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14 novembre 2011

Lettera sulla caduta di Berlusconi

Cari amici e cari compagni,

Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni del suo quarto governo nelle mani del Presidente della Repubblica. Così facendo ha aperto la strada al conferimento dell’incarico a Mario Monti, ritenuto da molti la “riserva della Repubblica”.

Silvio Berlusconi non aveva il dovere di dimettersi perché il Parlamento non lo aveva sfiduciato. Solo in questo caso la Costituzione impone le dimissioni perché, formalmente, il nostro regime è una democrazia parlamentare. Però Berlusconi, pur godendo di un’ampia maggioranza al Senato, alla Camera aveva solo la maggioranza relativa e non quella assoluta; e un governo non può fare affidamento su di una tale maggioranza per affrontare la sfida che la finanza internazionale stava portando al debito sovrano.

A me Berlusconi non piace perché la promessa di rivoluzione liberale non l’ha mantenuta, perché ha utilizzato il potere politico per difendersi dalle sue disavventure giudiziarie, perché non ha fatto nulla per offrire una immagine integerrima della sua vita privata, perché è l’esponente più significativo del conflitto tra l’interesse privato e l’interesse pubblico.

Stavolta devo, però, riconoscergli il merito di aver scelto di farsi da parte per permettere il tentativo di una diversa difesa degli interessi nazionali.

Alcuni diranno che lo ha fatto perché costretto dallo spread dei Buoni del Tesoro italiani e dei Bund tedeschi. In una democrazia parlamentare è il Parlamento che manda a casa i governi e non certamente la finanza internazionale. Affermare che è stato sfiduciato dallo “spread” significa dargli ragione sull’esistenza di un complotto finanziario ai suoi danni. Personalmente non credo nell’esistenza di complotti, credo che il notevole debito pubblico, accumulato dal nostro paese in un lasso di tempo molto più lungo della presenza di Berlusconi al governo, ha esposto il nostro paese alla sfida della finanza internazionale.

La caduta di Berlusconi ha degli aspetti, diciamo, “sui generis”. Lo aveva notato Michele Ainis. C’è stato un preannuncio di dimissioni (o pre-dimissioni) per permettere al Presidente della Repubblica di effettuare delle pre-consultazioni e ventilare un pre-pre-incarico e si è lanciato un pre-toto-ministri. Inoltre è stata approvata una finanziaria che non sarà attuata dal governo che l’ha predisposta.

Questi aspetti provano la drammaticità della situazione che stiamo attraversando. La gazzarra scoppiata in piazza la sera del 12 novembre contraddice la serietà del momento.

Alcuni contestatori di fronte al Quirinale hanno intonato, l’altra sera, cori, insulti e lanciato monetine nei confronti del Presidente del Consiglio dimissionando.

Da una parte i tifosi del “meno male che Silvio c’è” e dall’altra i tifosi “Ho un sogno nel cuore/Berlusconi a San Vittore” sono gli effetti di un bipolarismo fondato sul berlusconismo/antiberlusconismo. Non è stato un bello spettacolo! E’ vero i deputati del centrodestra dettero uno spettacolo squallido quando Prodi venne sfiduciato in Parlamento: per festeggiare furono offerti mortadella e spumante! Ma bastano questi episodi per buttare a mare il bipolarismo? E’ necessario, perciò, tornare al sistema elettorale proporzionale con liste plurinominali e voto di preferenza? I nostalgici tenteranno questa operazione, perciò occorre vigilare.

Giovanni Sabbatucci, in un buon libro di qualche anno fa “Il trasformismo come sistema”, scriveva: “Non si può escludere che il ritorno alle regole della Prima Repubblica possa portare a una nuova pietrificazione degli equilibri di governo, cancellando quei caratteri di mobilità delle scelte elettorali e di reale competività del confronto politico che costituiscono…il principale dato positivo della stagione iniziata negli anni ’90. Gli elettori italiani…si sono abituati a partecipare a una gara autentica, in cui si decidono davvero – e si conoscono subito dopo la chiusura delle urne – il colore del governo e il nome del suo leader. Non credo che rinuncerebbero volentieri a questo privilegio, tipico delle democrazie”.

La caduta di Berlusconi potrebbe essere anche conseguenza del risveglio politico di alcuni settori cattolici che ritengono non più utilizzabile l’uomo di Arcore. (Che abbia avuto un ruolo la finanza vaticana?) Il convegno di Todi di qualche settimana fa, le esternazioni di Bagnasco e di Benedetto XVI segnalano un fermento che non lascia indifferente il centrosinistra. La professione di cattolicità di Mario Monti è nota, di qui l’attenzione dei postdemocristiani e dei postcomunisti del PD nostalgici del compromesso storico di memoria berlingueriana.

Ma, mi chiedo, i cattolici possono dar vita solo ad una nuova DC? Oppure possono contribuire a dare energia ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? La storia non si ripete mai allo stesso modo. I cattolici non hanno contribuito molto al nostro Risorgimento, non fornendo utili energie alle forze liberali. Nei primi anni del secolo XX hanno strumentalizzato il notabilato liberale per tentare di impossessarsi del potere ma si sono ritrovati il fascismo, con il quale sono scesi a patti. Grazie anche a quanto avevano acquisito accordandosi con il fascismo sono riusciti a dar vita, nella seconda metà del secolo scorso, al partito democratico cristiano che è stato egemone almeno sino al 1992. In questo ultimo ventennio i cattolici hanno rinunziato al partito unico pensando di poter influenzare, infiltrandosi, sia il centrodestra che il centrosinistra. Ora i cattolici sembrano insoddisfatti del ruolo che stanno svolgendo. Se i cattolici, correggendo l’errore del Risorgimento, si proponessero di offrire energie ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? Mario Monti potrebbe costituire la transizione verso una democrazia liberale?

Comunque, non dimentichiamoci che il tentativo di Mario Monti ha l’obiettivo di riagganciare l’Italia all’Unione europea, o meglio a renderla protagonista e non più solo spettatrice. L’obiettivo è ambizioso e, per noi italiani, è essenziale. Però un governo senza la presenza di politici sembra un governo “anticasta” che dovrebbe essere sostenuto dalla “casta”: lasciare che Monti mendichi la fiducia dal Parlamento non mi pare che sia una buona idea! Pertanto hanno ragione da vendere coloro che sostengono la necessità che i politici “mettano la loro faccia” in questa avventura.

Se il tentativo di Monti (e di Napolitano) dovesse fallire le elezioni anticipate (con il “porcellum”) diventerebbero obbligate e il “si salvi chi può” potrebbe concretizzarsi. (bl)


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permalink | inviato da Venetoliberale il 14/11/2011 alle 16:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


 

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