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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
12 maggio 2012

Lettera sull'astensionismo elettorale

Cari amici e caricompagni,

il consenso deisudditi è indispensabile per il mantenimento anche di un regime antidemocraticoe illiberale. La sottrazione del consenso, alla fine del secolo scorso, daparte dei sudditi dell’URSS, ha avuto come conseguenza il crollo del regimecomunista.

Perciò il consenso èindispensabile per la sussistenza di qualsiasi regime politico, figuriamoci perun regime che si dichiara democratico anche se sostanzialmente antiliberale.

Il dato piùsignificativo delle elezioni amministrative svoltesi domenica e lunedì 6 e 7maggio è il numero di elettori che si è astenuto, non recandosi a votare. Unosu tre ha rifiutato l’offerta proposta dal sistema politico, non inserendo lascheda nell’urna. A parte il fatto che è un diritto andare a votare e quindi siha il diritto anche di non votare, in Italia, ove vige una normativa che imponeil “dovere morale” di esprimere la propria volontà solo inserendo la schedaelettorale nell’urna, il dato dell’astensione è quello che misura lo stato disalute del regime. L’alto tasso di astensione significa che sempre piùcittadini sottraggono il loro consenso al regime.

Non ci uniamo alcoro di coloro che vedono nel successo dei “grillini” il sintomo della crisidel regime: il voto alle liste dei “grillini” è stato di quanti, insoddisfattidei partiti tradizionali, hanno voluto esprimere un voto di protesta. Un po’come hanno fatto molti in passato sostenendo la Lega, la Rete o Italia deiValori. Visto come si sono ridotti - il loro antagonismo si è ridotto ad unsostanziale consenso al regime (ad esempio il successo del sindaco leghistaTosi a Verona e il successo di Leoluca Orlando ex La Rete ed oggi IdV aPalermo) – il voto ai “grillini” è un consenso al regime (anche se manifesta undissenso sterile sia nei confronti della maggioranza governativa e sia neiconfronti delle opposizioni parlamentari rappresentate da Lega e IdV). Inrealtà a quarant’anni di regime senza Grillo potrebbero succedere altriquarant’anni di regime con Beppe Grillo e i suoi amici. Il che significa chetutto potrebbe sembrare che cambi ma in realtà non cambierebbe nulla. Non siparla di terza repubblica quando ad agonizzare è ancora la prima repubblica,quella postfascista?

Perciò l’astensioneè il segnale più importante della crisi del regime.

Che l’astensione siail segnale più importante è provato, ulteriormente, dal tentativo diminimizzare questo fenomeno, da parte della stampa di regime, esaltando, almedesimo tempo, il “boom” di Beppe Grillo. Ci mancava anche l’infelice battutadel Presidente Napolitano (“l’unico boom che ho visto è stato quello economiconegli anni sessanta”) che ha permesso a Beppe Grillo di replicare e avere unulteriore pubblicità gratuita (non del tutto disinteressata da parte delregime).

Dovremmo esseresoddisfatti. E’ un decennio che predichiamo la necessità di sottrarre ilconsenso al regime con l’astensione quale premessa indispensabile ad unapossibile rivoluzione liberale. Questa Italia così com’è non ci piace, si èdetto ripetendo la dichiarazione di Giovanni Amendola nei confrontidell’italietta giolittiana che avrebbe prodotto il regime fascista!

No, non siamoaffatto soddisfatti, anzi siamo preoccupati perché vediamo dei segnalipreoccupanti da parte dell’establishment, che sembra deciso a scegliere uncampo di lotta per difendere lo status quo. Ricordiamoci che la “forza -violenza legale” è monopolio dello stato. La rivendicazione di terroristidell’attentato al dirigente dell’Ansaldo e le manifestazioni popolari neiconfronti di Equitalia sono pessimi segnali della rottura dell’ordine pubblico.Erano inaspettati? Ma se i governanti hanno pubblicamente dichiarato cheprevedono forti scontri sociali? Ma cosa hanno fatto per prevenirli? Cosasignifica far tirare la cinghia ai contribuenti e non stringerla per lo statose non contribuire a farli scoppiare?

Questa Italiapartitocratica potrebbe produrre un nuovo fascismo. E’ l’autobiografia dellanazione di gobettiana memoria che ci preoccupa.

