescovi bacchettano
i bottegai che non pagano le imposte. – ricorda Livadiotti . – Ma
poi non guardano in casa loro. Dove l’elusione dell’Ici sugli immobili usati
per le attività commerciali è stimata in almeno 700 milioni. Grazie ad una
legge davvero balorda. Voluta dal centrosinistra. E finita nel mirino di
Bruxelles … Con il mostriciattolo partorito da Prodi, infatti, qualunque
gestore di ostello sia in grado di ricavare una cappella da uno sgabuzzino in
disuso può sostenere di non limitarsi a offrire ai suoi clienti un semplice
ricovero per la notte. Ed evitare così di versare l’odiato balzello.
A quel punto, e su
iniziativa tanto per cambiare dei radicali, che saranno pure un po’ monomaniaci
ma almeno non difettano di tenacia, la pratica ha traslocato nei severi uffici
della Ue.”
La chiesa Cattolica non solo elude le tasse ma se ne
avvantaggia. “Basti pensare che solo l’8
per mille, il fantasioso meccanismo attraverso il quale lo Stato assegna ogni
anno alla Chiesa una quota delle tasse versate da contribuenti in buona parte
ignari, ha superato di slancio la vertiginosa cifra di un miliardo di euro,
vale a dire quasi quattro volte il valore del finanziamento pubblico (285
milioni nel 2010) che i partiti hanno graziosamente deciso di auto-elargirsi. ”
Monsignor Marcinkus, uno che se ne intendeva, affermava che
“Il Vaticano è un luogo non del tutto
pieno di persone oneste”. Di qui le guerre per bande poco sante. Scrive
Livadiotti: “Il caso (l’affaire Boffo
ndr.) aveva portato definitivamente allo
scoperto la rivalità tra il segretario di Stato [Bertone] e il presidente della
Cei Bagnasco, sulla titolarità nella gestione dei rapporti politici del
Vaticano.”
Inoltre non si può far passare sotto silenzio lo scandalo
pedofilia. “La Chiesa sapeva benissimo che tra i suoi preti si
annidava un esercito di maniaci sessuali. La prova regina, misteriosamente
ignorata dalla stampa, è nelle polizze assicurative stipulate dalle diocesi di
mezzo mondo contro il rischio-pedofilia. Che spesso le compagnie si sono
rifiutate di onorare. Invocando l’omesso controllo. E vincendo le cause.”
Oggi solo una minoranza si fida ancora della chiesa
Cattolica perché scandali, politica, beghe di potere hanno innescato il
declino.
Infine il VI Rapporto sulla secolarizzazione italiana messo
a punto dalla Cgil e dalla Fondazione “Critica liberale” constata: “Nell’insieme si conferma una crescente
indifferenza al modello di famiglia proposto dalla Chiesa cattolica e si nota
la sempre maggior diffusione di un modo alternativo di vivere il privato”
Aspettiamoci, perciò, una forte reazione del movimento
sociale cattolico che potrebbe dar vita ad un unico soggetto politico raccogliendo
i clericali oggi sparsi un po’ dappertutto. (bl)
INDICE: L’ora delle scuse – Introduzione – I lingotti del
papa – Le relazioni pericolose – Lasciate che i bambini vengano a noi – Una
guerra poco santa – Radiografia di un declino – Ringraziamenti – Bibliografia –
Indice dei nomi.
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22 dicembre 2011
LEZIONI DI DEMOCRAZIA
NORBERTO BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS
Quotidiani S.p.A., Milano 2011
“La democrazia … non è riuscita a mantenere le proprie promesse, che
erano soprattutto di tre ordini: partecipazione … controllo dal basso … e
libertà del dissenso. … Si sono verificati due fenomeni contrastanti al
principio proclamato della partecipazione diffusa: da un lato, l’apatia
politica, che è mancanza di partecipazione … dall’altro la partecipazione
distorta o deformata o manipolata dagli organismi di massa che hanno il
monopolio del potere ideologico. Il controllo diventa sempre meno efficace …
con la conseguenza che gli organismi che il cittadino riesce a controllare sono
centri di potere sempre più fittizi e i vari centri di potere di uno stato
moderno, come la grande impresa, o i maggiori strumenti del potere reale (come
l’esercito e la burocrazia), non sono sottoposti ad alcun controllo
democratico. … Quanto al dissenso, esso è limitato in un’area ben circoscritta
… e non offre mai la possibilità di un’alternativa (di governo ndr) radicale.”
