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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
14 novembre 2011

BERLUSCONI: IL MIGLIOR PRODOTTO DEL REGIME

MICHELE SALVATI “TRE PEZZI FACILI SULL’ITALIA” Il Mulino, Bologna 2011

Si tratta di una lettura più che opportuna in questa fase della storia della nostra Repubblica postfascista. E’ interessante perché spiega il berlusconismo quale prodotto della storia e non causa della crisi. Perciò non basta “togliere di mezzo Berlusconi” per avere una democrazia c.d.“compiuta” se non proprio liberale.

Scrive Salvati: “Ciò che ho tentato di fare…è di mostrare come le difficoltà dell’Italia di oggi, anche al di là del caso Berlusconi, siano dovute a una miscela unica di eredità storiche di lungo periodo…a caratteri profondi della società civile, a un assetto costituzionale inadeguato, a un sistema politico ancora lontano da un accettabile assestamento.”

Quando ci fu la crisi del biennio 92/94 molti si illusero di aver archiviato la repubblica partitocratica e che si era dato vita ad una ‘Seconda Repubblica’. Oggi a distanza di quasi un ventennio dobbiamo riconoscere “che i due principali obiettivi della Seconda Repubblica sinora non sono stati raggiunti. Né l’obiettivo di una riforma delle politiche economiche e sociali capace di invertire la tendenza al ristagno che si è manifestata nell’ultimo decennio; né l’obiettivo di una riforma costituzionale adatta al sistema politico che si è formato dopo la crisi della Prima Repubblica”

Ma dov’è la radice di questa malattia? Stupisce (lo sottolinea anche Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 1 novembre) che Salvati, uno dei padri del Partito Democratico, la ritrova nel lungo centrosinistra che ha dominato la seconda parte della Prima Repubblica: il Partito Democratico è il risultato dell’aggregazione di quanto restava di quelle forze politiche. Forse la delusione per la mancata costituzione del “partito nuovo” è dipeso dal fatto che dall’aggregazione non si è passati all’integrazione di quelle culture (postdemocristiane e postcomuniste) con la cultura laica per dare vita ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici.

Scrive Salvati: “Tutta la seconda parte della Prima Repubblica fu governata da governi di centro-sinistra: trent’anni, se partiamo dal 1963 e arriviamo al governo Ciampi del ’93. …Siamo entrati negli ultimi dieci anni in una situazione di rallentamento economico più grave degli altri paesi europei a seguito delle scelte (e delle mancate scelte) delle classi dirigenti del centro-sinistra.”

Ad evitare malintesi Salvati precisa: “La tesi appena esposta non salva l’opposizione comunista, che è anzi l’elemento determinante di un sistema politico incapace di controllare le tensioni distributive di breve periodo e attuare le necessarie riforme strutturali.”

Attenzione, Salvati non vuole affatto assolvere il berlusconismo: “Specie negli anni 2000 si poteva fare di più e di meglio per rimediare alla pesante eredità che la Prima Repubblica aveva lasciato.”

Ma non si può buttare la croce solo addosso al ceto politico considerato, troppo semplicisticamente, una “casta”. Salvati conclude così la sua diagnosi: “E poi non si tratta solo di responsabilità del ceto politico in senso stretto: questo è un segmento della classe dirigente, anche se è quello sul quale incombe la responsabilità finale delle politiche pubbliche. I ceti capitalistici e imprenditoriali, i leader sindacali, l’alta amministrazione pubblica, e in generale i ceti dirigenti di tutti i segmenti della società civile, sono coinvolti in questo giudizio di inadeguatezza.”

Sembra la descrizione delle conseguenze del regime partitocratrico frutto della cattiva politica di un sistema che continua a contenere i germi del fascismo. Ma è chiedere troppo a chi per troppo tempo ha sostenuto questo sistema: non mi sembra che Salvati sia stato ostile alla lunga e pessima stagione del centro-sinistra!

Nonostante questo limite (a mio avviso, veniale) il libro contiene anche il tentativo di risposta al successo di Berlusconi, anzi ai successi di Berlusconi. Perché l’ascesa di Berlusconi nel ’94 non è stata arginata e soprattutto perché Berlusconi ha avuto il primo decennio del XXI secolo a sua disposizione, nonostante i palesi fallimenti delle sue promesse, le sue disavventure giudiziarie e l’immagine di una non integerrima vita privata, per non parlare dei suoi conflitti di interesse?