L’intransigenza deveessere associata alla ragionevolezza, alla prudenza e alla saggezza, perciò nonsi può auspicare la crisi del governo Monti perché conseguirebbe loscioglimento anticipato delle camere il che aggraverebbe ulteriormente sia lacrisi politica che la crisi economica in un vuoto di alternativa riformatrice.E in politica i vuoti non sono tollerabili, per cui sarebbero riempiti daavventuristi più congeniali alla tradizionale storia italiana antiliberale.

Occorre un soggettoriformatore di liberali e democratici che sappia interpretare il dissenso. Manon basta aggregare persone più o meno disinteressate che vogliono impedire dicadere dalla padella partitocratica nella brace di un nuovo fascismo. Occorreavere un programma politico, perciò insistiamo sulla proposta originariasostenuta anche dalla microassociazione Veneto liberale: a) l’alternativapresidenzialista, federalista, maggioritaria, anglosassone, b) lotte liberisteper la liberazione del lavoro e dell’impresa, c) lotte antiproibizioniste nonsolo sulla droga, ma anche sulla libertà terapeutica e di ricerca scientifica.

Naturalmente occorretempo: il tempo a nostra disposizione è teoricamente di dodici mesi. Non so sesarà sufficiente, ma occorrerà fare qualcosa. Dovremmo ridar voce a qualchenucleo liberale. Sarà flebile ma potrebbe unirsi ad altre voci affinché inautunno possa essere ascoltato un coro riformatore. (bl)


30 marzo 2010

ASTENSIONISMO

OLTRE QUATTORDICIMILIONI E SEICENTOMILA!


Sono oltre quattordicimilioni e seicentomila gli elettori che non si sono recati alle urne. Il dato numerico rende più evidente la misura del fenomeno. Il dato dell’affluenza (64,20%), che leggiamo e leggeremo, sembra attenuare il grado di disaffezione. Mai tanti astenuti!


Da anni abbiamo predicato l’opportunità del non-voto (ossia non solo l’invito ad astenersi ma anche il voto nullo e la scheda bianca) ma stavolta non l’abbiamo praticato. Abbiamo sbagliato? Non abbiamo sbagliato perché da tempo ci chiedevamo come fare a trasformare un voto negativo (il non-voto per delegittimare il regime) in un voto positivo (un voto per legittimare un’alternativa). L’occasione l’abbiamo colta questa volta. Eravamo consapevoli che molti cittadini senza potere non si sarebbero recati alle urne, quindi sentivamo il dovere di dare inizio ad un altro e diverso percorso. Lo ripetiamo, per spiegare meglio l’atteggiamento di Veneto liberale: il non-voto deve avere uno sbocco positivo altrimenti rischia di diventare solo un atto di testimonianza. Perciò il non-voto deve trasformarsi in un voto positivo per legittimare un’alternativa.


Qui in Veneto l’opportunità ci è stata offerta dalla candidatura Bortolussi. Una candidatura che non aveva speranza di successo perché in regione il centrodestra ha avuto sempre successo. Dal 1995 il Veneto e la Lombardia, come Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche e Basilicata non hanno mai cambiato coalizione governativa. Però la candidatura Bortolussi ha indicato una strada che il partito Democratico potrebbe percorrere: aprirsi alle realtà territoriali. La riformabilità del PD non potevamo non prenderla in considerazione. Ora occorre capire come convincere il PD a proseguire nel suo percorso innovatore ed evitare un ritorno a vecchie pratiche. Occorre far comprendere l’opportunità di scommettere sul futuro, piuttosto che rincorrere un passato che non ritornerà più.


Probabilmente potranno esserci utili anche le difficoltà che il successo leghista innescherà nella coalizione di centrodestra.


Il progetto di liberali e democratici per la Riforma sembra sempre più praticabile:è la “conditio sine qua non” per invertire la tendenza alla frammentazione politica (ed ai conseguenti ricatti) causata dal fallimento dei referendum elettorali del 2008.