Norberto Bobbio nel 1973 così descriveva
lo stato del regime “democristiano” (alias
“partitocrazia”). L’anno precedente
per la prima volta la legislatura veniva interrotta prima della sua conclusione
naturale per impedire lo svolgimento del referendum abrogativo sulla legge
regolante il “divorzio”.“partito unico della spesa pubblica”
mirava a comprarsi il sostegno degli elettori scaricando sui governi futuri e sui giovani
(contribuenti futuri) l’onere del riequilibrio finanziario. (Altra
caratteristica del regime!) Le Brigate Rosse, il movimento studentesco e
l’aggressività dei sindacati sembravano scuotere il regime partitocratico dalle
fondamenta. Proprio in quel periodo (1970 – 1975) il debito pubblico (ed oggi
ne paghiamo le conseguenze!) passò dal 38 al 58 per cento del Pil: il "partito unico della spesa pubblica" mirava a comprarsi il sostegno degli elettori scaricando sui governi e sui giovani (contribuenti futuri) l'onere del riequilibrio finanziario.
Per normalizzare la situazione i
partiti di regime proponevano due strategie: l’alternativa (di governo e/o di
sistema) di sinistra (“uniti sì, ma
contro la diccì”) e l’ingresso del PCI nell’area di governo (dagli “equilibri più avanzati” al “compromesso storico”). L’alternativa di
sinistra era una utopia mentre l’ingresso del PCI nell’area di governo sarebbe
stata solo un’operazione conservatrice di sapore trasformistico tant’è che
dette vita alla fase consociativa del centrosinistra.
Bobbio sosteneva fondamentale
prestare attenzione alle istituzioni, piuttosto che alle “formule governative”. Scriveva nell’articolo “Quali alternative alla democrazia rappresentativa?” pubblicato in “Mondoperaio”n. 10 1975: “Il nostro sistema politico fa acqua da tutte
le parti. Ma fa acqua da tutte le parti, non perché sia un sistema
rappresentativo bensì perché non lo è abbastanza. A parte il difetto del
centrismo perpetuo, cioè della mancanza di una rotazione (ossia
dell’alternativa di governo ndr) … l’area
di controllo dell’organismo rappresentativo per eccellenza, il parlamento, si
restringe ogni giorno di più.” In fondo è la posizione gobettiana (“Il regime rappresentativo non ha più il
favore popolare. Ma che cosa volete sostituirgli? La teocrazia?”) quella
che sta a monte delle argomentazioni bobbiane.
L’alternativa socialista al
regime rappresentativo è possibile?
“Bisogna riconoscere – risponde Bobbio – che un modello alternativo
di organizzazione politica, alternativo allo stato parlamentare, un modello che
possa dirsi ‘democratico e socialista’ in contrasto col modello tradizionale
‘democratico liberale’ … non esiste, o per lo meno non esiste in tutta la
compiutezza dei particolari con cui è stato elaborato lungo i secoli il sistema
politico della ‘borghesia’.”
Ed allora qual’è la soluzione?
Bobbio non propone soluzioni. “Il mio
proposito – scriveva in “Quale
socialismo?” pubblicato in “Mondoperaio”n. 5 1976 – era semplicemente quello di
mostrare le difficoltà cui vanno incontro il processo di democratizzazione in
corso (e che, come la nostra stessa esperienza storica ci ha confermato, non è
irreversibile), di confutare, non la democrazia, ma la faciloneria.”