Che sia stato l’antiberlusconismo il miglior carburante per il successo di Berlusconi? (bl)

INDICE: Prefazione - I. La democrazia in Italia dal 1861 a oggi – II. Le origini lontane del ristagno economico presente – III. Perché Berlusconi: due nazioni?


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14 novembre 2011

Tre pezzi facili sull'Italia

“[…] Ciò che ho tentato di fare…è di mostrare come le difficoltà dell’Italia di oggi, anche al di là del caso Berlusconi, siano dovute a una miscela unica di eredità storiche di lungo periodo…a caratteri profondi della società civile, a un assetto costituzionale inadeguato, a un sistema politico ancora lontano da un accettabile assestamento. […]”

 

(cfr. MICHELE SALVATI “TRE PEZZI FACILI SULL’ITALIA” Il Mulino, Bologna 2011, pag. 125)

 

“[…] I due principali obiettivi della Seconda Repubblica sinora non sono stati raggiunti. Né l’obiettivo di una riforma delle politiche economiche e sociali capace di invertire la tendenza al ristagno che si è manifestata nell’ultimo decennio; né l’obiettivo di una riforma costituzionale adatta al sistema politico che si è formato dopo la crisi della Prima Repubblica. […]”

 

(cfr. MICHELE SALVATI “TRE PEZZI FACILI SULL’ITALIA” Il Mulino, Bologna 2011, pag. 124)

 

“[…] Tutta la seconda parte della Prima Repubblica fu governata da governi di centro-sinistra: trent’anni, se partiamo dal 1963 e arriviamo al governo Ciampi del ’93. …Siamo entrati negli ultimi dieci anni in una situazione di rallentamento economico più grave degli altri paesi europei a seguito delle scelte (e delle mancate scelte) delle classi dirigenti del centro-sinistra. La tesi appena esposta non salva l’opposizione comunista, che è anzi l’elemento determinante di un sistema politico incapace di controllare le tensioni distributive di breve periodo e attuare le necessarie riforme strutturali. Neppure salva tutti i governi della Seconda Repubblica: specie negli anni 2000 si poteva fare di più e di meglio per rimediare alla pesante eredità che la Prima Repubblica aveva lasciato. E poi non si tratta solo di responsabilità del ceto politico in senso stretto: questo è un segmento della classe dirigente, anche se è quello sul quale incombe la responsabilità finale delle politiche pubbliche. I ceti capitalistici e imprenditoriali, i leader sindacali, l’alta amministrazione pubblica, e in generale i ceti dirigenti di tutti i segmenti della società civile, sono coinvolti in questo giudizio di inadeguatezza.[…]”

 

(cfr. MICHELE SALVATI “TRE PEZZI FACILI SULL’ITALIA” Il Mulino, Bologna 2011, pagg. 62-63)


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14 novembre 2011

Lettera sulla caduta di Berlusconi

Cari amici e cari compagni,

Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni del suo quarto governo nelle mani del Presidente della Repubblica. Così facendo ha aperto la strada al conferimento dell’incarico a Mario Monti, ritenuto da molti la “riserva della Repubblica”.

Silvio Berlusconi non aveva il dovere di dimettersi perché il Parlamento non lo aveva sfiduciato. Solo in questo caso la Costituzione impone le dimissioni perché, formalmente, il nostro regime è una democrazia parlamentare. Però Berlusconi, pur godendo di un’ampia maggioranza al Senato, alla Camera aveva solo la maggioranza relativa e non quella assoluta; e un governo non può fare affidamento su di una tale maggioranza per affrontare la sfida che la finanza internazionale stava portando al debito sovrano.

A me Berlusconi non piace perché la promessa di rivoluzione liberale non l’ha mantenuta, perché ha utilizzato il potere politico per difendersi dalle sue disavventure giudiziarie, perché non ha fatto nulla per offrire una immagine integerrima della sua vita privata, perché è l’esponente più significativo del conflitto tra l’interesse privato e l’interesse pubblico.

Stavolta devo, però, riconoscergli il merito di aver scelto di farsi da parte per permettere il tentativo di una diversa difesa degli interessi nazionali.