Solo quel progetto potrà proporre seriamente la riforma in senso maggioritario della legge elettorale, precondizione per il passaggio dal regime della democrazia partitocratica a quello della democrazia liberale (bl)


22 dicembre 2008

VINCITORI E VINTI NELLE ELEZIONI DEL 2008

ITANES “IL RITORNO DI BERLUSCONI” Il Mulino, Bologna 2008


Si conclude un anno cruciale per il regime. L’anno si è aperto con lo scioglimento anticipato delle camere che ha impedito lo svolgimento del referendum sul sistema elettorale, peraltro già indetto.

L’operazione del regime mirava a sterilizzare il referendum, per normalizzare la situazione politica. Infatti, hanno tentato di farci credere di essere ormai giunti ad una competizione quasi bipartitica. Non aveva importanza che il Popolo della Libertà e il Partito Democratico erano nient’altro che coalizioni di partiti e minipartiti che si presentavano con un unico contrassegno. E non aveva alcuna importanza che un “nanopartito” come il MPA (1,1%) ha goduto di una rappresentanza parlamentare (8 deputati e 2 senatori) nonostante avesse raccolto meno consensi della Sinistra Arcobaleno (3,1%) e della Destra di Storace (2,4%), grazie al fatto di partecipare alla coalizione vincente. Proprio il referendum elettorale vorrebbe impedire questo “nonsenso”: infatti, il premio di maggioranza spetterebbe solo al partito vincente e non alla coalizione.

Il referendum Guzzetta Segni è temuto dal regime tanto da rinviarlo con le elezioni anticipate, facendo circolare la favola della sua inutilità perché il PDL e il PD attuerebbero la riforma elettorale, e tentando di boicottarlo facendolo svolgere nelle condizioni peggiori, ossia non insieme alle elezioni europee del prossimo 6 e 7 giugno.

Il difetto dello studio raccolto in questo libro è proprio il non aver dato il giusto rilievo all’iniziativa referendaria. In fondo la nascita del PD (il che ha prodotto anche il progetto Popolo della Libertà) è anche conseguenza delle oltre 800.000 firme di cittadini che hanno permesso di iscrivere nell’agenda politica l’appuntamento referendario. Ma il difetto consegue ad una lettura tradizionalista dello scenario politico. Non per nulla la chiave di lettura si basa sulla diade sinistra/destra tanto da dare una qualifica di “sinistra” all’astensione avvenuta alle elezioni del 13 e 14 aprile 2008.

Nonostante questa visione tradizionalista del confronto politico attuale, i saggi raccolti in questo libro sono interessanti anche perché c’è qualche timido segnale di discontinuità. Uno di questi segnali è l’abbandono del luogo comune secondo il quale gli astensionisti sarebbero dei qualunquisti disinteressati alla lotta politica. Scrive Dario Tuorto “Il dato di fondo che emerge dall’analisi è che gli astensionisti costituiscono una popolazione…composta in misura maggiore rispetto al passato da elettori maschi, non anziani, istruiti, occupati….In definitiva, questi dati evidenziano … la politicizzazione dell’opzione astensionista…risulta una crescita di risposte che esprimono motivazioni ‘calde’ (protesta verso i partiti) e, soprattutto, sfiducia verso il voto ”

Proprio l’astensionismo è stato il dato politico più significativo delle recenti elezioni regionali in Abruzzo. Non ha esercitato il proprio diritto di voto un abruzzese su due. La misura Non è sufficiente a delegittimare il regime, però denota una grossa sfiducia nei confronti dei partiti e del voto, e non è poco.

Ormai la sfiducia nei confronti del regime si manifesta o con l’astensione o con il consenso a Di Pietro (dato il suo duplice ruolo di antiberlusconiano e di antagonista della leadership del PD). Lo stesso “cianciare” di questione morale sembra rituffarci nel clima di “mani pulite”. Invece è la questione politica che deve essere messa al centro del dibattito, e sarà possibile solo con il referendum elettorale e con la prossima campagna per le elezioni europee se saranno trattati temi trasnazionali invece che piccole e misere questioni domestiche. (bl)