E così Bobbio liquidava le
illusioni dell’alternativa di sinistra fondata sulla “democrazia diretta” e nel contempo spiegava “ai comunisti di allora che cosa sono lo stato, la democrazia, il
socialismo”, come afferma Michele Salvati nella prefazione a questa
edizione del libro del 1976. Salvati aggiunge: “queste dettagliate, brillanti spiegazioni – vere e proprie lezioni
magistrali – valgono anche per noi.”
Valerio Zanone ha affermato che “Bobbio mutua da Cattaneo la regola che ‘la
filosofia è una milizia’,” e di questa sua milizia, noi lettori, dovremmo
farne tesoro. La trasformazione della partitocrazia in democrazia liberale
dovrebbe essere il progetto principale di qualsiasi forza che si definisca
riformatrice. (bl)
INDICE: Prefazione di
Michele Salvati – Prefazione all’edizione 1976 – Democrazia socialista? – Esiste
una dottrina marxistica dello stato? – Quali alternative alla democrazia
rappresentativa? – Perché democrazia? – Quale socialismo? – Note – Nota
biografica – Nota bibliografica
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22 dicembre 2011
Quale socialismo?
“[….] La democrazia […] non è riuscita a mantenere le
proprie promesse, che erano soprattutto di tre ordini: partecipazione […]
controllo dal basso […] e libertà del dissenso. […] Si sono verificati due
fenomeni contrastanti al principio proclamato della partecipazione diffusa: da
un lato, l’apatia politica, che è mancanza di partecipazione […] dall’altro la
partecipazione distorta o deformata o manipolata dagli organismi di massa che
hanno il monopolio del potere ideologico. Il controllo diventa sempre meno
efficace […] con la conseguenza che gli organismi che il cittadino riesce a
controllare sono centri di potere sempre più fittizi e i vari centri di potere
di uno stato moderno, come la grande impresa, o i maggiori strumenti del potere
reale (come l’esercito e la burocrazia), non sono sottoposti ad alcun controllo
democratico. […] Quanto al dissenso, esso è limitato in un’area ben
circoscritta […] e non offre mai la possibilità di un’alternativa radicale.
[…]”
(cfr. Norberto Bobbio “Democrazia
socialista?” in “Omaggio a Nenni” e
in “Quaderno di Mondoperaio” 1973,
ora in NORBERTO
BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS
Quotidiani S.p.A., Milano 2011 pagg. 44-45)
[…] Bisogna riconoscere che un modello alternativo di
organizzazione politica, alternativo allo stato parlamentare, un modello che
possa dirsi ‘democratico e socialista’ in contrasto col modello tradizionale
‘democratico liberale’ […] non esiste, o per lo meno non esiste in tutta la
compiutezza dei particolari con cui è stato elaborato lungo i secoli il sistema
politico della ‘borghesia’. […]
(cfr. Norberto Bobbio “Quali
alternative alla democrazia rappresentativa?” in “Mondoperaio”n.10 1975, ora in NORBERTO BOBBIO “QUALE
SOCIALISMO?” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011 pag. 90)
“[…] Il nostro sistema politico fa acqua da tutte le parti.
Ma fa acqua da tutte le parti, non perché sia un sistema rappresentativo bensì
perché non lo è abbastanza. A parte il difetto del centrismo perpetuo, cioè
della mancanza di una rotazione (ossia dell’alternativa ndr) […] l’area di
controllo dell’organismo rappresentativo per eccellenza, il parlamento, si
restringe ogni giorno di più. […]”
(cfr. Norberto Bobbio “Quali
alternative alla democrazia rappresentativa?” in “Mondoperaio”n.10 1975, ora in NORBERTO BOBBIO “QUALE
SOCIALISMO?” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011 pag. 100)
“[…] Il mio proposito era semplicemente quello di mostrare
le difficoltà cui vanno incontro il processo di democratizzazione in corso (e
che, come la nostra stessa esperienza storica ci ha confermato, non è
irreversibile), di confutare, non la democrazia, ma la faciloneria. […]
(cfr. Norberto Bobbio “Quale
socialismo?” in “Mondoperaio”n. 5
1976, ora in NORBERTO
BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS
Quotidiani S.p.A., Milano 2011 pag. 100)
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13 dicembre 2011
La sinistra e la questione meridionale
“[…] La crisi presente dei partiti democratici non può
essere eterna. O prima o poi le masse dei partiti democratici ritroveranno
nuovi slanci di sentimento, nuove necessità di battaglie.
