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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
6 novembre 2011

LIBERALISMO POLITICO E LIBERALISMO ECONOMICO

BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Con la pubblicazione di questo libretto esordisce una lodevole iniziativa del Corriere della Sera che vedrà nelle prossime settimane, ad un prezzo ridottissimo, la possibilità di avere a disposizione una serie di testi politici riguardanti la cultura liberale e democratica. Sturzo, De Gasperi, Gobetti, Croce, Salvemini, Bobbio sono solo i primi autori di preziosi libretti che i lettori del Corriere della Sera potranno acquistare con il quotidiano. Chi scrive ritiene lodevole l’iniziativa perché, parafrasando il titolo di un buon libro di Norberto Bobbio, la politica è cultura il che è da sottolineare in tempi così degradati.

Ad avviso di chi scrive anche aver dato inizio con la pubblicazione di questo libretto non è senza significato. Si parla della ripresa di una iniziativa autonoma dei cattolici in politica e di recente Benedetto XVI ha addossato al liberismo le cause della crisi finanziaria, economica e politica che coinvolge buona parte del mondo capitalistico. Sembra, perciò, che il cattolico impegnato in politica dovrebbe essere antiliberista ed anticapitalista. Invece questa iniziativa del Corriere della Sera indica ai cattolici un altro percorso: i cattolici possono essere anche liberali. In passato lo sono stati De Gasperi e Sturzo e lo stesso Luigi Einaudi, perché non potrebbero esserci dei cattolico-liberali oggi? Anzi i cattolici-liberali non potrebbero costituire l’energia determinante per il successo del laicismo riformatore e democratico nei confronti del populismo clerico-socialista e/o clerico-comunista che oggi sembrano trionfare? Si dirà che l’ostilità dei cattolici è solo per il liberismo e non per il liberalismo. Questa pubblicazione spiega che la contrapposizione tra liberismo e liberalismo è solo terminologica, per cui la simbiosi tra liberalismo politico e liberalismo economico è la regola: la libertà economica vive e muore con la libertà politica. E’ vero esiste il fenomeno della Cina ove una certa libertà economica sembra che viva nonostante il totalitarismo comunista. Ma, fino a quando durerà questa coabitazione?

Ma cos’è il liberismo? Scrive Croce: “Liberismo e comunismo sono due ordinamenti irrealizzabili e irrealizzati nella loro assolutezza…(e), come principi, sono illegittimi. Se ben si meditano, si riducono l’uno alla proposizione che ‘tutto è lecito’ e l’altro all’altra che ‘niente è lecito’.” Risponde Einaudi: “Se il liberismo del ‘tutto è lecito’ fosse pensabile in concreto, gli economisti dovrebbero constatare che la loro premessa astratta della piena concorrenza, pure conservando il proprio valore logico di strumento di ricerca, non troverebbe alcuna attuazione, anzi l’opposto, in un vivente ordinamento liberistico”. Ridurre il liberismo a “tutto è lecito” è costruire un “fantoccio polemico”, perciò è la simbiosi tra liberalismo politico e liberalismo economico quello che Einaudi evidenzia.

“Se si scava a fondo – ha scritto di recente Corrado Ocone – non si potrà non convenire sul fatto che il liberismo metaeconomico, cioè etico, di Einaudi era meno distante di quanto potesse a prima vista sembrare dal liberalismo metapolitico, cioè ancora etico, di Croce” Dario Antiseri afferma: “Il liberalismo di Croce è, tenendo conto delle obiezioni di Einaudi, un liberalismo incompiuto….Che cosa è mai una libertà predicata senza le condizioni per praticarla, anzi immersa in situazioni legali ed economiche che la sradicano fin dal suo sorgere?”. Perciò libertà economica e libertà politica non possono non convivere.

Un discepolo di Einaudi, Bruno Leoni, ha espresso, nel 1967, la seguente opinione sul libretto oggi segnalato: “La disputa …in parte è solo apparente, come quando è limitata a questione di parole…In parte, la disputa è ristretta a questioni di sfumature…tanto Croce quanto Einaudi…sono avversi a un radicale collettivismo e, su questo punto, nonostante qualche apparente contraddizione, entrambi sono estremamente decisi ed espliciti…Non si può negare che la disputa si svolge…sullo sfondo di convincimenti comuni. Croce ed Einaudi, infatti, sono figli del loro tempo, che, in politica economica e in Europa, è stato contrassegnato dal passaggio graduale dalla propugnazione della libertà di mercato a quella di un mercato sottoposto ad una serie di interventi.”