Alcuni diranno che lo ha fatto perché costretto dallo spread dei Buoni del Tesoro italiani e dei Bund tedeschi. In una democrazia parlamentare è il Parlamento che manda a casa i governi e non certamente la finanza internazionale. Affermare che è stato sfiduciato dallo “spread” significa dargli ragione sull’esistenza di un complotto finanziario ai suoi danni. Personalmente non credo nell’esistenza di complotti, credo che il notevole debito pubblico, accumulato dal nostro paese in un lasso di tempo molto più lungo della presenza di Berlusconi al governo, ha esposto il nostro paese alla sfida della finanza internazionale.

La caduta di Berlusconi ha degli aspetti, diciamo, “sui generis”. Lo aveva notato Michele Ainis. C’è stato un preannuncio di dimissioni (o pre-dimissioni) per permettere al Presidente della Repubblica di effettuare delle pre-consultazioni e ventilare un pre-pre-incarico e si è lanciato un pre-toto-ministri. Inoltre è stata approvata una finanziaria che non sarà attuata dal governo che l’ha predisposta.

Questi aspetti provano la drammaticità della situazione che stiamo attraversando. La gazzarra scoppiata in piazza la sera del 12 novembre contraddice la serietà del momento.

Alcuni contestatori di fronte al Quirinale hanno intonato, l’altra sera, cori, insulti e lanciato monetine nei confronti del Presidente del Consiglio dimissionando.

Da una parte i tifosi del “meno male che Silvio c’è” e dall’altra i tifosi “Ho un sogno nel cuore/Berlusconi a San Vittore” sono gli effetti di un bipolarismo fondato sul berlusconismo/antiberlusconismo. Non è stato un bello spettacolo! E’ vero i deputati del centrodestra dettero uno spettacolo squallido quando Prodi venne sfiduciato in Parlamento: per festeggiare furono offerti mortadella e spumante! Ma bastano questi episodi per buttare a mare il bipolarismo? E’ necessario, perciò, tornare al sistema elettorale proporzionale con liste plurinominali e voto di preferenza? I nostalgici tenteranno questa operazione, perciò occorre vigilare.

Giovanni Sabbatucci, in un buon libro di qualche anno fa “Il trasformismo come sistema”, scriveva: “Non si può escludere che il ritorno alle regole della Prima Repubblica possa portare a una nuova pietrificazione degli equilibri di governo, cancellando quei caratteri di mobilità delle scelte elettorali e di reale competività del confronto politico che costituiscono…il principale dato positivo della stagione iniziata negli anni ’90. Gli elettori italiani…si sono abituati a partecipare a una gara autentica, in cui si decidono davvero – e si conoscono subito dopo la chiusura delle urne – il colore del governo e il nome del suo leader. Non credo che rinuncerebbero volentieri a questo privilegio, tipico delle democrazie”.

La caduta di Berlusconi potrebbe essere anche conseguenza del risveglio politico di alcuni settori cattolici che ritengono non più utilizzabile l’uomo di Arcore. (Che abbia avuto un ruolo la finanza vaticana?) Il convegno di Todi di qualche settimana fa, le esternazioni di Bagnasco e di Benedetto XVI segnalano un fermento che non lascia indifferente il centrosinistra. La professione di cattolicità di Mario Monti è nota, di qui l’attenzione dei postdemocristiani e dei postcomunisti del PD nostalgici del compromesso storico di memoria berlingueriana.

Ma, mi chiedo, i cattolici possono dar vita solo ad una nuova DC? Oppure possono contribuire a dare energia ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? La storia non si ripete mai allo stesso modo. I cattolici non hanno contribuito molto al nostro Risorgimento, non fornendo utili energie alle forze liberali. Nei primi anni del secolo XX hanno strumentalizzato il notabilato liberale per tentare di impossessarsi del potere ma si sono ritrovati il fascismo, con il quale sono scesi a patti. Grazie anche a quanto avevano acquisito accordandosi con il fascismo sono riusciti a dar vita, nella seconda metà del secolo scorso, al partito democratico cristiano che è stato egemone almeno sino al 1992. In questo ultimo ventennio i cattolici hanno rinunziato al partito unico pensando di poter influenzare, infiltrandosi, sia il centrodestra che il centrosinistra. Ora i cattolici sembrano insoddisfatti del ruolo che stanno svolgendo. Se i cattolici, correggendo l’errore del Risorgimento, si proponessero di offrire energie ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? Mario Monti potrebbe costituire la transizione verso una democrazia liberale?