INDICE: Introduzione: l’alternanza attesa (Paolo Bellocci e Paolo Segatti) – 1. Il verdetto elettorale (Roberto D’Alimonte) – 2. Una breve campagna elettorale (Guido Legnante e Giacomo Sani) – 3. Il primo motore del cambiamento: l’astensionismo (Dario Tuorto) – 4. Il secondo motore del cambiamento : i flussi di voto (Lorenzo De Sio) – 5. L’appello al voto utile: chi ha premiato? (Hans M.A. Schadee e Paolo Segatti) – 6. Chi ha votato chi? (Marco Maraffi) – 7. Territorio e tradizioni politiche (Cristiano Vezzosi) – 8. La strategia dei principali partiti e la risposta degli elettori (Roberto Biorcio) – 9. La fine della questione cattolica? (Luigi Ceccarini) – 10. L’offerta personalizzata degli sfidanti (Mauro Barisione e Patrizia Castellani) – 11. La distanza degli italiani dalla politica (Giancarlo Gasperoni) – 12. Il colore politico dell’insicurezza (Nicoletta Cavazza, Piergiorgio Corbetta e Michele Roccato) – 13 Declino del mercato e tradizionalismo etico (Carmina Tetrarca) – 14. 2008: solo un referendum sul governo Prodi? (Paolo Bellocci) – Conclusioni: Correre da soli? Pregi e difetti di una competizione quasi bipartitica


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22 dicembre 2008

Astensionisti

“[…] Il dato di fondo che emerge dall’analisi è che gli astensionisti costituiscono una popolazione…composta in misura maggiore rispetto al passato da elettori maschi, non anziani, istruiti, occupati….In definitiva, questi dati evidenziano … la politicizzazione dell’opzione astensionista…risulta una crescita di risposte che esprimono motivazioni ‘calde’ (protesta verso i partiti) e, soprattutto, sfiducia verso il voto [..]”

 

(cfr. ITANES “IL RITORNO DI BERLUSCONI” Il Mulino, Bologna 2008 pagg. 50-52)


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14 marzo 2008

Tre motivi per non andare a votare

Tito Boeri su LA STAMPA di oggi 14 marzo 2008  indica tre motivi per andare a votare alle prossime elezioni politiche.

"Il primo motivo - dice Boeri - è che le liste fatte a tavolino sono, in realtà, molto informative." Appunto! E questo sarebbe un motivo per andare a votare? Liste fatte con personaggi che possono solo dire "signorsì" ai loro capi indubbiamente sono molto informative. L'informazione che discende è che nel prossimo Parlamento i deputati e i senatori "squillo" saranno sicuramente in un
numero superiore rispetto anche al recente passato.

"Il secondo motivo - aggiunge Boeri - per andare a votare è che i calcoli fatti a tavolino dai segretari di partito possono venire stravolti dal voto" A supportare questa argomentazione ricorda le primarie negli USA e le recenti elezioni in Spagna e in Francia. Appunto, dico io. In Italia non vi è il sistema elettorale statunitense, né quello spagnolo, né quello francese. Pertanto il ragionamento non fila. Fila invece il ragionamento di chi dice che i calcoli fatti a tavolino dai segretari di partito non saranno affatto stravolti. Quindi, perché andare a votare?

Secondo Boeri, come terzo motivo, "conteranno più che in passato le idee e meno gli schieramenti". Magari! Le recenti polemiche su Ciarrapico, sulle infelici battute di Berlusconi, sull'enfatizzazione dei sondaggi preelettorali prova la completa assenza di idee.

In conclusione vale, invece, quanto Boeri sottolinea all'inizio del suo articolo. "Più che una campagna elettorale è stata sin qui una campagna attiva per l'astensione al voto. Prima abbiamo assistito all'avvilente spettacolo di segretari di partito che contrattano con potenziali alleati e correnti interne sui nomi, oltre che il numero, dei singoli deputati e senatori. Poi abbiamo
potuto leggere sui giornali nomi e cognomi dei «nostri» eletti nelle varie circoscrizioni. Naturale chiedersi: ma perché andare a votare se tanto hanno già scelto loro?"

"Per fortuna che c'è il referendum!" conclude Boeri e poi aggiunge "Alcuni partiti hanno indubbiamente più responsabilità di altri nell'averci consegnato le liste bloccate. E non tutti vogliono davvero cambiare la legge elettorale."

Per questo rifiutandoci stavolta, possiamo sperare di non andare mai più a votare con questa ignobile legge elettorale. (bl)


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