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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
28 agosto 2011

LEGALITA’

La battaglia di Marco Pannella e dei suoi compagni radicali per la convocazione straordinaria del Parlamento per discutere sulla questione “giustizia” e, quindi, amnistia, indulto, depenalizzazione e decarcerizzazione ha raggiunto un primo obiettivo: il Parlamento discuterà.

E’ significativo che gli unici onorevoli che non hanno voluto per nulla prendere in considerazione la richiesta siano stati i membri della Lega Nord e di Italia dei Valori. Gli uni e gli altri, pur apparendo antagonisti in realtà hanno come minimo comun denominatore una vocazione giustizialista e giacobina. Il loro manicheismo li rende refrattari a qualunque proposta liberale.

La questione giustizia è centrale sia che l’incendio finanziario-economico-politico si riesca a spegnere e sia, soprattutto, qualora giungesse il momento del “si salvi chi può” La questione giustizia si traduce nel ripristino della legalità, ossia del rispetto della legge di fronte a disapplicazioni o a interpretazioni addomesticate che sono effettuate sempre ai danni dei più deboli.

Il regime carcerario in Italia è frutto di disapplicazioni e di interpretazioni addomesticate delle leggi esistenti visto che la nostra Costituzione al secondo comma dell’art. 27 recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il sovraffollamento delle carceri non solo rende il trattamento detentivo contrario al senso di umanità e impedisce la rieducazione del condannato, ma rende difficile, oneroso e pericoloso il lavoro di tutti gli altri abitanti degli istituti penitenziari. Perciò l’amnistia è invocata soprattutto per le illegalità del regime e i vantaggi saranno goduti non solo dai detenuti che potranno vivere in ambienti più decorosi, dagli operatori degli istituti detentivi che potranno lavorare con meno pericolo, dai magistrati che potranno liberare il loro tavolo da fascicoli che ritardano i processi e dai cittadini che potranno avere risposte alla loro domanda di giustizia in tempi ragionevoli.(bl)


24 gennaio 2010

Fine del diritto? No, fede nel diritto

AA.VV. “FINE DEL DIRITTO?” Il Mulino, Bologna 2009

PIERO CALAMANDREI “FEDE NEL DIRITTO” Laterza, Roma- Bari 2008



Stavolta segnalo due volumetti molto interessanti, da leggersi l’uno dopo l’altro. Il primo è un volumetto collettaneo in cui si possono trovare i contributi di alcuni noti giuristi.


“No, non siamo alla vigilia della fine del diritto; quella che sta tramontando è una certa forma di diritto …Ciò che sta tramontando è l’identificazione tra il diritto e la legge, vale a dire il diritto considerato come un insieme di norme che emanano, direttamente o indirettamente, da un’unica fonte, lo stato.” Pietro Rossi così riassume il pare dei giuristi interpellati.


Invero oggi le fonti di produzione del diritto sono molteplici come il loro intreccio. La lettura dell’ultima opera di Antonio Padoa Schioppa (“Storia del diritto in Europa” Il Mulino, Bologna 2007) fornisce una prova dell’intreccio di questa molteplicità di fonti. Accanto alle norme di provenienza statale ne abbiamo altre di provenienza sopranazionale, anche di qui l’ipertrofia del dato normativo.


La certezza del diritto, quindi, diventa una chimera, ammesso che un tempo ci sia veramente stata? Ma a cosa, allora, aggrapparci? Al principio della “legalità” e all’autonomia reciproca tra il momento legislativo e l’applicazione giudiziaria del diritto. Ce lo ricorda il secondo volumetto contenente un inedito di Piero Calamandrei intitolato “Fede nel diritto” (con tre note di lettura di Guido Alpa, Gustavo Zagrebelsky e Pietro Rescigno).


Scrive Calamandrei, o meglio diceva nella sua conferenza fiorentina del 21 gennaio 1940, quindi in epoca fascista ed alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, “Importa sì, avere nello stato delle leggi giuste: ma assai spesso, nella realtà sociale, i singoli non sono in grado di valutare se e perché le leggi che li reggono sono giuste, di apprezzare nel loro equilibrio gli elementi politici di cui ha dovuto tener conto il legislatore quando ha posto il diritto; e assai più che alla giustizia delle leggi i singoli sono sensibili alla giustizia della loro applicazione: sono disposti a osservare una legge anche se dura, purché si convincano ch’essa, nelle stesse circostanze, sarà dura nello stesso modo per tutti gli altri, senza evasioni e senza titubanze.” Aveva poco prima precisato: “ L’attività dei giuristi, come tecnici dell’applicazione delle leggi, si distingue, per metodo, per studi, per forma mentis, dall’attività di coloro che, invece di applicare ai casi della vita il diritto già formulato nelle leggi vigenti, si adoprano a creare il diritto nuovo … Quest’ultima attività … è quella che nel linguaggio ordinario si chiama … la politica.”.