Comunque, non dimentichiamoci che il tentativo di Mario Monti ha l’obiettivo di riagganciare l’Italia all’Unione europea, o meglio a renderla protagonista e non più solo spettatrice. L’obiettivo è ambizioso e, per noi italiani, è essenziale. Però un governo senza la presenza di politici sembra un governo “anticasta” che dovrebbe essere sostenuto dalla “casta”: lasciare che Monti mendichi la fiducia dal Parlamento non mi pare che sia una buona idea! Pertanto hanno ragione da vendere coloro che sostengono la necessità che i politici “mettano la loro faccia” in questa avventura.

Se il tentativo di Monti (e di Napolitano) dovesse fallire le elezioni anticipate (con il “porcellum”) diventerebbero obbligate e il “si salvi chi può” potrebbe concretizzarsi. (bl)


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11 maggio 2011

Berlusconi, la partitocrazia e gli amici di FB

Caro Nico e cari amici, eccome se c’entra la partitocrazia nel caso di Berlusconi.

Sto leggendo un ottimo libro di un politologo americano, Bernard Manin, pubblicato da il Mulino, nel quale si sostiene che il governo rappresentativo, un po’ in tutte le latitudini, non è in crisi ma sta avendo un’altra metamorfosi dopo quella avvenuta nel corso dei primi anni del secolo XX. Ossia dopo la trasformazione della democrazia dei notabili in democrazia dei partiti. Oggi, secondo Manin la trasformazione della democrazia dei partiti sembra avere la veste della democrazia del pubblico. Naturalmente ci troviamo sempre nell’ambito del governo rappresentativo, quindi nell’ambito della democrazia liberale.

Voglio solo sottolineare che Manin afferma che “nella democrazia dei partiti la libertà dell’opinione pubblica assume la forma della libertà dell’opposizione”. Anche da qui si desume la sua natura liberale.

Gianfranco Pasquino, nel lemma “partitocrazia” del “Dizionario di Politica” diretto da Bobbio, Matteucci e dallo stesso Pasquino scrive: la partitocrazia “si caratterizza per il costante sforzo dei partiti di penetrare nuovi e sempre più vasti ambiti. Culmina nel completo controllo da parte dei partiti di tutta la società. A questo punto davvero Partitocrazia è dominio dei partiti” (1983)

E’ cosa è stata l’ostilità di tutti i partiti di regime (anche del PLI, quindi) nei confronti dell’istituto referendario previsto dalla Costituzione del 1947, se non la volontà palese di controllare tutta la società, ossia impedire la libertà d’opinione che assume la forma della libertà dell’opposizione?

Ecco la differenza tra la partitocrazia e la democrazia dei partiti.

Oggi, di fronte alla nuova metamorfosi, nel disperato tentativo di evitarla, la partitocrazia (Berlusconi + gli antiberlusconiani) ha vincolato maggiormente i rappresentanti ai leaders con il Parlamento dei nominati, lasciando all’opinione pubblica solo la possibilità di ratificare le scelte fatte dai leaders dei berlusconiani e degli antiberlusconiani, impedendo ancora una volta la libertà d’opinione che assume la forma dell’opposizione. La democrazia dei partiti e quella del “pubblico” sono democrazie liberali perché non impediscono la libertà d’opinione che assume la forma della libertà dell’opposizione, al contrario per la partitocrazia che oggi ha in Berlusconi il suo epigono. L’ultimo?


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10 aprile 2011

DOPO BERLUSCONI, NAPOLITANO?

PHILIP M. GODGIFT “I 99 GIORNI CHE TRAVOLSERO IL CAVALIERE” Fazi, Roma 2011

Prima o poi di Berlusconi dovremo farne a meno. In questo libro di fantapolitica si racconta la fase conclusiva della parabola berlusconiana.

Il Cavaliere riesce a costringere il Presidente della Repubblica a sciogliere le Camere e quindi a far indire le elezioni politiche anticipate. Unitamente alla consultazione elettorale la maggioranza parlamentare berlusconiana riesce anche a far indire un referendum (consultivo?) per la scelta del presidenzialismo, quale forma di governo, in luogo del parlamentarismo.

“Nonostante gli scandali nel centrodestra e i litigi nel partito di Governo, sembra che gli italiani siano ancora disposti a dare credito al Cavaliere, fautore di una riforma che piace a tutti.

Anche senza il nuovo partito del presidente Nifi, il centrodestra avrebbe dunque la meglio sul centrosinistra. Alcuni sondaggi danno al Cavaliere un vantaggio da 4 a 6 punti percentuale, altri addirittura da 8 a 10.”

