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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
22 maggio 2011

L’ALTERNATIVA ALLA PARTITOCRAZIA

Sul primo turno delle elezioni amministrative c’è da dire che occorre avere un po’ di prudenza nei giudizi. Non si può dire “gatto se non ce l’hai nel sacco”, come dice Trapattoni.

Certo a Torino la elezione di Piero Fassino al primo turno è un ottimo risultato, ma a Torino è stato un segnale di continuità. L’elezione a Bologna al primo turno di Virginio Merola  per il rotto della cuffia, è un segnale un po’ meno buono. Certo, Bologna la rossa ha avuto recentemente anche un sindaco di colore diverso. Però…

La eliminazione a Napoli della candidatura del PD dal secondo turno evidenzia una grave frattura all’interno di quella che appare la coalizione di opposizione alla maggioranza di governo. L’alternativa al candidato governativo è rappresentata da un ex magistrato noto per le sue battaglie giustizialiste. Il che non è un buon segnale per chi vorrebbe costruire una opposizione al governo coesa per rappresentare l’alternativa. Liberali e democratici molto difficilmente potranno incontrarsi su una linea politica giustizialista. Però, quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, dicono. Forse la lezione napoletana potrebbe costringere liberali e democratici a prendere l’iniziativa per costruire una opposizione diversa da quella che sembra scaturire dal successo di De Magistris.

Resta Milano. Pisapia al primo turno ha raccolto quanto più consenso possibile. La Moratti, invece no. Riuscirà a ribaltare il risultato? Il candidato governativo può contare sul voto degli astenuti tra i suoi tifosi. Andranno a votare per scongiurare la vittoria dei “rossi”? Lo sapremo la settimana prossima. Oggi sappiamo che anche la coalizione governativa non gode buona salute.

Da Milano, comunque, un segnale positivo lo riscontriamo. L’alternativa può costruirsi attorno ad una opposizione di liberali e di democratici che si riconoscono in un leader che sappia essere autonomo dalla coalizione che lo sostiene. I partiti devono essere uno strumento al servizio di chi ha iniziativa politica e non devono essere strumenti per far emergere i suoi burocrati.  E’ l’alternativa alla partitocrazia che va costruita. (bl)


3 agosto 2010

Il punto di partenza

UNINOMINALE E VOTO DI PREFERENZA


Ce lo auguravamo. L’implosione del partito di maggioranza relativa era nell’aria. Berlusconi e Fini vorrebbero rappresentare due tipi di regimi. Berlusconi vorrebbe rappresentare un regime “presidenzialista”, per cui chi è eletto “premier” manifesta la volontà degli elettori. Fini vorrebbe rappresentare un regime “parlamentare” per cui la volontà del Popolo è manifestata dai suoi rappresentanti che siedono in Parlamento. Entrambi, però, danno una immagine non veritiera della realtà. Il “Premier” non può manifestare la volontà degli elettori né in Parlamento siedono i rappresentanti dei cittadini perché il sistema elettorale vigente permette la rappresentanza dei notabili dei partiti, ossia i parlamentari sono “nominati” e non eletti ed i cittadini non li “eleggono” perché ratificano soltanto quello che i notabili delle consorterie hanno deciso.


Di qui la necessità prioritaria di modificare la legge elettorale per restituire ai cittadini il loro diritto elettorale.


Ma la modifica del sistema elettorale può essere un’occasione per la necessaria Riforma del regime oppure può essere una ennesima occasione per normalizzare la situazione.


Dire che non si vuole abolire il bipolarismo ma solo restituire agli elettori il diritto di eleggere i propri rappresentanti, non è molto confortante. Anche questa legge elettorale valorizza il bipolarismo, per cui sarebbe sufficiente reintrodurre il “voto di preferenza”. Questa riforma ha il vago sapore normalizzatore, piuttosto che riformatore. Altra cosa sarebbe la reintroduzione dell’uninominale.


Su queste opzioni si riaprirà il discorso politico nei prossimi giorni. (bl)


15 giugno 2010

Perchè disertare?

IL COMPITO DELL’OPPOSIZIONE.


Il Senato, ha approvato il 10 giugno, con il voto di fiducia posto dal governo, il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche: 164 i sì, solo quelli di Pdl e Lega, 25 i no. I senatori del Partito democratico sono usciti dall’aula e non hanno partecipato al voto. Pietro Ichino e il gruppo dei Radicali, guidati da Emma Bonino, hanno partecipato al voto votando contro.


Emma Bonino così ha motivato, tra l’altro, il voto negativo della sua pattuglia: “Voteremo no perché, signori del Governo, signori colleghi, non è possibile sentire da voi - e da molti, tra l'altro - frasi come libertà d'informazione. Libertà e correttezza dell'informazione questo Paese non sa neppure cosa siano da tanto tempo, tra lottizzazioni, occupazioni, usurpazioni di tutti gli spazi possibili e relative espulsioni di tutti coloro che non conniventi e neppure complici esprimono idee diverse.”