Per quel momento è necessario impedire ai vecchi somari e
commedianti della democrazia di ripetere le esperienze del decennio trascorso.
Per quel momento è necessario che i morti abbiano già sepolto i loro morti, che
i vecchi condottieri sieno
irreparabilmente discreditati e disfatti come si meritano, che le moltitudini abbiano
già presa l’abitudine di combatterli come conservatori e non affidare alle loro
mani i loro destini come ‘rivoluzionari’. […]”
(cfr.
GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE”
RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 134)
“[…] La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze
religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato
della ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena
libertà e consapevolezza formarsi da se le proprie convinzioni politiche,
filosofiche, religiose.
E’ laica, insomma, la scuola in cui nulla si insegna che non
sia frutto di ricerca critico e razionale, in cui tutti gli studi sono condotti
con metodo critico e razionale, in cui tutti gli insegnamenti sono rivolti a
educare e rafforzare negli alunni le attitudini critiche e razionali. […]”
(cfr.
GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE”
RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 88)
“[…] Un partito deve saper classificare e graduare le proprie
esigenze […] dando ad una riforma o ad un gruppo di riforme […] la precedenza
sulle altre. Un partito che non sa fare questa scelta […] è un partito che non
sa quel che si voglia, che vuole troppo e non stringe nulla, al quale manca il
senso della realtà e la capacità di adeguare l’opera alla realtà stessa […].
(cfr.
GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE”
RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 65)
"[...] O noi continuiamo a credere a quella che è la teoria
fondamentale del socialismo, che cioè l’emancipazione dei lavoratori non può
venire se non attraverso un continuo sforzo di conquista compiuto dalla stessa
classe lavoratrice e nel campo economico e nel campo politico: e in questo caso
non possiamo rimanere indifferenti dinanzi a un sistema elettorale, che priva
la grande maggioranza della classe lavoratrice del più importante fra i diritti
politici; dobbiamo riconoscere che non è stato un capriccio, se in tutti i
paesi il partito socialista, non appena costituitosi, ha concentrate le sue
forze nella conquista del suffragio universale; e non possiamo sperare che il
movimento socialista italiano, ‘se vuol rimanere socialista’, possa sottrarsi a
questa necessità elementare di ogni movimento proletario.[…]”
(cfr.
GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE”
RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 73)
"[…] Alle tre malattie, che abbiamo fuggevolmente descritto,
ossia la malattia dello Stato accentratore, la oppressione economica in cui
l’Italia meridionale è tenuta dall’Italia settentrionale, e infine la struttura
sociale semifeudale, è possibile recare un rimedio? […] Finchè nel Mezzogiorno
stesso non si determinerà un movimento energico, costante, organico, che abbia
lo scopo di attuare tutte quelle riforme, che per ora non sono che pii desideri
degli studiosi.[...]"
(cfr.
GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE”
RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 21 - 24)
"[…] I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i
sudici detestano con tutta l’anima i nordici: ecco il prodotto di quarant’anni
d’unità. […]"
(cfr.
GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE”
RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 15)
Salvemini
democratico
liberale
| inviato da Venetoliberale il 13/12/2011 alle 10:47 | |
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13 dicembre 2011
Democratico e liberale
GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE”
RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011
Il 1911 è un anno particolare per Gaetano Salvemini.
Abbandona il Partito Socialista perché dissenziente per la scarsa attenzione
manifestata nei confronti della guerra tripolina, lascia la collaborazione con
Prezzolini a “La Voce” perché la rivista
era troppo teorica per quella contingenza politica, fonda la sua rivista “L’Unità” la cui testata portava il
sottotitolo “Problemi della vita
italiana.”
