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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
19 settembre 2011

20 settembre

Cari amici e cari compagni,

Gaetano Salvemini scriveva nel 1957: “Siamo – se siamo – in regime di democrazia. In un regime siffatto la minoranza deve consentire che governi la maggioranza e la maggioranza oggi in Italia è conformista e governativa. Noi dobbiamo prendere atto di questa situazione e agire in conseguenza, cioè opporci alla maggioranza e a non scansar la lotta, coll’affermare che il paese non vuol sapere di seguirci per la nostra strada. In questo momento non ci segue: spetta a noi a convincerlo che ci deve seguire.”

Se si confrontano queste affermazioni con le parole degli antigovernativi attuali ci renderemo conto della notevole diversità che passa tra una personalità che giganteggia ancora oggi e la piccineria degli avversari di Berlusconi. E ci si meraviglia che Berlusconi ha goduto e gode del consenso della maggioranza?

Cosa ci insegna Salvemini. Ci insegna a “non mollare” e a convincere la maggioranza dei cittadini a seguire l’alternativa. Ma quale alternativa, o meglio quali contenuti dovrebbe avere l’alternativa?

Quella frase l’ho trovata scritta in un bel libro del 1957 contenente gli atti del convegno de “Il Mondo” su “Stato e Chiesa”. Salvemini, avanti negli anni, non vi partecipò ma inviò una lettera ai convegnisti esortandoli a chiudere il convegno “senza tante storie col domandare l’abolizione del Concordato”. Il convegno si chiuse accogliendo l’invito salveminiano con una mozione predisposta da Ernesto Rossi con la quale i partecipanti “si impegnano a dare tutta l’opera loro per creare una nuova situazione nel Paese che consenta l’abrogazione del Concordato e la instaurazione di un ordinamento giuridico di netta separazione dello Stato dalla Chiesa”.

Mi si dirà che questo è “vieto anticlericalismo”. Sì, lo riconosco. L’anticlericalismo è vietato dai benpensanti, da coloro che sono cascati nella trappola clericale della distinzione tra “sana laicità” e “laicismo”. Ma chi decide cosa sia la “sana laicità” se non gli stessi clericali? Ossia coloro che intendono per libertà non la scelta tra il poter peccare e il non voler peccare, ma il non poter peccare. Di qui la sovrapposizione tra il reato e il peccato.

Scriveva Benedetto Croce che con la liberazione di Roma dal potere temporale e con la sua proclamazione a capitale del regno un periodo storico si chiudeva. Si chiudeva il Risorgimento e si passava dalla “poesia alla prosa”. Quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, perciò “sento” particolarmente questo Venti Settembre. Mi e ci ricorda che l’unità di Italia è avvenuta contro la volontà del Vaticano, mi e ci ricorda che per la sopravvivenza del potere temporale si batterono soldati austriaci, francesi, tedeschi, spagnoli ma non italiani, pur essendo battezzati e, formalmente, sudditi del papa.

“Sono figlio della libertà, e a lei devo tutto ciò che sono” è l’epigrafe sulla tomba di Camillo Benso, conte di Cavour, famoso per il motto, essenza della laicità, “Libera Chiesa in libero Stato”.

Lo scontro con il Vaticano è, oggi, ancora in atto.

Massimo Teodori, in un recente pamphlet pubblicato da Rubbettino “Risorgimento laico”, denuncia gli inganni clericali sull’Unità d’Italia. “Per ridimensionare il significato del Risorgimento – scrive Teodori – il vertice d’oltretevere svilisce le leggi liberali – definite ‘laiciste’ – promosse dal Parlamento subalpino prima e da quello italiano poi a opera della Destra.”. Ma non è solo una operazione culturale sul passato. La distinzione clericale tra “sana laicità” e “laicismo” serve al Vaticano per strumentalizzare politici “cattolici” affinché svolgano il loro ruolo vicario. Personalmente mi auguro che i politici “cattolici” si emancipino e si rendano conto che mentre per la Chiesa un regime vale l’altro, purché garantisca i privilegi conquistati, per i cittadini è utile un regime liberale che garantisce anche la libertà della Chiesa. Occorre che “Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e colla moderna civiltà”. E’ il Sillabo di Pio IX l’errore!

La battaglia attuale per l’eliminazione dei privilegi fiscali vaticani è il coronamento di una linea politica liberale, perciò anticlericale che va sostenuta da tutti coloro che si dicono laici. Ed è l’occasione per iniziare a costruire un soggetto politico che possa opporsi validamente ad una probabile involuzione ultraclericale del regime, visti anche i recenti appelli di Monsignor Bertone e il progetto di legge sul biotestamento.

“Spretare l’Italia” era il programma politico di Settembrini ricordato da Ernesto Rossi nella prefazione a “Il Sillabo e dopo” ripubblicato da Kaos edizioni qualche anno fa. Ecco: l’alternativa dovrà essere anche anticlericale, altrimenti ci troveremo di fronte all’ennesimo fenomeno trasformistico.



 

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