La diserzione dei senatori iscritti al PD e la presa di posizione dei senatori radicali nominati dal PD ha reso in modo visibile le due strade perseguite dalla opposizione democratica. L’una, la diserzione dell’aula, prova la sterilità dell’indignazione mentre l’altra, il presidio di una presenza parlamentare riformatrice, rende l’opposizione chiara non solo sul contenuto ma anche sul metodo.


Coloro che manifesteranno, nei prossimi giorni, nei confronti di quel disegno di legge, non appariranno dei corporativi perché solo 25 senatori hanno votato contro? (bl)


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2 giugno 2010

Auspicabili sviluppi

RADICALIZZARE LA LOTTA POLITICA


Michele Salvati, economista e uomo politico teorizzatore del partito Democratico e autore del libro “Il PD per la rivoluzione liberale”, in un articolo comparso oggi 30 maggio sul Corriere, partendo dalla constatazione della crescente radicalizzazione dello scontro tra il partito Democratico e quello Repubblicano, in USA, in occasione delle ultime elezioni presidenziali, rifacendosi ad alcuni analisti politici, considera alcune conseguenze. Da un lato alla radicalizzazione consegue un aumento di partecipazione popolare al processo elettorale così rendendo più vivace ed efficace la democrazia, dall’altro si consegue una maggior difficoltà nel travaso di consensi da parte dei parlamentari di uno dei due partiti nei confronti di progetti proposti dagli avversari.


In Italia ed in Europa il fenomeno è inverso. Ossia la lotta politica si deradicalizza.


Chi scrive ritiene la deradicalizzazione un fenomeno negativo perché comporta una minore partecipazione popolare al processo elettorale, indebolendo sempre più la democrazia, e costituisce un incentivo al trasformismo e al consociativismo che rendono sempre più simili maggioranze e opposizioni impedendo la nascita di maggioranze alternative.


Per una democrazia effettiva è rilevante la partecipazione dei cittadini ma è altrettanto rilevante un processo politico in grado di produrre proposte alternative. Al momento la contrapposizione berlusconismo/antiberlusconismo si è sovrapposta alla contrapposizione anticomunismo/comunismo sulla quale si è retta la lotta politica almeno sino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso. Se quella contrapposizione ha reso meno asfittica la lotta politica nei primi quarant’anni della repubblica, negli ultimi quindici anni sta perdendo molta influenza Non solo è sempre più diminuita la partecipazione elettorale ma sembrano davvero poco distinguibili le maggioranze che hanno retto i diversi governi. Il fenomeno è spiegabile. Essendo la contrapposizione anticomunisti/comunisti venuta meno per il crollo dell’impero sovietico, alla lunga anche il suo surrogato (berlusconismo/antiberlusconismo) sta esaurendo il suo compito.


Di qui la necessità di individuare temi che possano radicalizzare la lotta politica. Veneto liberale, nella sua ultima direzione ne ha individuati alcuni: “maggioritario uninominale, europa federale e laicismo”. I conservatori costringeranno gli avversari a diventare riformatori, ponendo alla loro attenzione proposte radicalmente liberali? (bl)


20 maggio 2010

Costruire l'alternativa

L’ALTERNATIVA AL FORZALEGHISMO


Dicevo che il “forzaleghismo” può essere sfidato, e perché no, battuto da uno schieramento che può produrre istanze e proposte politiche popolari di “buongoverno”.


Lo schieramento deve, innanzi tutto, essere alternativo.


Il “forzaleghismo” non ha alcuna intenzione di cambiare la legge elettorale definita, da un loro esponente, “porcata”: vogliono i “nominati” non gli “eletti”. Vogliono i rappresentanti delle oligarchie partitiche e non i rappresentanti dei cittadini. Al massimo il “forzaleghismo” sarebbe disponibile per una riforma elettorale proporzionale. Sono avversari decisi del maggioritario e del collegio uninominale. Sanno che un sistema elettorale di questo genere non produrrebbe docili esecutori. Perciò un processo che favorisse il maggioritario e la reintroduzione del collegio uninominale costituirebbe l’alternativa al parlamento dei nominati.


In secondo luogo il “forzaleghismo” notevolmente scettico sulla stessa idea di Europa. Al massimo sarebbero disponibile per un’Europa dei popoli quale surrogato dell’Europa degli stati nazionali. La loro Europa è quella intergovernativa. I singoli governi nazionali non possono rinunciare alla loro sovranità! Conseguentemente l’alternativa è l’Europa federale, quella sognata da Ernesto Rossi, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni autori di quello splendido e visionario“ Manifesto di Ventotene”.