Beniamino Finocchiaro, nella prefazione ad una raccolta di
articoli del settimanale pubblicato da Neri Pozza nel 1958, scriveva: “Il più coraggioso tentativo di reazione
contro la pigrizia mentale, la quasi ripugnanza degli intellettuali e dei
politicanti italiani ad occuparsi sul serio dei problemi concreti che si
accumulavano nella vita del Paese.”
Ritengo la figura di Salvemini un esempio di democratico e
di liberale e non di socialista perché il politico pugliese (era nato a
Molfetta nel 1873 e morì a Sorrento nel 1957) non ricompose mai la frattura del
1911 con il partito socialista, anzi ritornato in Italia, dopo l’esilio e la
caduta del fascismo, fu un collaboratore fondamentale della rivista liberale “Il Mondo” di Mario Pannunzio.
Il testo che oggi segnalo contiene una raccolta di vari
scritti di Salvemini relativamente ad un periodo molto limitato: tra il 1898 e
il 1914.
Il politico pugliese scriveva su “L’Unità” il 2 maggio 1913 (“Quel
che ‘L’Unità’ non può dare e quel che vuol fare”): “La crisi presente dei partiti democratici non può essere eterna. O
prima o poi le masse dei partiti democratici ritroveranno nuovi slanci di
sentimento, nuove necessità di battaglie.
Per quel momento è
necessario impedire ai vecchi somari e commedianti della democrazia di ripetere
le esperienze del decennio trascorso. Per quel momento è necessario che i morti
abbiano già sepolto i loro morti, che i vecchi
condottieri sieno irreparabilmente discreditati e disfatti come si
meritano, che le moltitudini abbiano già presa l’abitudine di combatterli come
conservatori e non affidare alle loro mani i loro destini come ‘rivoluzionari’”
Questo è un insegnamento valido anche oggi. I riformatori
devono avere la pazienza di aspettare tempi migliori avendo, però, la
determinazione di tentare di diventare protagonisti quando i tempi saranno
maturi.
Il testo del discorso pronunciato al Congresso della
Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie tenutosi a Napoli nel settembre
del 1907, prova il tasso di liberalismo del pensiero di Salvemini. Non per
nulla quel discorso è intitolato “Che
cos’è la laicità”.
Diceva il politico pugliese: “La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose,
filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della
ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e
consapevolezza formarsi da se le proprie convinzioni politiche, filosofiche,
religiose.
E’ laica, insomma, la
scuola in cui nulla si insegna che non sia frutto di ricerca critica e
razionale, in cui tutti gli studi sono condotti con metodo critico e razionale,
in cui tutti gli insegnamenti sono rivolti a educare e rafforzare negli alunni
le attitudini critiche e razionali.”
Gaetano Salvemini si è distaccato dal Partito Socialista di
Turati nel 1911 però all’XI congresso, svoltosi l’anno precedente, preparò una
relazione sul problema della riforma elettorale al quale il partito, sino ad
allora, non aveva prestato molta attenzione.
Scriveva in quella relazione: “Un partito deve saper classificare e graduare le proprie esigenze …
dando ad una riforma o ad un gruppo di riforme … la precedenza sulle altre. Un
partito che non sa fare questa scelta … è un partito che non sa quel che si
voglia, che vuole troppo e non stringe nulla, al quale manca il senso della
realtà e la capacità di adeguare l’opera alla realtà stessa.”