Concludo rilevando che questa pubblicazione non raccoglie tutti gli scritti che possono essere trovate nelle edizioni Ricciardi del 1957 e del 1988, ma è arricchita dalla introduzione di Sergio Romano il quale constata che “anche quando è limitata e vigilata, la libertà economica crea interessi, bisogni, curiosità e comportamenti che allargano progressivamente la sfera delle libertà individuali”. (bl)

INDICE: Prefazione di Sergio Romano – SCRITTI DI BENEDETTO CROCE: I. La religione della libertà; II. Le fedi religiose opposte; III. Principio, ideale, teoria; IV. Forze vitali e forze morali; V. Ancora di liberalismo, liberismo e statalismo – SCRITTI DI LUIGI EINAUDI: I. Liberismo e liberalismo ; II. Tema per gli storici dell’economia: dell’anacoretismo economico; III. Le premesse del ragionamento economico; IV. La terza via sta nei piani?


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6 novembre 2011

Libertà economica e libertà politica

“[…] Liberismo e comunismo sono due ordinamenti irrealizzabili e irrealizzati nella loro assolutezza…(e), come principi, sono illegittimi. Se ben si meditano, si riducono l’uno alla proposizione che ‘tutto è lecito’ e l’altro all’altra che ‘niente è lecito’.[…]

 

(Cfr. BENEDETTO CROCE “LE PREMESSE DEL RAGIONAMENTO ECONOMICO?” dalla Rivista di storia economica a. VI, n. 1 – marzo 1941 – in BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 126-127)

 

 

“[…] Se il liberismo del ‘tutto è lecito’ fosse pensabile in concreto, gli economisti dovrebbero constatare che la loro premessa astratta della piena concorrenza, pure conservando il proprio valore logico di strumento di ricerca, non troverebbe alcuna attuazione, anzi l’opposto, in un vivente ordinamento liberistico.[…]”

 

(Cfr. LUIGI EINAUDI “LE PREMESSE DEL RAGIONAMENTO ECONOMICO?” dalla Rivista di storia economica a. VI, n. 1 – marzo 1941 – in BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 131)

 

 

[…] Se si scava a fondo non si potrà non convenire sul fatto che il liberismo metaeconomico, cioè etico, di Einaudi era meno distante di quanto potesse a prima vista sembrare dal liberalismo metapolitico, cioè ancora etico, di Croce.[…]”

 

(cfr. CORRADO OCONE “PROFILO DEL LIBERALISMO ITALIANO DEL NOVECENTO” in AA.VV. “LIBERALI D’ITALIA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pag. 11)

 

 

[…] Il liberalismo di Croce è, tenendo conto delle obiezioni di Einaudi, un liberalismo incompiuto….Che cosa è mai una libertà predicata senza le condizioni per praticarla, anzi immersa in situazioni legali ed economiche che la sradicano fin dal suo sorgere?[…]”

 

(cfr. DARIO ANTISERI “MA DAVVERO NON ESISTE UN CRITERIO PER DISTINGUERE I LIBERALI VERI DA QUELLI FALSI?” in AA.VV. “LIBERALI D’ITALIA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pag. 50-51)

 

 

[…] La disputa …in parte è solo apparente, come quando è limitata a questione di parole…In parte, la disputa è ristretta a questioni di sfumature…tanto Croce quanto Einaudi…sono avversi a un radicale collettivismo e, su questo punto, nonostante qualche apparente contraddizione, entrambi sono estremamente decisi ed espliciti…Non si può negare che la disputa si svolge…sullo sfondo di convincimenti comuni. Croce ed Einaudi, infatti, sono figli del loro tempo, che, in politica economica e in Europa, è stato contrassegnato dal passaggio graduale dalla propugnazione della libertà di mercato a quella di un mercato sottoposto ad una serie di interventi. […]”