Il principio di legalità corrisponde all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, un principio che non solo, oggi, è iscritto nella nostra Costituzione, ma è un principio che, se violato, rende nulla qualsiasi Costituzione per cui la legge diventa solo la regola della forza pura. Mentre l’autonomia reciproca tra il momento legislativo e l’applicazione giudiziaria del diritto impedisce l’uso della politica a fini di giustizia e l’uso di quest’ultima a fini politici.


Nella recente lettera del Presidente della Repubblica alla vedova di Bettino Craxi, in occasione del decennale della morte, Napolitano riconosce “che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona”. Ossia nel suo caso, secondo Napolitano, non vi è stata uguaglianza di fronte alla legge, per cui il principio di legalità era stato violato, lasciando anche, intravedere la denuncia di un’attività politica da parte degli inquirenti.


La gravità di questa dichiarazione, proveniente addirittura dal Capo dello Stato, non ha destato molto clamore, quasi a voler far passare sotto silenzio il deplorevole stato della legalità (oltre alla confusione del potere giudiziario con il potere politico) nel nostro paese. Altro che la mafia o le leggi ad personam! Anzi queste sono le conseguenze della crisi del diritto in atto, da tempo, nel nostro paese. Ossia non c’è più l’adeguamento dei comportamenti umani, anche dei più forti, alla legge ma questa viene adattata ai comportamenti dei più forti, con resistenze da parte del giudiziario che, alle volte, travalica il limite del rispetto dell’autonomia del momento legislativo.


La fede nel diritto, ossia il rispettare il principio di legalità e l’autonomia reciproca tra il momento legislativo e l’applicazione giudiziaria del diritto, come ci ha insegnato Piero Calamandrei, è il vaccino nei confronti di qualsiasi degenerazione autoritaria. Di qui la pretesa, anche nei confronti dell’autorità, di rispettare le proprie leggi.


Non basta, perciò riconoscere che il diritto non è morto, dato che la società continua ad esistere (ubi societas, ibi ius), occorre l’osservanza della legge perché solo questa garantisce la pace e la libertà di ognuno.(bl)


AA.VV. “FINE DEL DIRITTO?” Il Mulino, Bologna 2009

INDICE: “Premessa” di Pietro Rossi – “Una pluralità di soluzioni e di diritti come felice inizio” di Luigi Caporossi Colognesi – “Eclissi o rinascita del diritto?” di Sabino Cassese – “Diritto che cambia e diritto che svanisce” di Vincenzo Ferrari – “Fine o metamorfosi” di Maurizio Fioravanti – “Principio di legalità e processo penale” di Gilberto Lozzi – “Pluralità di ordinamenti ed espansione della giuridicità” di Pietro Rescigno – “Postfazione” di Pietro Rossi


PIERO CALAMANDREI “FEDE NEL DIRITTO” Laterza, Roma- Bari 2008

INDICE: Una travagliata apologia della legge di Gustavo Zagrebelsky – Il rifiuto del sistema normativo dei totalitarismi di Pietro Rescigno – Un atto di “fede nel diritto” di Guido Alpa – FEDE NEL DIRITTO – Appendice: a) Tra Socrate e Antigone di Silvia Calamandrei b) Il dialogo epistolare tra Calamandrei e Calogero


24 gennaio 2010

Fine del diritto?

“No, non siamo alla vigilia della fine del diritto; quella che sta tramontando è una certa forma di diritto …Ciò che sta tramontando è l’identificazione tra il diritto e la legge, vale a dire il diritto considerato come un insieme di norme che emanano, direttamente o indirettamente, da un’unica fonte, lo stato.”

 

(cfr. PIETRO ROSSI “Postfazione” in AA.VV. “FINE DEL DIRITTO?” Il Mulino, Bologna 2009, pag 93)


10 gennaio 2010

In primo piano

NONVIOLENZA E LEGALITA’


Quanto è accaduto in Calabria, a Rosarno, non può essere passato sotto silenzio. E’ una oscenità l’aver deportato un migliaio di migranti per evitare che fossero fatti a pezzi dalla gente nata in quel territorio. E’ lo Stato, è la politica che si è arresa alla violenza. Ci si è tanto accapigliati sul multiculturalismo o sul pluralismo culturale mentre in territorio italiano si è praticato prima qualcosa simile allo schiavismo e poi, non appena vi sono stati segni di una ribellione, un tentativo di progrom nei confronti di una etnia ritenuta estranea. La guerra tra poveri è stata scatenata dall’indifferenza delle autorità costituite che per troppo tempo hanno avallato illegalità praticate alla luce del sole. Pare che la BBC abbia trasmesso addirittura un anno prima un documentario attestante il degrado in cui sopravvivevano quei poveri migranti sfruttati da altri poveracci per la raccolta degli agrumi.