Poi proseguiva: “O noi
continuiamo a credere a quella che è la teoria fondamentale del socialismo, che
cioè l’emancipazione dei lavoratori non può venire se non attraverso un
continuo sforzo di conquista compiuto dalla stessa classe lavoratrice e nel
campo economico e nel campo politico: e in questo caso non possiamo rimanere
indifferenti dinanzi a un sistema elettorale, che priva la grande maggioranza
della classe lavoratrice del più importante fra i diritti politici; dobbiamo riconoscere
che non è stato un capriccio, se in tutti i paesi il partito socialista, non
appena costituitosi, ha concentrate le sue forze nella conquista del suffragio
universale; e non possiamo sperare che il movimento socialista italiano, ‘se
vuol rimanere socialista’, possa sottrarsi a questa necessità elementare di
ogni movimento proletario.”
La centralità politica della legge elettorale significa,
anche oggi, la centralità dei diritti politici: i diritti politici sono la
premessa necessaria e non sufficiente per qualsiasi riforma.
Salvemini è ricordato soprattutto quale meridionalista.
Scriveva tra il 1898 e il 1899: “Alle tre
malattie, che abbiamo fuggevolmente descritto, ossia la malattia dello Stato
accentratore, la oppressione economica in cui l’Italia meridionale è tenuta
dall’Italia settentrionale, e infine la struttura sociale semifeudale, è
possibile recare un rimedio? … Finché nel Mezzogiorno stesso non si determinerà
un movimento energico, costante, organico, che abbia lo scopo di attuare tutte
quelle riforme, che per ora non sono che pii desideri degli studiosi.”
Gaetano Salvemini constatava con amarezza non solo
l’esistenza di una “Questione meridionale”
ma anche di una “Questione settentrionale”:
“I nordici disprezzano, come dicon essi,
i sudici; e i sudici detestano con tutta l’anima i nordici: ecco il prodotto di
quarant’anni d’unità.”
A differenza di altri meridionalisti che invocavano
l’intervento dello Stato per affrontare la “Questione
meridionale” il politico pugliese sosteneva che la soluzione dei problemi
dei meridionali doveva essere nella disponibilità dei meridionali: infatti era
un federalista convinto.(bl)
INDICE: I. La questione meridionale – II. Socialismo e
questione meridionale – III. Cultura e laicità – IV. “L’Unità” – Nota biografica
– Nota bibliografica
Salvemini
democratico
liberale
| inviato da Venetoliberale il 13/12/2011 alle 10:45 | |
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8 dicembre 2011
ATTUALITA’ DELLA RELIGIONE DELLA LIBERTA’
BENEDETTO CROCE “ELEMENTI DI POLITICA” RCS
Quotidiani S.p.A., Milano 2011
Nella edizione pubblicata dal Corriere della Sera, sulla
copertina si legge questa frase ripresa da “Politica
in nuce” scritta nel 1924: “Le leggi
hanno bensì la loro importanza, ma che assai più importa il modo in cui esse
vengono osservate, cioè l’effettivo operare degli uomini; ed è noto che le
leggi, nella interpretazione e attuazione, si allargano, si accomodano, si
arricchiscono, e, insomma cangiano.”
La sua attualità risulta evidente se si confronta l’art. 27
della nostra Costituzione (2° comma “Le
pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e
devono tendere alla rieducazione del condannato”) e la negazione della
dignità umana alla quale sono costretti i detenuti nel nostro paese. Di qui la
sacrosanta lotta, per un intervento immediato ed urgente, come quella che Marco
Pannella, con alcuni uomini e donne di buona volontà, sta conducendo per l’amnistia,
non solo per i detenuti ma soprattutto per questa Repubblica. Intervento
immediato ed urgente per risintonizzare la legge con lo stato dei detenuti che sono
privati della loro dignità allorché sono ammassati in celle sovraffollate.
Benedetto Croce era un deciso avversario della statolatria. Scrive
Croce, sempre in “Politica in nuce”:“Concepita la ‘moralità’ come ‘Stato etico’,
e identificato questo con lo Stato politico o ‘Stato’ senz’altro, si giunge
alla concezione …che la moralità concreta è tutta in quelli che governano,
nell’atto che governano, e i loro avversari debbono considerarsi avversari
della morale in atto, degni non solo di essere, secondo legge e fuor di legge,
puniti…ma di alta condanna morale. E’, per così dire, una concezione
‘governativa’ della morale.”