 

(Cfr. BRUNO LEONI “CONVERSAZIONE SU EINAUDI E  CROCE” già in Biblioteca della libertà 1967 ora in “IL PENSIERO POLITICO MODERNO E CONTEMPORANEO” Liberilibri Macerata 2008 pagg. 345-346)


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29 ottobre 2011

Lettera sulle prediche inascoltate

Cari amici e cari compagni,

il 30 ottobre ricorre il 50° anniversario della morte di Luigi Einaudi e, tra le iniziative organizzate, segnalo quella del giorno 31 ottobre a Castelfranco Veneto (Tv) dalle ore 20,45, al Teatro Accademico. L’iniziativa ha per titolo “Prediche inutili ma ancora attuali: quali eredità e quali prospettive a cinquant’anni dalla scomparsa di Luigi Einaudi”. Ne parleranno il prof. Carlo Pelanda e il prof. Mario Bertolissi. Il merito dell’organizzazione va all’assessore alla cultura del Comune di Castelfranco Veneto, dott. Giancarlo Saran e alla fondazione “Luigi Einaudi”, come si legge nel volantino di presentazione dell’iniziativa.

“Prediche inutili” è il fortunato libro pubblicato nel 1959: Einaudi le riteneva inutili perché dimenticate o, piuttosto, inascoltate?

Paolo Silvestri in un buon libro scrive “L’attualità di Einaudi risiede … nella circostanza che il suo pensiero non si riduce ai suoi testi, non costituisce un sistema … chiuso e perfetto. Del resto, è proprio il suo atteggiamento di radicale apertura all’‘esperienza’ e al ‘nuovo’ ad impedirgli una siffatta chiusura. Parafrasando un celebre passo di Musil, potremmo dire che in Einaudi lo spiccato ‘senso della realtà’ si coniughi con un non meno radicale ‘senso della possibilità’”

Una predica riguarda la necessità di avere dei buoni governanti per avere delle buone leggi. E le leggi saranno buone se risponderanno all’esigenza del perseguimento del bene comune. E questo obiettivo è ragionevolmente raggiungibile se i governanti avranno degli ideali.

“Non si governa bene senza un ideale – scriveva Einaudi – Come possiamo immaginare un politico che sia veramente grande …il quale sia privo di un ideale? E come si può avere un ideale e volerlo attuare se non si conoscono i bisogni e le aspirazioni del popolo che si è chiamati a governare e se non si sappiano scegliere i mezzi atti a raggiungere quell’ideale? Ma queste esigenze dicono che il politico non deve essere un mero maneggiatore di uomini; deve saperli guidare verso una meta e questa meta deve essere scelta da lui e non imposta dagli avvenimenti del giorno che passa”.

Norberto Bobbio sentì, nelle parole di Einaudi, una eco del “beruf” – vocazione/passione – di Max Weber. Infatti Weber sosteneva che tre qualità sono soprattutto decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza ma, si chiedeva, “come si possono far convivere nella stessa anima un’ardente passione e una fredda lungimiranza?”. Con la virtù della “prudenza”, ossia con “la capacità di riconoscere i limiti del possibile”, risponde Einaudi.

Oggi la classe dirigente, di maggioranza e di opposizione, manca di passione, di senso di responsabilità e di lungimiranza. Il mancato ascolto della predica einaudiana sta producendo il presente malgoverno.

I buoni governanti, insiste con un’altra predica Einaudi, sono tali se sanno concepire un modello ideale di società. Ne “Le lezioni di politica sociale” , considerate la predica più lunga, tenta di riaffermare e riconfigurare il suo modello di società. “Il mercato – scrive Einaudi nel 1944 – che è già uno stupendo meccanismo, capace di dare i migliori risultati entro i limiti delle istituzioni, dei costumi, di leggi esistenti, può dare risultati ancora più stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni, i costumi, le leggi, entro le quali esso vive allo scopo di toccare i più alti ideali di vita. Lo potremo se vorremo”.