In una situazione del genere praticare la nonviolenza per tentare di far rispettare la legalità e davvero una opera improba. Sull’ultimo numero di “Quaderni Radicali”, la bella rivista dell’amico Geppy Rippa, Marco Pannella ha affermato che per lui “Gandhi e la nonviolenza sono il completamento senza il quale i Lumi, l’illuminismo, il laicismo, sono mera astrazione”. Ossia la nonviolenza non è incompatibile con il liberalismo, anzi la pratica della nonviolenza modernizza il liberalismo e lo attualizza.


In questi giorni Gaoussou Ouattarà, radicale ivoriano, sta praticando lo sciopero della fame insieme a trecento immigrati, e l’obiettivo è la richiesta di rispettare la legge sul rilascio e il rinnovo dei permesso di soggiorno. Gaoussou è stato appena sostituito, nel suo lungo sciopero, da Shukri Said, attrice e segretaria dell`associazione Migrare, conduttrice di un bel programma di Radio Radicale, ora cittadina italiana. Il permesso di soggiorno, secondo la legge italiana, dovrebbe essere consegnato entro venti giorni, e tarda invece di molti mesi, fino a oltre un anno, lasciando le persone in balia dell`arbitrio e della mortificazione, come ricorda Adriano Sofri nella sua rubrica tenuta su Il Foglio di Ferrara.


Non mi sembra che queste notizie abbiano avuto l’onore delle cronache dei quotidiani più diffusi. L’informazione è necessaria alla lotta nonviolenta e questa è idonea per combattere l’illegalità e permettere, nel medesimo tempo, una convivenza pacifica tra avversari mentre la violenza mira a “cancellare” l’avversario. L’integrazione tra etnie diverse dipende dalla volontà della gente nata in quel territorio e dei nuovi arrivati perciò la legalità e la  nonviolenza sono indispensabili se si vuole una comunità civile e pacifica. (bl)


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22 ottobre 2008

La legalità che manca

FINALMENTE!

 

Dopo ben 22 votazioni il Parlamento, eleggendo l’avv. Frigo alla Corte Costituzionale, ha ripristinato un po’ di legalità violata dal maggio 2007, dopo le dimissioni dell’avv. Vaccarella.


Abbiamo avuto un organo costituzionale privo di un componente che doveva essere eletto dal Parlamento. Nella passata legislatura il Parlamento non era in grado di funzionare, quindi l’incapacità ad adempiere il proprio obbligo era stato sanzionato anche con lo scioglimento anticipato delle Camere. Dopo le elezioni di aprile il Parlamento sembrava tornato in condizioni di funzionare, invece l’obbligo di sanare il vizio della mancanza del plenum della Corte Costituzionale non era adempiuto.


Questa ennesima violazione della legalità era indubbiamente dovuta alla protervia della partitocrazia. Maggioranza ed opposizione sono state entrambe responsabili. Passi la protervia della maggioranza (confondono la “dittatura della maggioranza” con il consenso popolare ricevuto) ma sconcerta l’opposizione. Basti riflettere sull’affermazione del leader dell’opposizione secondo il quale la questione doveva passare sotto silenzio perché “non interessava i cittadini”, con l’esplicito invito, quindi, a “non far interessare i cittadini”. Qualcuno ha definito l’atteggiamento di Veltroni “qualunquista”. Troppo buono! L’atteggiamento di Veltroni và confrontato con le iniziative di Marco Pannella e degli eletti democratici-radicali che hanno tentato di denunciare alla pubblica opinione questa ennesima violazione della legalità.


L’atteggiamento di Veltroni va, naturalmente, confrontato anche con la dichiarazione del Presidente della Repubblica che ha così affermato: «Desidero esprimervi il mio vivo compiacimento per l'elezione del giudice costituzionale che ha coronato i vostri difficili sforzi per porre fine a un grave ritardo e per garantire lo svolgimento della insostituibile funzione di garanzia della Corte nella pienezza della sua composizione».


Resta in piedi ancora la questione della presidenza della commissione di vigilanza Rai, anch’essa bloccata dalla protervia della partitocrazia.


La denuncia di Pannella e dei radicali ha contribuito a restaurare un po’ di legalità. E’ un merito che va loro riconosciuto. Se si acquista la consapevolezza che la mancanza di legalità è il più grave difetto del regime, forse i riformatori potrebbero diventare utili.


8 luglio 2007

Democrazia

“[…] Democrazia significa certezza del diritto e soprattutto è anche rispetto delle regole del gioco. Quale certezza del diritto abbiamo nel nostro paese […]? Certezza del diritto è certezza del diritto sostantivo e procedurale. In democrazia, il momento procedurale probabilmente è ancora più fondamentale di quello apparentemente sostantivo. Le regole del gioco, il come comportarsi, il come stare insieme, la codificazione di queste regole procedurali, è sostanza della democrazia prima ancora di altre parti che appaiono non procedurali e quindi dovrebbero e potrebbero apparire più sostantive ancora in termini di fondo dell’esistenza della democrazia. Le regole del gioco sono state violate immediatamente. […]”

(19/05/1978)

(MARCO PANNELLA “A SINISTRA DEL PCI” Kaos edizioni, Milano 2007 pag. 443)


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