Ma c’è un dissidio tra politica e morale? Nei confronti
della politica “moralistica”, sì.
Croce avversario dello “Stato
etico”, non poteva che essere avversario della “politica moralistica”. “Il
moralista – scriveva Croce – è un
pratico correttore o censore, che mira a tener saldo e inflessibile l’ideale
morale, giudica le cose umane sotto l’esclusivo aspetto della ‘perfectio’,
esaminando la correttezza delle singole azioni e la maggior bontà dei singoli
individui…” Poi aggiunge, riferendosi allo storico etico-politico (ma che
potrebbe valere anche per il politico liberale): “invece si volge a ricercare il passato in tutte le sue relazioni,
nella sua logica e nella sua necessità; e, come l’interesse suo è più largo di
quello della pedagogia individuale, così più largo è il suo sguardo e il suo
giudizio e diversa la scala d’importanza alla quale egli si attiene, onde egli
non bada tanto alla ‘perfectio’, alle azioni in ogni loro particolare e minuzia
incensurabili, o alla serie delle belle azioni, moralmente ispirate ed
eseguite, o alla lode della bontà dell’individuo, quanto al carattere delle
azioni compiute e al significato che esse prendono nello svolgimento storico.”
Per meglio spiegare la differenza tra morale e moralistico
afferma: “Il paragone migliore, che
chiarisce questa differenza, è tra il grammatico o maestro di lingua e di
stile, e il critico di poesia; il primo dei quali…scrutina severamente la
proprietà e perfezione delle espressioni, e loda le imperfette, laddove il
secondo tollera e perfino accetta le imperfezioni pur di vedersi dinanzi
un’opera di vera e grande poesia.”
Perciò Croce sosteneva una visione liberale etico-politica.
Scriveva in “La concezione liberale
come concezione della vita”, contenuta in questa raccolta: “Questa
concezione è metapolitica, supera la teoria formale della politica e, in certo
senso, anche quella formale dell’etica, e coincide con una concezione totale
del mondo e della realtà…In essa si rispecchia tutta la filosofia e la
religione dell’età moderna, incentrata nell’idea della dialettica …che, mercé
la diversità e l’opposizione delle forze spirituali, accresce e nobilita di
continuo la vita e le conferisce il suo unico e intero significato. Su questo
fondamento teoretico nasce la disposizione pratica liberale di fiducia e favore
verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo
aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia,
che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni.”
Questa concezione etico-politica del liberalismo è stato di
grande aiuto per coloro che soffrivano il regime fascista. Scriveva Norberto
Bobbio in “Politica e cultura”: “Il Croce ha staccato il liberalismo come
valore assoluto dalle istituzioni empiriche, mettendo l’accento sul fine e non
sui mezzi. Nel momento in cui il valore era oscurato o tradito, questo suo
appello alla dignità del fine fu suscitatore di energie morali come allora si
richiedeva”.
Per questo la “religione della libertà” è di attualità in
tempi in cui il liberalismo è “oscurato e
tradito” come è provato dallo stato in cui sono ridotti i detenuti nelle
nostre carceri, in confronto al fine etico-politico prescritto dalla nostra
Costituzione. (bl)
INDICE: Prefazione di Giuseppe Galasso – I. Politica in nuce – II.
Per la storia della filosofia della politica. Noterelle – III. Storia
economica-politica e storia etico-politica – IV. La concezione liberale come
concezione della vita – V. Constant e Jellinek: intorno alla differenza tra la
libertà degli antichi e quella dei moderni – VI Contrasti d’ideali politici
dopo il 1870 – VII. Liberismo e liberalismo – VIII. Di un equivoco concetto
storico: la “borghesia” – IX. Sto e Chiesa in senso ideale e loro perpetua
lotta nella storia – X. Giustizia internazionale – XI. Pessimismo storico –
Appendice: Per una società di cultura politica – Note – Nota biografica – Nota
bibliografica
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