Norberto Bobbio ci ha lasciato scritto che Einaudi “fu un uomo scomodo, ma fu un uomo scomodo perché fu un uomo libero. Combatté con asprezza …gli ideali socialisti di cui vide soltanto l’aspetto statolatrico …ma combattè con altrettanta veemenza coloro che con fortunata metafora chiamò i ‘trivellatori’, gli uomini delle classi alte che traggono profitti illeciti dall’assalto ben protetto alle casse dello stato, coloro che uno dei suoi allievi prediletti, Ernesto Rossi, satireggiò con l’epiteto di ‘padroni del vapore’.” Einaudi aveva una concezione liberale del mondo e della storia, così giudicata da Bobbio:“Una concezione del mondo e della storia che ci ha lasciato una idea, almeno una, che non dovremmo mai dimenticare: la libertà e la fecondità del dissenso”. Vi sembra che questa concezione del mondo e della storia abbia successo in Italia?

Altra predica inascoltata Einaudi l’ha fatta sull’Europa. “E’ un grossolano errore – scriveva nel 1952  dire che si comincia dal più facile aspetto economico per passare al più difficile risultato politico. E’ vero il contrario. Bisogna cominciare dal politico, se si vuole l’economico.”.

In tempi molto più bui degli attuali alcuni lo seppero ascoltare. Lo ascoltarono Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel 1941 ponendo, primi in Europa, le fondamenta ideali e pratiche della progettata unità europea. “La civiltà moderna – si legge nel Manifesto di Ventotene – ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere strumento altrui, ma un autonomo centro di vita….Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto.”.

Scrisse Altiero Spinelli: “ La guerra, che stava tornando sulle terre d’Europa, indusse Ernesto Rossi e me a meditare più da vicino sui rapporti fra stati e in particolare sul significato della povera Società delle Nazioni, di cui le democrazie erano andate così fiere e che aveva così miseramente fallito. Scovammo un volume di scritti di Luigi Einaudi, talmente obliato che esisteva ancora sui cataloghi di Laterza, benché edito nei primi anni venti, nel quale erano riprodotti alcuni suoi articoli pubblicati sul ‘Corriere della sera’ agli inizi del 1919 sotto lo pseudonimo di Junius”

Questa mia lettera si conclude ricordando la commozione che ho avuto prendendo in mano l’edizione originale di un libro pubblicato nel 1921 dalla rivista prezzoliniana “La Voce” intitolato “Gli ideali di un economista”. La commozione era dovuta al fatto che sul primo numero de “La Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, che avevo scoperto da diciottenne nella biblioteca comunale, erano state pubblicate alcune frasi estrapolate da quel libro.

"Sono le idee che fanno muovere gli uomini e che fanno servire le cose materiali ai fini che l'uomo si propone".

Certo, le prediche einaudiane, nonostante abbiano trovato pochi ascoltatori, possono tornarci utili se sapremo cogliere l’opportunità offertaci anche dagli anniversari perché “La libertà, esiste, se esistono uomini liberi; muore se gli uomini hanno l’animo di servi.” (bl)


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10 febbraio 2011

UN MODELLO IDEALE DI SOCIETA’

LUIGI EINAUDI “LEZIONI DI POLITICA SOCIALE” RCS Quotidiani SpA Milano 2010

Luigi Einaudi è stato un grande riformatore liberale. Infatti i suoi studi costituiscono, per i governanti, un suggerimento di “buongoverno”, ossia di buona politica.

Queste “Lezioni” propongono un modello ideale di società.

Einaudi così presenta un primo abbozzo del suo modello ideale di società: “Possiamo e perciò dobbiamo far sì che il mercato utilizzi le sue buone attitudini a governare la produzione e la distribuzione della ricchezza entro certi limiti, che noi consideriamo giusti e conformi ai nostri ideali di una società, nella quale tutti gli uomini abbiano la possibilità di sviluppare nel modo migliore le loro attitudini, e nella quale, pur non arrivando alla eguaglianza assoluta, compatibile solo con la vita dei formicai e degli alveari – che per gli uomini si chiamano tirannidi, dittature, regimi totalitari – non esistano disuguaglianze eccessive di fortune e di redditi.”