Il cosiddetto “Terzo polo” sembra che possa fare affidamento su un possibile consenso tra il 16 e il 20 per cento. Vorrebbe svolgere il ruolo dell’ago della bilancia, ma proprio a causa della divisione tra centro e sinistra si prevede un altro successo della coalizione “del Cavaliere e del capo padano Berto Rozzi”.

“I democratici hanno cercato di evitare le elezioni, ma hanno fallito. – si legge nel libro – Non sono riusciti neppure a cambiare la legge elettorale, detta ‘maialum’, nonostante abbiano tentato tutti i compromessi possibili.”

Ma quali sono i loro difetti. L’autore così li descrive: “Non hanno una visione del futuro, un programma chiaro e realistico, sono divisi tra vecchi garantisti e prorompenti giustizialisti, hanno puntato sul ribaltamento della situazione per via giudiziaria attraverso i magistrati loro amici, ma sono rimasti con un pugno di mosche. Mancano, soprattutto, di un leader capace di contrastare il carisma del Cavaliere che, con un’apparizione televisiva o una battuta antipolitica, riesce sempre a catalizzare il favore popolare.”

Peggio ancora stanno coloro che sono alla loro sinistra. “Sono divisi da tradizioni ideologiche, da progetti politici, da rivalità territoriali, da reciproche diffidenze e ostilità malamente nascoste.”

La Sinistra per individuare l’antagonista del Cavaliere non fa in tempo ad organizzare le primarie e si affida ad una convenzione nazionale. A furor di popolo viene designato Vendola.

Il Presidente della Repubblica è angosciato. Sa bene che il confronto sarebbe impari. Che fare, allora? Gli sono noti i sondaggi secondo i quali il solo uomo del centrosinistra che potrebbe battere il Cavaliere è lui. Ma lui non è disponibile perché è già impegnato nella Presidenza della Repubblica. Allora, per il bene del paese, si dimette da Presidente della repubblica e si candida a leader della coalizione anticavaliere.

Alle elezioni il Terzo polo, di fronte alla novità della leadership dell’ex Presidente della Repubblica, si apparenta alla Camera al centrosinistra (mentre al Senato avrà una lista autonoma), e questo permetterà la vittoria, per il rotto della scuffia, dello schieramento antiberlusconiano e il rigetto della riforma presidenzialista.

Perciò, al governo della repubblica, Napolitano succede a Berlusconi, mentre Casini succede a Napolitano quale Presidente della Repubblica.

E Berlusconi? Il Cavaliere va in vacanza alle Antille, inseguito da molteplici mandati di cattura.

I protagonisti della lotta politica sono nascosti dietro pseudonimi facilmente traducibili. Cavalier Spernanzoni, Salernitano, Berto Rozzi, Nifi, Centrini, Pendola, etcc. Tra gli altri vi sono Giacinti, Nobino, Massimo Orlin. Indovinate chi sono?

Forse l’indovinello più intrigante è quello che riguarda l’autore….o gli autori? Chi è o chi sono Philip M Godgift? (bl)

INDICE: Prologo – Protagonisti e interpreti – Per una Repubblica Presidenziale – Il potere del malaffare – Un miracolo per la sinistra – La sconfitta del Cavaliere – Epilogo


10 aprile 2011

Napolitano versus Berlusconi?

“[…] Nonostante gli scandali nel centrodestra e i litigi nel partito di Governo, sembra che gli italiani siano ancora disposti a dare credito al Cavaliere, fautore di una riforma che piace a tutti.

Anche senza il nuovo partito del presidente Nifi, il centrodestra avrebbe dunque la meglio sul centrosinistra. Alcuni sondaggi danno al Cavaliere un vantaggio da 4 a 6 punti percentuale, altri addirittura da 8 a 10.[…]

I democratici hanno cercato di evitare le elezioni, ma hanno fallito. Non sono riusciti neppure a cambiare la legge elettorale, detta ‘maialum’, nonostante abbiano tentato tutti i compromessi possibili.

Non hanno una visione del futuro, un programma chiaro e realistico, sono divisi tra vecchi garantisti e prorompenti giustizialisti, hanno puntato sul ribaltamento della situazione per via giudiziaria attraverso i magistrati loro amici, ma sono rimasti con un pugno di mosche.

