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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
11 settembre 2011

11 SETTEMBRE

Cari amici e cari compagni,

sono trascorsi dieci anni dall’attacco di Osama Bin Laden e di Al Qaeda agli Stati Uniti, ritenuti l’incarnazione di Satana.

Il 4 novembre del 1998 era caduto il muro di Berlino, eretto per preservare l’innocenza del comunismo minacciata dal diavolo capitalista, e si sognò la fine del comunismo. Si parlò di “fine della storia”, come aveva interpretato gli avvenimenti un giovane politologo americano, Francis Fukuyama (“La fine della storia e l’ultimo uomo” BUR supersaggi Milano 1996).

All’indomani dell’11 settembre 2001 non sono stati pochi quelli che hanno visto, in quel tragico avvenimento, la smentita più clamorosa della tesi di Fukuyama. L’Occidente capitalista era vittima di una nuova minaccia altro che il trionfo definitivo della democrazia liberale! Si disse che era il fondamentalismo islamico a minacciare l’Occidente, o meglio i “valori occidentali”. Samuel Hungtinton (“Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale” Garzanti Milano 1997) sosteneva che il nuovo ordine mondiale sarebbe dovuto scaturire dallo scontro tra la “civiltà islamica” e la “civiltà occidentale”. Pertanto l’attacco dell’11 settembre imponeva all’Occidente il dovere di reagire e agli Stati Uniti d’America ricordava di adempiere al loro dovere egemonico: portare la democrazia nel mondo schiacciando il fondamentalismo islamico. Di qui la guerra in Afghanistan e poi in in Iraq.

Il 12 settembre 2001 il più importante quotidiano italiano intitolava il suo articolo di fondo “Siamo tutti americani” riecheggiando, esplicitamente, il “sono berlinese” di Jhon Kennedy affermato di fronte al muro di Berlino nel 1963.

In quei giorni ci fu un grande dibattito. Se era iniziato lo scontro di civiltà era opportuno reagire come se ci fosse stata la minaccia dell’imperialismo comunista, ormai dissoltosi come neve al sole? Lo testimoniano due splendide pubblicazioni del Corriere della Sera contenenti gli articoli scritti in quello scorcio di tempo e le fotografie che hanno immortalato quella tragedia.

Oriana Fallaci scrisse un notevole e lungo articolo (“La rabbia e l’orgoglio”) che poi avrebbe costituito uno dei saggi più popolari della giornalista fiorentina. I suoi “nemici” non erano i terroristi o i fondamentalisti islamici ma tutti coloro che potevano essere identificati come musulmani. “La nostra identità culturale – scriveva – non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti (rivolto al direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli e ai suoi lettori ndr.) che da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’Italia. E io l’Italia non gliela regalo.”

Un discorso razzista.

Replicò, sempre sul Corriere della Sera Tiziano Terzani. “Da che mondo è mondo – scriveva il giornalista anche lui toscano, mi sembra – da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare.” Altro discorso estremista di stampo opposto.

Entrambi basati su di una identità sociale unica: Fallaci cattolica italiana, Terzani pacifista universale.

“C’è l’insistenza a dividere il mondo in piccole isole sottratte alla reciproca influenza intellettuale.… Non c’è dubbio che la comunità o la cultura a cui una persona appartiene possono avere una grande influenza sul modo in cui questa persona considera una situazione o una decisione.… Ciò, tuttavia, non inficia né elimina, in alcuna maniera plausibile, la possibilità e il ruolo della scelta razionale riguardo all’identità” E’ l’illusione del determinismo l’oggetto di un bel libro di Amartya Sen (“Identità e violenza” Laterza, Roma-Bari 2006). Sostiene il nobel indo-statunitense che è la libertà e non il determinismo che ci fa “essere” quello che siamo perché l’identità è una scelta e non è il “destino” che ce la impone.

“L’alternativa alle divisioni causate da un criterio di classificazione predominante sugli altri – afferma Sen –  non è sostenere irrealisticamente che siamo tutti uguali. Cosa che non siamo. La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede semmai nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l’una con l’altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza”.

Ciascuno di noi è un crogiolo di identità derivanti dalla fede religiosa, dagli interessi scientifici, dagli obblighi professionali, dalle passioni letterarie e dalle affiliazioni politiche. E questo accade anche ai gruppi di persone. Perciò non bisogna abbassare la guardia nei confronti dei terroristi e non bisogna confonderli con i fondamentalisti religiosi. E’ la visione di una presunta identità sociale unica che impedisce a comprendere la realtà. Non esiste una “civiltà occidentale” con peculiari caratteristiche così come non esiste una “civiltà islamica”, per cui la categoria del “conflitto” non è la chiave per leggere quanto accade. Non esiste neanche il pacifismo universale perché la vita è conflitto e cambiamento e la storia non avrà mai fine finché ci saranno gli uomini su questa terra.

Un mondo diverso, però, è possibile purché si abbia la consapevolezza della libertà individuale, quale valore fondamentale. Amartya Sen ci esorta: “Non dobbiamo mai permettere che la nostra mente sia divisa in due da un orizzonte”.


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permalink | inviato da Venetoliberale il 11/9/2011 alle 11:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


 

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