Consequenziale è il consiglio: “Perciò noi dobbiamo darci buone leggi, buone istruzioni, creare un buon sistema di istruzione accessibile e adatto alle varie capacità umane, creare buoni costumi. Dobbiamo perciò cercare di essere uomini consapevoli, desiderosi di venire illuminati e di istruirci e dobbiamo, in una nobile gara, tendere verso l’alto. Il mercato, che è già uno stupendo meccanismo, capace di dare i migliori risultati entro i limiti delle istituzioni, dei costumi, delle leggi esistenti, può dare risultati ancora più stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni, i costumi, le leggi, entro le quali vive lo scopo di toccare più alti ideali di vita. Lo potremo se vorremo”

Il liberista Einaudi non è contrario all’interventismo dello stato nell’economia, purché rimuova gli ostacoli al buon funzionamento del mercato. Il monopolio legale e quello naturale rendono malfunzionante il mercato, di qui la necessità di misure legislative. Così come sono necessarie misure legislative per permettere l’uguaglianza dei punti di partenza per gli attori del mercato.

Einaudi è consapevole che l’interventismo può essere pericoloso se si supera il cosiddetto “punto critico”.

Scrive il riformatore piemontese: “Coll’estendere il programma fuori della sua sfera propria, che è quella pubblica, alla sfera che è invece propria dell’individuo, della famiglia, del gruppo sociale … noi abbiamo oltrepassato il punto critico. Siamo di fronte non ad una società di uomini vivi, ma ad un aggregato di automi manovrati da un centro, da una autorità superiore”.

Bruno Leoni, in un discorso pronunciato in occasione della morte di Luigi Einaudi, disse: “Non si tratta del ‘messaggio’ di un apostolo o di un profeta, si tratta della conclusione, ad un tempo orgogliosa e umile, a cui giunge ogni vero studioso delle cose del governo e dello stato”.

Quel che preme al riformatore liberale è la libertà. “Accanto alla libertà dell’eroe che sfida la galera, del martire il quale confessa la fede in Cristo dinnanzi alle belve del circo, del pensatore, il quale, ignorando il tiranno e reputandolo non esistente, dichiara la verità senza preoccuparsi delle conseguenze di essa, vi ha invero la libertà dell’uomo, dell’insegnante, dell’artista, del contadino, del risparmiatore, del lavoratore, del giornalista, dell’amministratore pubblico, del cittadino comune, in genere, il quale vuole godere della libertà pratica, della libertà intesa e desiderata dalla maggior parte degli uomini: quella di pensare ad alta voce, di scrivere e di pubblicare quel che ad ognuno capita di pensare e di voler scrivere senza essere guidato e diretto da un’autorità superiore coattiva; di operare e lavorare e muoversi senza dovere obbedire ad altre regole se non quelle dichiarate in leggi scritte, deliberate da organi legislativi eletti secondo la volontà liberamente e segretamente manifestata da tutti gli uomini; di lodare o biasimare, senza ingiuria o calunnia, legislatori e governanti senza tema di carcere, di multe o di confische; di tentare di cacciare di seggio il governo in carica se a taluno riesca di conquistare la maggioranza degli elettori o degli eletti; di rimanere al governo sinché non si sia cacciati via dalla maggioranza medesima degli elettori e degli eletti; di condurre la propria vita, da solo od associato ai propri compagni di lavoro, costruendo imprese individuali od associate o cooperative o comunistiche, entro limiti posti dalla legge esclusivamente allo scopo di impedire che ognuno danneggi l’uguale diritto altrui a condurre medesimamente la propria vita a proprio piacimento”.

Proprio perché riformatore non può non effettuare una diagnosi per indicare la giusta terapia.

“L’uomo della strada, l’uomo comune – afferma Einaudi – sa che la tirannia è vicina quando esiste una disparità notevole nelle fortune e nei redditi dei cittadini, sicché accanto a pochi ricchissimi si osservino moltitudini di nullatenenti e non esista un numeroso e prospero ceto medio; sì che il tiranno può venire fuori sia dai pochi desiderosi di disporre di uno strumento della propria dominazione economica, sia dai molti ai quali il demagogo ambizioso di conquistare il potere assoluto prometta il saccheggio delle ricchezze dei pochi. Egli sa che la tirannia è vicina ed anzi è già quasi in atto quando lo stato abbia cresciuto siffattamente i suoi compiti … Perciò l’uomo della strada, nemico del tiranno e desideroso di vivere liberamente così come piace all’uomo comune … aborre dai tipi di società i quali si avvicinano al punto critico”.