Inoltre il “forzaleghismo” utilizza come “instrumentum regni” la religione cattolica, perciò non può non essere tacciato di clericalismo. D’altronde è lo stesso Vaticano e le gerarchie cattoliche che fanno affidamento su quello schieramento per impedire l’introduzione di una legislazione che regolamenti le unioni di fatto, o la redazione di dichiarazioni anticipate di trattamenti sanitari che rispettino la libera scelta dei cittadini, per non parlare di una legislazione che rispetti l’eguaglianza delle diverse confessioni religiose dato che l’Italia è ormai pluralista, con forti minoranze musulmane e cristiano ortodosse. Quindi l’opzione laicista o laica è indispensabile ad uno schieramento che vuole essere alternativo al clericalismo del “forza leghismo”. (bl)



7 febbraio 2010

MORIREMO PARTITOCRATICI?

DARIO FERTILIO “MALEDETTA PROPORZIONALE” Bibliotheca Albatros, Milano 2009


“Potremmo effettivamente morire partitocratici. … Potremmo dover vivere ancora decenni sotto il manto partitocratico e lottizzatore delle quote latte, delle quote nelle liste elettorali e nei consigli d’amministrazione, delle quote alle poste, e persino delle quote nei concorsi di bellezza. Sarebbe il trionfo di un mondo sotto custodia, livellatore, protezionistico, tutto proteso a garantire i già garantiti, e le lobby, lasciando gli altri fuori dalla porta. Però qualcosa ci dice che non sarà così. La natura stessa, e non solo la politica, aborre la stagnazione.”


La speranza alimenta l’azione riformatrice e questa bella pubblicazione alimenta la determinazione di chi, da vari anni, pur tra tante delusioni, non si arrende, non desiste, non molla e continua a sostenere la necessità del sistema elettorale uninominale maggioritario secco, il federalismo e il presidenzialismo per conquistare la democrazia liberale e porre in archivio la democrazia partitocratica, erede del regime fascista.


“Maledetta proporzionale” sembra che abbia esclamato Giovanni Giolitti quando si rese conto della jattura per il suo “regime liberale”. “Maledetta proporzionale” diciamo noi oggi che subiamo il “regime della democrazia partitocratica”. E dire che le elezioni del 1994 le salutammo come la svolta del Maggioritario con la “M” maiuscola senza accorgerci che i soliti furbi erano riusciti a “proporzionalizzare” anche il maggioritario. Il bipartitismo e l’alternativa, conseguenti al maggioritario secco, era sostituito dal bipolarismo e l’alternanza prodotti dal “mattarellum”. Nel 1999 veniva effettuato un referendum abrogativo della quota proporzionale proprio per imboccare la strada verso il maggioritario secco con il bipartitismo e l’alternativa, però gli antimaggioritari approfittando delle liste elettorali non aggiornate riuscirono a far fallire quella svolta riformatrice. Da allora i nostalgici del “bel tempo andato della proporzionale” hanno prima inventato il “porcellum” e poi sono riusciti a trionfare nel 2009 facendo fallire i referendum promossi dai proff. Guzzetta e Segni. E dire che il bipolarismo sembrava potesse trasformarsi in bipartitismo con i nuovi soggetti Partito Democratico e Popolo della Libertà, ed invece…Invece i due nuovi partiti sono frantumati al loro interno e sono, perciò, molto vulnerabili. Di qui il ruolo del partito di Casini, di Di Pietro e di Bossi.


La tesi centrale sostenuta da Dario Fertilio è che il tema della legge elettorale racchiude la scelta tra il sistema elettorale plurinominale e proporzionale e quello uninominale e maggioritario. Si tratta della scelta tra due tipi di democrazia. Il primo favorisce la rappresentanza anche a scapito dell’efficienza di governo; il maggioritario, invece, evidenzia l’aspetto “governo” esaltando al contempo anche il ruolo di controllo da parte dell’opposizione pronto a succedere nel governo, non appena conquista la maggioranza.


Insomma, si chiede Fertilio, qual’è il sistema elettorale che richiede il minor numero di parole per essere spiegato? Il maggioritario si spiega con la seguente frase: “in ogni collegio vince il candidato che prende più voti”. Provate a spiegare il sistema proporzionale. Chi vince? Anche questa semplicità potrebbe indurre molti cittadini a riavvicinarsi alla politica. Qualsiasi regime, anche quello democratico, ha bisogno del consenso per sopravvivere.


