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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
16 gennaio 2012

Lettera su due "no"

Cari amici e cari compagni,

i due no del 12 gennaio scorso, quello della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei referendum sulla legge cosiddetta “porcellum” e quello del Parlamento sulla insussistenza del “fumus persecutionis” nei confronti di un parlamentare, meritano una particolare attenzione.

Comincerò dal primo “no”.

La legge n. 352 del 25 maggio 1970 attuativa dell’istituto referendario previsto dalla nostra Costituzione così recita all’art. 33:

“Il presidente della Corte costituzionale, ricevuta comunicazione dell'ordinanza dell'Ufficio centrale che dichiara la legittimità di una o più richieste di referendum, fissa il giorno della deliberazione in camera di consiglio non oltre il 20 gennaio dell'anno successivo a quello in cui la predetta ordinanza è stata pronunciata, e nomina il giudice relatore.

Della fissazione del giorno della deliberazione è data comunicazione di ufficio ai delegati o presentatori e al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Non oltre tre giorni prima della data fissata per la deliberazione, i delegati e i presentatori e il Governo possono depositare alla Corte memorie sulla legittimità costituzionale delle richieste di referendum.

La Corte costituzionale, a norma dell'articolo 2 della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, decide con sentenza da pubblicarsi entro il 10 febbraio, quali tra le richieste siano ammesse e quali respinte, perché contrarie al disposto del secondo comma dell'articolo 75 della Costituzione.

Della sentenza è data di ufficio comunicazione al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle due Camere, al Presidente del Consiglio dei Ministri, all'Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di cassazione, nonché ai delegati o ai presentatori, entro cinque giorni dalla pubblicazione della sentenza stessa. Entro lo stesso termine il dispositivo della sentenza è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.”

Quindi in base alla normativa vigente nessuna interferenza dovrebbe sussistere tra la richiesta di abrogazione della normativa ritenuta inopportuna e la decisione di ammissibilità dei quesiti referendari. Infatti il dato numerico (nel caso di specie ben un milione e duecentomila elettori) incide sul giudizio di legittimità e non sul successivo e conseguente giudizio di ammissibilità. In questo caso saranno altri i criteri che guidano il giudizio. Saranno i criteri stabiliti dalle norme costituzionali e/o da altre leggi o prassi. Innanzi tutto dovranno verificare se le norme in questione riguardano materie sottratte alla procedura referendaria. Verificato che non era così si è proceduto a verificare se ostassero all’ammissibilità altre leggi o la prassi. Dato che l’obiettivo esplicitato nel quesito era l’abrogazione della legge elettorale detta “porcellum” per far tornare in vita (la cosiddetta “reviviscenza”) il “mattarellum” i giudici della Consulta hanno dovuto dichiarare l’inammissibilità perché la “reviviscenza” non è prevista in caso di referendum abrogativo e il “vuoto” legislativo in tema elettorale non è mai stato ammesso. Quindi nessun attentato ai diritti costituzionali e perciò bisogna considerare altamente irresponsabile l’appello eversivo di Di Pietro e dell’IdV volto a sollevare la piazza contro le istituzioni. Dispiace per la delusione degli oltre un milione e duecentomila elettori ma la responsabilità è ascrivibile tutta intera ai promotori del referendum: Di Pietro, Vendola e (purtroppo) Parisi.

Per quanto riguarda l’altro “no” del 12 dicembre quello del Parlamento che ha dichiarato la “ipotizzabilità in astratto di un particolare accanimento” nei confronti di un membro del Parlamento si basa su una prerogativa costituzionale. Ossia l’autonomia dei parlamentari nei confronti della magistratura. Si tratta della separazione dei poteri insegnataci da Montesquieu!

L’art. 68 della Costituzione oggi in vigore così recita:

“[I] I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni .

[II] Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza.

[III] Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri delParlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.”