Nella prefazione a questa edizione Maurizio Ferrara scrive: “E’ un peccato che il pensiero einaudiano non abbia avuto un impatto concreto sulle scelte di politica sociale dei primi anni Cinquanta, che posero invece le basi di quel welfare particolaristico e corporativo del quale non siamo ancora riusciti a liberarci.” E poi aggiunge: “L’evoluzione del modello sociale italiano non ha purtroppo seguito i binari tracciati da Einaudi, consolidando un modello di società poco aperta, dominata da monopoli e corporazioni e dunque poco liberale”.

Non posso concludere questa segnalazione senza ricordare che Federico Caffè, nella nota introduttiva alla edizione pubblicata nella collezione NUE, ha lasciato scritto: “Quel che merita di essere particolarmente rilevato, nell’Einaudi, è la continuità perfetta che si riscontra tra l’uomo di pensiero e l’uomo di azione.”

Essere riformatori significa conseguire la prassi alla teoria: nessuna fuga nell’utopia o nell’ideologia. Ossia non è quello che è accaduto alla maggior parte dei nostri governanti. (bl)

INDICE: Prefazione di Maurizio Ferrara – PARTE PRIMA: Sull’economia di mercato, introduzione alla politica sociale – PARTE SECONDA: Cap. I. I presupposti teorici della legislazione sociale; Cap. II. Le assicurazioni sociali; Cap. III. Le associazioni (sindacati, leghe) operaie; Cap. IV. La partecipazione ai profitti – PARTE TERZA: Concetto e limiti della uguaglianza nei punti di partenza – note


10 febbraio 2011

Della libertà desiderata dall'uomo comune

“[…] Accanto alla libertà dell’eroe che sfida la galera, del martire il quale confessa la fede in Cristo dinnanzi alle belve del circo, del pensatore, il quale, ignorando il tiranno e reputandolo non esistente, dichiara la verità senza preoccuparsi delle conseguenze di essa, vi ha invero la libertà dell’uomo, dell’insegnante, dell’artista, del contadino, del risparmiatore, del lavoratore, del giornalista, dell’amministratore pubblico, del cittadino comune, in genere, il quale vuole godere della libertà pratica, della libertà intesa e desiderata dalla maggior parte degli uomini: quella di pensare ad alta voce, di scrivere e di pubblicare quel che ad ognuno capita di pensare e di voler scrivere senza essere guidato e diretto da un’autorità superiore coattiva; di operare e lavorare e muoversi senza dovere obbedire ad altre regole se non quelle dichiarate in leggi scritte, deliberate da organi legislativi eletti secondo la volontà liberamente e segretamente manifestata da tutti gli uomini; di lodare o biasimare, senza ingiuria o calunnia, legislatori e governanti senza tema di carcere, di multe o di confische; di tentare di cacciare di seggio il governo in carica se a taluno riesca di conquistare la maggioranza degli elettori o degli eletti; di rimanere al governo sinché non si sia cacciati via dalla maggioranza medesima degli elettori e degli eletti; di condurre la propria vita, da solo od associato ai propri compagni di lavoro, costruendo imprese individuali od associate o cooperative o comunistiche, entro limiti posti dalla legge esclusivamente allo scopo di impedire che ognuno danneggi l’uguale diritto altrui a condurre medesimamente la propria vita a proprio piacimento. L’uomo della strada, l’uomo comune […] sa che la tirannia è vicina quando esista una disparità notevole nelle fortune e nei redditi dei cittadini, sicché accanto a pochi ricchissimi si osservino moltitudini di nullatenenti e non esista un numeroso e propspero ceto medio; sì che il tiranno può venire fuori sia dai pochi desiderosi di disporre di uno strumento della propria dominazione economica, sia dai molti ai quali il demagogo ambizioso di conquistare il potere assoluto prometta il saccheggio delle ricchezze dei pochi. Egli sa che la tirannia è vicina ed anzi è già quasi in atto quando lo stato abbia cresciuto siffattamente i suoi compiti […] Perciò l’uomo della strada, nemico del tiranno e desideroso di vivere liberamente così come piace all’uomo comune […] aborre dai tipi di società i quali si avvicinano al punto critico; aborre cioè ugualmente dalle società dove la ricchezza è concentrata in poche mani come da quelle nelle quali i beni strumentali: i cosiddetti strumenti della produzione, sono posseduti da una mitica cosiddetta collettività, che vuol dire il gruppo politico o sociale impadronitosi del potere, qualunque sia la formula, nazionalistica o razzistica o comunistica, con la quale si sia giustificata la conquista del potere. […]”