Mancano, soprattutto, di un leader capace di contrastare il carisma del Cavaliere che, con un’apparizione televisiva o una battuta antipolitica, riesce sempre a catalizzare il favore popolare.[…]”

 

(cfr. PHILIP M. GODGIFT “I 99 GIORNI CHE TRAVOLSERO IL CAVALIERE” Fazi, Roma 2011, pagg. 126-127)


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8 dicembre 2009

DA GARIBALDI E CAVOUR A BERLUSCONI E VELTRONI

AA. VV. “I DISCORSI CHE HANNO CAMBIATO L’ITALIA” Mondadori, Milano 2008


Chi aveva vent’anni nel 1994 difficilmente sa qualcosa del periodo del “compromesso storico”, del “centro-sinistra” di Fanfani e Moro, figuriamoci se gli si parla della socialdemocrazia saragattiana o del laico-cattolico De Gasperi (a proposito: Montanelli sosteneva che quando De Gasperi entrava in chiesa parlava con il padre eterno, mentre il suo sottosegretario Andreotti parlava con i preti, per distinguere due personalità legate alla confessione cattolica che tanto hanno avuto influenza sulla politica italiana) di Valletta o Togliatti.


Il libro raccoglie vari discorsi che, forse non hanno cambiato l’Italia, ma che hanno segnato alcuni cambiamenti di clima.


Pensiamo agli anni successivi a “Mani pulite” e all’introduzione del “Mattarellum”. Sembrava che la “prima repubblica” dirigista e consociativa fosse ormai messa in archivio. La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, il personaggio che nel bene e nel male è stato ed è il protagonista di questi ultimi quindici anni, ha segnato la svolta.


Diceva Berlusconi nel 1994: “L’importante è saper proporre anche ai cittadini italiani gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno fin qui consentito lo sviluppo delle libertà in tutte le grandi democrazie occidentali.” Aggiungeva: “Quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei paesi governati dai vecchi apparati comunisti, per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementare potrebbe fare eccezione proprio l’Italia. Gli orfani e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del paese. Portano con sé un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con le esigenze di un’amministrazione pubblica che voglia essere liberale in politica e liberista in economia.” Liberale in politica e liberista in economia. Appunto.


“Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa,nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà”.


Dopo quindici anni che liberali e liberisti ci troviamo? Il dirigismo e il consociativismo sono davvero buttati dietro alle spalle? Ma siamo davvero nella “seconda repubblica” o prosegue il vecchio regime partitocratrico, con un clima diverso?


Il libro serve per ricordare la mancata Rivoluzione Liberale, annunciata dai padri della Patria del Risorgimento ma, poi, mai attuata. (bl)


INDICE: Prefazione di Paolo Bonaiuti – VITTORIO EMANUELE II: “Il grido di dolore” – GIUSEPPE GARIBALDI: “Concordia!” – CAMILLO BENSO DI CAVOUR: “Libera Chiesa in libero Stato” – AGOSTINO DEPRETIS: “Il discorso dell’attaccapanni” – GIOVANNI GIOLITTI “Crescita e riforme” – DON LUIGI STURZO: “I cattolici tornano alla politica” – AMEDEO BORDIGA: “Nasce il Partito Comunista Italiano” – BENITO MUSSOLINI: “Il discorso del bivacco” – BENITO MUSSOLINI: “La dichiarazione di guerra” – PALMIRO TOGLIATTI: “La svolta di Salerno” – VITTORIO VALLETTA: “L’Italia riparte” – ALCIDE DE GASPERI: “Un uomo solo in difesa dell’Italia” – ALCIDE DE GASPERI: “L’Italia e gli Stati Uniti d’America” – GIUSEPPE SARAGAT: “La scissione di Palazzo Barberini” – ALDO MORO: “Il centrosinistra” – ENRICO BERLINGUER: “La quasi svolta” – BETTINO CRAXI: “Fine della prima repubblica: la denuncia del sistema basato sulla corruzione” – SILVIO BERLUSCONI: “Discorso della discesa in campo” – MASSIMO D’ALEMA: “Fine della Lunga Marcia: L’ex Pci al governo” – APPENDICE: WALTER VELTRONI “Nasce il Partito democratico” e SILVIO BERLUSCONI “Il discorso del predellino”


8 dicembre 2009

Berlusconi, liberale?