Vorrei ricordare che detto articolo è stato così sostituito dall'art. 1 l. cost. 29 ottobre 1993, n. 3. Il testo originario recitava:

“[I]. I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. [II]. Senza autorizzazione della camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l'ordine di cattura. [III]. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione una membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile.”

Quindi il Parlamento non ha né più né meno rispettato la Costituzione repubblicana. Per carità è opinabile che il Parlamento abbia ipotizzato in astratto un particolare accanimento nei confronti di un membro del Parlamento, (ossia il fumus persecutionis) ma la decisione è tutt’altro che sovversiva.

Dal punto di vista politico c’è da dire che i due “no” hanno tolto due spine allo spinoso percorso del governo Monti. Non per niente le forze politiche ostili al governo Monti ne hanno subito le conseguenze: Di Pietro svelando il proprio volto eversivo e la Lega dilaniandosi per non aver raggiunto l’obiettivo di indurre il Pdl a far cadere il governo Monti. Ricordiamoci che entrambe le forze dell’opposizione sono le uniche che puntano irresponsabilmente alle elezioni anticipate.

Concludendo: il governo Monti è sorretto da una grande maggioranza che costituisce il superamento della contrapposizione antiberlusconiani/berlusconiani e i due no rafforzano il nuovo corso politico. (bl)


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14 novembre 2011

Lettera sulla caduta di Berlusconi

Cari amici e cari compagni,

Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni del suo quarto governo nelle mani del Presidente della Repubblica. Così facendo ha aperto la strada al conferimento dell’incarico a Mario Monti, ritenuto da molti la “riserva della Repubblica”.

Silvio Berlusconi non aveva il dovere di dimettersi perché il Parlamento non lo aveva sfiduciato. Solo in questo caso la Costituzione impone le dimissioni perché, formalmente, il nostro regime è una democrazia parlamentare. Però Berlusconi, pur godendo di un’ampia maggioranza al Senato, alla Camera aveva solo la maggioranza relativa e non quella assoluta; e un governo non può fare affidamento su di una tale maggioranza per affrontare la sfida che la finanza internazionale stava portando al debito sovrano.

A me Berlusconi non piace perché la promessa di rivoluzione liberale non l’ha mantenuta, perché ha utilizzato il potere politico per difendersi dalle sue disavventure giudiziarie, perché non ha fatto nulla per offrire una immagine integerrima della sua vita privata, perché è l’esponente più significativo del conflitto tra l’interesse privato e l’interesse pubblico.

Stavolta devo, però, riconoscergli il merito di aver scelto di farsi da parte per permettere il tentativo di una diversa difesa degli interessi nazionali.

Alcuni diranno che lo ha fatto perché costretto dallo spread dei Buoni del Tesoro italiani e dei Bund tedeschi. In una democrazia parlamentare è il Parlamento che manda a casa i governi e non certamente la finanza internazionale. Affermare che è stato sfiduciato dallo “spread” significa dargli ragione sull’esistenza di un complotto finanziario ai suoi danni. Personalmente non credo nell’esistenza di complotti, credo che il notevole debito pubblico, accumulato dal nostro paese in un lasso di tempo molto più lungo della presenza di Berlusconi al governo, ha esposto il nostro paese alla sfida della finanza internazionale.

La caduta di Berlusconi ha degli aspetti, diciamo, “sui generis”. Lo aveva notato Michele Ainis. C’è stato un preannuncio di dimissioni (o pre-dimissioni) per permettere al Presidente della Repubblica di effettuare delle pre-consultazioni e ventilare un pre-pre-incarico e si è lanciato un pre-toto-ministri. Inoltre è stata approvata una finanziaria che non sarà attuata dal governo che l’ha predisposta.

Questi aspetti provano la drammaticità della situazione che stiamo attraversando. La gazzarra scoppiata in piazza la sera del 12 novembre contraddice la serietà del momento.

Alcuni contestatori di fronte al Quirinale hanno intonato, l’altra sera, cori, insulti e lanciato monetine nei confronti del Presidente del Consiglio dimissionando.