 

(cfr. LUIGI EINAUDI “LEZIONI DI POLITICA SOCIALE” RCS Quotidiani SpA Milano 2010, pag. 248 - 249)


10 febbraio 2011

Il punto critico

“[…] Coll’estendere il programma fuori della sua sfera propria, che è quella pubblica, alla sfera che è invece propria dell’individuo, della famiglia, del gruppo sociale, della vicinanza, della comunità, dell’associazione volontaria, della fondazione scolastica benefica educativa, tutti istituti coordinati bensì ed interdipendenti ma forniti di propria vita autonoma, di propria volontà, noi abbiamo oltrepassato il punto critico. Siamo di fronte non ad una società di uomini vivi, ma ad un aggregato di automi manovrati da un centro, da una autorità superiore.[….]”.

 

(cfr. LUIGI EINAUDI “LEZIONI DI POLITICA SOCIALE” RCS Quotidiani SpA Milano 2010, pag. 243)


10 febbraio 2011

Il compito del Mercato

“[…] Possiamo e perciò dobbiamo far sì che il mercato utilizzi le sue buone attitudini a governare la produzione e la distribuzione della ricchezza entro certi limiti, che noi consideriamo giusti e conformi ai nostri ideali di una società, nella quale tutti gli uomini abbiano la possibilità di sviluppare nel modo migliore le loro attitudini, e nelaquale, pur non arrivando alla eguaglianza assoluta, compatibile solo con la vita dei formicai e degli alveari – che per gli uomini si chiamano tirannidi, dittature, regimi totalitari – non esistano disuguaglianze eccessive di fortune e di redditi. Perciò noi dobbiamo darci buone leggi, buone istruzioni, creare un buon sistema di istruzione accessibile e adatto alle varie capacità umane, creare buoni costumi. Dobbiamo perciò cercare di essere uomini consapevoli, desiderosi di venire illuminati e di istruirci e dobbiamo, in una nobile gara, tendere verso l’alto. Il mercato, che è già uno stupendo meccanismo, capace di dare i migliori risultati entro i limiti delle istituzioni, dei costumi, delle leggi esistenti, può dare risultati ancora più stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni, i costumi, le leggi, entro le quali vive lo scopo di toccare più alti ideali di vita.

Lo potremo se vorremo […]”.

 

(cfr. LUIGI EINAUDI “LEZIONI DI POLITICA SOCIALE” RCS Quotidiani SpA Milano 2010, pag. 44 - 45)


9 gennaio 2011

Adam Smith, liberale

“[…] Che i liberali siano fautori dello stato assente, che Adam Smith sia il campione dell’assoluto lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire ‘superata’ l’idea liberale; ma non hanno mai letto nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che esso consista. […]”

(cfr. LUIGI EINAUDI in "PREDICHE INUTILI" Einaudi, Torino 1974, pag. 217)


24 ottobre 2008

PREDICHE INUTILI?

PAOLO SILVESTRI “IL LIBERALISMO DI LUIGI EINAUDI O DEL BUONGOVERNO” Rubbettino, Soveria Mannelli 2008

Il pensiero e l’azione del moderato Luigi Einaudi hanno lasciato il segno in questa repubblica postfascista? Basti pensare che è stato il primo Presidente della Repubblica (dopo il capo provvisorio Enrico De Nicola), nonché ministro e vicepresidente del Consiglio. Eppure il suo liberalismo che, in questo ottimo libro, è identificato con il mito del “Buongoverno”, non si ritrova in un regime caratterizzato dallo scarso rispetto della legalità, dalla presenza di cattivi governanti, dalla confusione dei poteri, dalla mera conservazione dello status quo senza alcun progetto e con sudditi dalla vita privata tutt’altro che esaltante.