“ […] L’importante è saper proporre anche ai cittadini italiani gli stessi obiettivi e gli stessi valori che hanno fin qui consentito lo sviluppo delle libertà in tutte le grandi democrazie occidentali.


Quegli obiettivi e quei valori che invece non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei paesi governati dai vecchi apparati comunisti, per quanto riverniciati e riciclati. Né si vede come a questa regola elementare potrebbe fare eccezione proprio l’Italia. Gli orfani e i nostalgici del comunismo, infatti, non sono soltanto impreparati al governo del paese. Portano con sé un retaggio ideologico che stride e fa a pugni con le esigenze di un’amministrazione pubblica che voglia essere liberale in politica e liberista in economia […]


Per questo siamo costretti a contrapporci a loro. Perché noi crediamo nell’individuo, nella famiglia, nell’impresa,nella competizione, nello sviluppo, nell’efficienza, nel mercato libero e nella solidarietà, figlia della giustizia e della libertà.[…]”

 

(cfr. Silvio Berlusconi “Discorso della discesa in campo” del 26/01/1994 in AA. VV. “I DISCORSI CHE HANNO CAMBIATO L’ITALIA” Mondadori, Milano 2008 pagg. 304-305)


30 settembre 2009

BERLUSCONI E IL REGIME PARTITOCRATICO

CONTINUITA’


Tommaso Padoa Schioppa, sul Corriere della Sera del 20 settembre, ha scritto: “Non è un'esagerazione affermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861 forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una vera opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni recenti.”.


Meraviglia che un moderato faccia un’affermazione che liberali immoderati, da anni inutilmente, sostengono. Affermare che l’ultimo sessantennio è stato consacrato ad una vera opera di distruzione dello stato italiano significa affermare la continuità dell’Italia berlusconiana con la cosiddetta prima repubblica, nonché quest’ultima in continuità con il regime fascista.


Prosegue Padoa Schioppa: “Sono ormai gravemente minacciati la democrazia, principi fondamentali dello Stato di diritto, la preservazione del patrimonio artistico, l'ambiente naturale, il fatto stesso di essere uno Stato unitario.”. Ohibò! Non è forse per questo che noi, liberali immoderati, avversiamo il regime partitocratico? (bl)


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30 settembre 2009

Disdetta per il canone Rai

CAMPAGNA DE "IL GIORNALE" E "LIBERO"


Sembra di essere tornati indietro di qualche decennio. I quotidiani “Il Giornale” e “Libero”, entrambi di area filogovernativa, hanno lanciato una campagna per la disdetta del canone Rai. Alla fine degli anni ’70 e nel corso dei primi anni ’80 dello scorso secolo i radicali si impegnarono in una campagna per la disdetta del canone Rai.


La disinformazione delle reti pubbliche indignava l’opposizione del tempo. Allora il progetto non ebbe fortuna. Negli anni ’90 sempre i radicali, stavolta assieme alla Lega, vararono un referendum abrogativo che mirava alla privatizzazione della Rai e, quindi, a rendere possibile la disdetta del canone (divenuta vera tassa di possesso del televisore, visto il servizio pubblico fornito dalla Rai). Nel 1995 quel referendum fu vinto con il consenso del 55% degli elettori, ma la Rai non fu privatizzata. E dire che la Lega ha contato molto in questi ultimi quindici anni!


Oggi si ritorna a sostenere una campagna per la disdetta del canone Rai solo perché i simpatizzanti di Berlusconi l’hanno con Santoro e la sua trasmissione. Vespa è un conduttore “arbitro” o no? Il fatto che Vespa ha minacciato dagli schermi televisivi di non invitare più Di Pietro alla “sua” trasmissione è forse un esempio di imparzialità?


La verità è che i due quotidiani filogovernativi sperano che il popolo antiberlusconiano, che dimostrerà il prossimo 4 ottobre per la libertà di stampa, si erga a difensore della Rai. In tal modo sarà grasso che cola per Berlusconi.


Oggi 28 settembre sul Corriere della Sera vi è una splendida vignetta di Vincino. Vi sono Berlusconi e Santoro e la didascalia così recita: i due grandi si guardano allo specchio. Vincino ritiene che l’opinione pubblica potrebbe chiedersi: “Dove sarebbe Santoro senza Berlusconi?” e “Dove sarebbe Berlusconi senza Santoro?”. Se l’opinione pubblica si facesse queste domande forse potremmo cominciare a uscire dal tunnel. (bl)



 

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