Da una parte i tifosi del “meno male che Silvio c’è” e dall’altra i tifosi “Ho un sogno nel cuore/Berlusconi a San Vittore” sono gli effetti di un bipolarismo fondato sul berlusconismo/antiberlusconismo. Non è stato un bello spettacolo! E’ vero i deputati del centrodestra dettero uno spettacolo squallido quando Prodi venne sfiduciato in Parlamento: per festeggiare furono offerti mortadella e spumante! Ma bastano questi episodi per buttare a mare il bipolarismo? E’ necessario, perciò, tornare al sistema elettorale proporzionale con liste plurinominali e voto di preferenza? I nostalgici tenteranno questa operazione, perciò occorre vigilare.

Giovanni Sabbatucci, in un buon libro di qualche anno fa “Il trasformismo come sistema”, scriveva: “Non si può escludere che il ritorno alle regole della Prima Repubblica possa portare a una nuova pietrificazione degli equilibri di governo, cancellando quei caratteri di mobilità delle scelte elettorali e di reale competività del confronto politico che costituiscono…il principale dato positivo della stagione iniziata negli anni ’90. Gli elettori italiani…si sono abituati a partecipare a una gara autentica, in cui si decidono davvero – e si conoscono subito dopo la chiusura delle urne – il colore del governo e il nome del suo leader. Non credo che rinuncerebbero volentieri a questo privilegio, tipico delle democrazie”.

La caduta di Berlusconi potrebbe essere anche conseguenza del risveglio politico di alcuni settori cattolici che ritengono non più utilizzabile l’uomo di Arcore. (Che abbia avuto un ruolo la finanza vaticana?) Il convegno di Todi di qualche settimana fa, le esternazioni di Bagnasco e di Benedetto XVI segnalano un fermento che non lascia indifferente il centrosinistra. La professione di cattolicità di Mario Monti è nota, di qui l’attenzione dei postdemocristiani e dei postcomunisti del PD nostalgici del compromesso storico di memoria berlingueriana.

Ma, mi chiedo, i cattolici possono dar vita solo ad una nuova DC? Oppure possono contribuire a dare energia ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? La storia non si ripete mai allo stesso modo. I cattolici non hanno contribuito molto al nostro Risorgimento, non fornendo utili energie alle forze liberali. Nei primi anni del secolo XX hanno strumentalizzato il notabilato liberale per tentare di impossessarsi del potere ma si sono ritrovati il fascismo, con il quale sono scesi a patti. Grazie anche a quanto avevano acquisito accordandosi con il fascismo sono riusciti a dar vita, nella seconda metà del secolo scorso, al partito democratico cristiano che è stato egemone almeno sino al 1992. In questo ultimo ventennio i cattolici hanno rinunziato al partito unico pensando di poter influenzare, infiltrandosi, sia il centrodestra che il centrosinistra. Ora i cattolici sembrano insoddisfatti del ruolo che stanno svolgendo. Se i cattolici, correggendo l’errore del Risorgimento, si proponessero di offrire energie ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? Mario Monti potrebbe costituire la transizione verso una democrazia liberale?

Comunque, non dimentichiamoci che il tentativo di Mario Monti ha l’obiettivo di riagganciare l’Italia all’Unione europea, o meglio a renderla protagonista e non più solo spettatrice. L’obiettivo è ambizioso e, per noi italiani, è essenziale. Però un governo senza la presenza di politici sembra un governo “anticasta” che dovrebbe essere sostenuto dalla “casta”: lasciare che Monti mendichi la fiducia dal Parlamento non mi pare che sia una buona idea! Pertanto hanno ragione da vendere coloro che sostengono la necessità che i politici “mettano la loro faccia” in questa avventura.

Se il tentativo di Monti (e di Napolitano) dovesse fallire le elezioni anticipate (con il “porcellum”) diventerebbero obbligate e il “si salvi chi può” potrebbe concretizzarsi. (bl)


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