Oltre ad avvicinare il lettore ai temi riguardanti i sistemi elettorali, la pubblicazione segnalata ha l’indubbio merito di riportare due giudizi importanti sul sistema elettorale maggioritario: uno di Hannah Arendt e l’altro di Karl Popper. Inoltre vi sono interviste a varie personalità che possono essere qualificate liberali (tra gli altri, Panebianco, Guzzetta, Segni, Pasquino, Della Vedova). Il tutto è corredato da un suggerimento di alcune letture.


La pubblicazione è una iniziativa del Comitato per le libertà (www.libertates.com) con il contributo del Centro di Studi Liberali (www.studiliberali.it) e di Libertiamo (www.libertiamo.it).


Una ultima cosa: il libro può essere acquistato per la modica somma di € 7,00 mediante un bonifico sul seguente IBAN IT65E0303201603010000057203 – contrassegno costerebbe più del libro stesso. (bl)


INDICE: Quando – Come – Perché – Giudizi – Interviste – Letture


7 febbraio 2010

Maledetta proporzionale

“[…] Potremmo effettivamente morire partitocratici. […] Potremmo dover vivere ancora decenni sotto il manto partitocratico e lottizzatore delle quote latte, delle quote nelle liste elettorali e nei consigli d’amministrazione, delle quote alle poste, e persino delle quote nei concorsi di bellezza. Sarebbe il trionfo di un mondo sotto custodia, livellatore, protezionistico, tutto proteso a garantire i già garantiti, e le lobby, lasciando gli altri fuori dalla porta. Però qualcosa ci dice che non sarà così. La natura stessa, e non solo la politica, aborre la stagnazione.[…]”

 

 

(cfr. DARIO FERTILIO “MALEDETTA PROPORZIONALE” Bibliotheca Albatros, Milano 2009, pag. 72)


10 gennaio 2010

COSTRUIRE L’OPPOSIZIONE

PER PREPARARE L’ALTERNATIVA


Le prossime elezioni regionali faranno registrare un successo al centrodestra. La maggioranza costituita attorno al Pdl non solo continuerà a dominare il Parlamento ma conquisterà anche nuove amministrazioni regionali. L’opposizione che vede nel Pd il soggetto politico, tra gli estranei alla maggioranza berlusconiana, con più parlamentari e con più consiglieri regionali, oltre a qualche governatore, subirà una sconfitta.


Dal 22 marzo avremo almeno tre anni privi di elezioni politiche o simili, pertanto ci si potrà, con meno angoscia, concentrare nella costruzione dell’opposizione, per preparare l’alternativa.


Il politologo Piero Ignazi sulla rivista da lui diretta, “Il Mulino” nell’ultimo numero del 2009, riflettendo sull’afonia della sinistra, in confronto al successo del forzaleghismo berlusconiano, che ha saputo meglio di altri rappresentare l’ “autobiografia della nazione”, nel senso gobettiano, ha scritto: “pochi hanno capito che bisognava avere la forza di andare controcorrente proponendo un vivere civico e civile diverso da quello dominante”. A sua volta Gian Enrico Rusconi, sempre nello stesso numero della rivista bolognese, constata che “Siamo in un paese come l’Italia dove l’idea stessa del pluralismo nell’insegnamento della storia delle religioni nelle scuole e la loro analisi comparata viene respinta come l’equivalente del famigerato relativismo. Come tradimento della tradizione cattolica del popolo italiano”.


Conseguentemente il laicismo sembra costituire quella cultura politica idonea ad un vivere civico e civile diverso da quello dominante. Sembra la strada indicata dal XII congresso di Veneto liberale: Liberali e democratici per la Riforma.


Si pensava che il Veneto sarebbe stato il laboratorio politico per dare forza a questo progetto, però il governatore uscente ha deluso le aspettative dallo stesso alimentate nei mesi precedenti. Il “forzaleghismo”, neologismo inventato da Edmondo Berselli, vincerà le elezioni regionali, però con danno del Pdl, il che non potrà non avere delle influenze (anche prima della consultazione elettorale) sulla possibile costituzione di un soggetto riformatore. D’altra parte la scelta del candidato da contrapporre a quello governativo, potrebbe costituire addirittura l’avvio del percorso per costruire l’opposizione. Da qualche parte qualche laicista potrebbe venir fuori a sfidare il candidato governativo. Ad esempio, nel Lazio.


Il nostro laicismo, unito agli effetti indotti dal “forzaleghismo”, potrebbero contribuire alla costituzione qui in Veneto di un soggetto riformatore. La costituzione di un soggetto riformatore è la “conditio sine qua non” per invertire la tendenza alla frammentazione politica (ed ai conseguenti ricatti) causata dal fallimento dei referendum elettorali del 2008. Solo un soggetto di quel genere potrà proporre seriamente la riforma in senso maggioritario della legge elettorale, precondizione per il passaggio dal regime della democrazia partitocratica a quello della democrazia liberale (bl)



 

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