Ha predicato inutilmente, allora? Per i liberali, no di certo. Annota Paolo Silvestri: “L’attualità di Einaudi risiede … nella circostanza che il suo pensiero non si riduce ai suoi testi, non costituisce un sistema … chiuso e perfetto. Del resto, è proprio il suo atteggiamento di radicale apertura all’‘esperienza’ e al ‘nuovo’ ad impedirgli una siffatta chiusura. Parafrasando un celebre passo di Musil, potremmo dire che in Einaudi lo spiccato ‘senso della realtà’ si coniughi con un non meno radicale ‘senso della possibilità’”.

Il liberale piemontese era un uomo del secolo XIX, ma aveva tentato di incidere nel XX, pur non apprezzandolo molto. Significativo, sul punto, l’ammirazione per Cavour e la disistima per Giolitti (al contrario di Benedetto Croce). Però l’eguaglianza dei punti di partenza, l’abolizione del valore legale della laurea, l’eliminazione dell’albo dei giornalisti, l’anticentralismo, l’apprezzamento per l’economia della concorrenza quale condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la difesa della libertà individuale, hanno un sapore di modernità che non possono essere trascurati oggi.

“Il totalitarismo vive col monopolio; la libertà vive perché vuole la discussione fra la libertà e l’errore; – così affermava Einaudi in una famosa ‘predica inutile’ – sa che, solo attraverso all’errore, si giunge, per tentativi sempre ripresi e mai conchiusi, alla verità. Nella vita politica la libertà…esiste sinchè esiste la possibilità della discussione, della critica. Trial and error; possibilità di tentare e di sbagliare; libertà di critica e di opposizione; ecco la caratteristica dei regimi liberi.”. Sembra sentire un’eco delle “Congetture e confutazioni” di Karl Popper.

L’obiettivo dei riformatori moderni è sostanzialmente la Rivoluzione liberale e il mito del “Buongoverno” è di aiuto per avere finalmente il governo della legge con buoni governanti, con istituzioni frutto del bilanciamento e dell’equilibrio dei poteri, oltre a porre la prudenza come criterio regolativo non solo della vita privata dei cittadini ma anche del governo della cosa pubblica. (bl)

INDICE: L’ORDITO: Tòpoi e categorie: A) “La bellezza della lotta”, B) L’antropologia, C) Tra scienza “pura” e predica “appassionata” – LA TRAMA: Società e governo: I. L’opinione pubblica, II. “La scuola educativa”, III. Organizzazioni sindacali e corporativismo, IV. Liberismo e liberalismo, V. Mercato e stato, VI. Equilibrio dei poteri, governo della legge, élite – LA FIGURA: Il Buongoverno


24 ottobre 2008

Uguaglianza nei punti di partenza

“[…] L’uomo comune […] sa che la tirannia è vicina quando esista una disparità notevole nelle fortune e nei redditi dei cittadini, sicché accanto a pochi ricchissimi si osservino moltitudini di nullatenenti e non esista un numeroso e prospero ceto medio; sì che il tiranno può venir fuori sia dai pochi desiderosi di disporre di uno strumento della propria dominazione economica, sia dai molti ai quali il demagogo ambizioso di conquistare il potere assoluto prometta il saccheggio delle ricchezze dei pochi. Egli sa che la tirannia è vicina ed anzi è già quasi in atto quando lo stato abbia cresciuto […] i suoi compiti […] l’uomo della strada, nemico del tiranno e desideroso di vivere liberamente così come piace all’uomo comune […] aborre […] egualmente dalle società dove la ricchezza è concentrata in poche mani come da quelle nelle quali i beni strumentali […] sono posseduti da una mitica collettività […]”

 

(Cfr. LUIGI EINAUDI “LEZIONI DI POLITICA SOCIALE” Einaudi, Torino 1965 pagg.327-328)



 

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