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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
1 settembre 2011

LA COSTITUZIONE DEI PARTITI

GIORGIO REBUFFA “LA COSTITUZIONE IMPOSSIBILE” Il Mulino, Bologna 1995

Il regime sta attraversando una grave crisi politica, evidenziata dalla crisi finanziaria ed economica che sta investendo gran parte del mondo cosiddetto occidentale. Alcuni vedono in questa crisi una analogia con quanto avvenuto in Italia tra il 1992 e il 1994. Leggendo questo libro ci si rende conto che l’analogia è mal posta.

Le alternative, allora, erano diverse. C’era la possibilità dell’alternativa liberale, con profonde riforme istituzionali, che avrebbe prodotto quelle innovazioni tali da trasformare la partitocrazia in una democrazia, come si diceva, “compiuta”. E c’era la voglia, del potere costituito, di normalizzazione. La legge elettorale detta “Mattarellum” e la sostituzione del finanziamento pubblico dei partiti con il “rimborso delle spese elettorali” fecero, tra l’altro, pendere la bilancia verso la normalizzazione, procrastinando nel tempo la crisi fatale.

Oggi regna la più completa confusione: le forze riformatrici sono talmente deboli che a stento riescono a proporre iniziative e non c’è un progetto normalizzatore. Sembra che il regime sia ormai al capolinea.

Scriveva Rebuffa in questo libro del 1995: “La caratteristica della storia istituzionale della repubblica è che, nonostante la retorica, il parlamento è stato un potere debole sia nei confronti dell’esecutivo sia nei confronti dei vertici dei partiti. E’ stato quindi un parlamento che ha mancato alla sua funzione decisiva, controllare l’esecutivo, sostituendola con una funzione legislativa integrale che ne ha fatto il dispensatore di risorse.”

Questa consapevolezza era diffusa in una buona parte dell’opinione pubblica. Di qui la istituzione della commissione bicamerale per le riforme presieduta da D’’Alema.

Rebuffa affermava che la scelta di un parlamento debole “è stato il frutto di una scelta consapevole, quando, alla costituente, si volle una camera dei partiti, rinunciando al resto del sistema parlamentare. E si fecero grandi ginnastiche concettuali per adattare l’armamentario ottocentesco a questo indirizzo. L’evoluzione successiva non ha fatto che confermare la scelta iniziale del trasferimento di sovranità al partito, in assemblea e fuori. E per farlo meglio si rese obbligatorio il consenso dell’opposizione. Il vero ostacolo a qualsiasi riforma è stata qui.”

Ecco l’idea malvagia: la riforma istituzionale può avvenire solo con il consenso di tutti. Invece è proprio il confronto/scontro sulle riforme strutturali che può produrre la buona Politica, rivitalizzando il parlamento. La crisi politica attuale è conseguenza proprio della debolezza del parlamento.

“Il Parlamento non è mai stato amato nella storia d’Italia, né prima né dopo la costituzione. – affermava Rebuffa – E perché il suo compito, nella storia delle ‘costituzioni italiane’, è stato svolto da altri soggetti: da due partiti e da una istituzione non statale. Questi soggetti sono stati: il partito fascista, il movimento comunista, la Chiesa romana. E’ nelle loro sedi che i cittadini hanno conosciuto la politica, è attraverso la loro mediazione culturale che i problemi della vita collettiva sono diventati formule d’azione, sono i loro linguaggi quelli con cui la nazione ha letto ed interpretato la propria storia”.

In particolare l’eredità del fascismo sul regime postfascista è pesante. Un Presidente del Consiglio dell’epoca, Giuliano Amato, ebbe il coraggio di affermare in parlamento che “la Repubblica aveva finito per ereditare (il modello di partito-Stato introdotto dal fascismo) limitandosi a trasformare un singolare in plurale”, come si legge nel resoconto stenografico della seduta pomeridiana di mercoledì 21 aprile 1993.

A propria volta Rebuffa scriveva: “Il fascismo lascia due eredità alla cultura politica e costituzionale. La prima è l’idea (e in larga misura anche la prassi) del partito come soggetto costituzionale, come titolare della sovranità. La seconda è il sospetto verso il potere esecutivo. Dopo l’esperienza fascista il sistema parlamentare non può più essere pensato in termini di equilibrio tra i poteri, ma in termini di integrale estensione del primato dell’assemblea. Dal punto di vista delle eredità costituzionali e delle conseguenze sulla cultura politica il fascismo rappresenta perciò due cose: il primato del partito e l’impossibilità di pensare un sistema parlamentare in termini di equilibrio tra i poteri.”.

La partitocrazia, perciò, è il frutto avvelenato lasciatoci in eredità dal fascismo. Riacquistare questa consapevolezza è l’unico antidoto alla fuga nella demagogia che vede i nemici solo nella “casta” o negli “evasori fiscali”. Demagogia che favorisce sostegni a soluzioni irragionevoli alla confusione in atto. (bl)

INDICE: I. Problemi antichi e problemi nuovi – II. Lo statuto e le sue retoriche – III. Il lascito del regime fascista – IV. La costituente – V. Il dibattito repubblicano

 


1 settembre 2011

Costituzione e partitocrazia

“[…] Il fascismo lascia due eredità alla cultura politica e costituzionale. La prima è l’idea (e in larga misura anche la prassi) del partito come soggetto costituzionale, come titolare della sovranità. La seconda è il sospetto verso il potere esecutivo. Dopo l’esperienza fascista il sistema parlamentare non può più essere pensato in termini di equilibrio tra i poteri, ma in termini di integrale estensione del primato dell’assemblea. Dal punto di vista delle eredità costituzionali e delle conseguenze sulla cultura politica il fascismo rappresenta perciò due cose: il primato del partito e l’impossibilità di pensare un sistema parlamentare in termini di equilibrio tra i poteri.[…]”

 (cfr. GIORGIO REBUFFA “LA COSTITUZIONE IMPOSSIBILE” Il Mulino, Bologna 1995, pag. 57)

 

 

“[…] Il Parlamento non è mai stato amato nella storia d’Italia, né prima né dopo la costituzione. E perché il suo compito, nella storia delle ‘costituzioni italiane’, è stato svolto da altri soggetti: da due partiti e da una istituzione non statale. Questi soggetti sono stati: il partito fascista, il movimento comunista, la Chiesa romana. E’ nelle loro sedi che i cittadini hanno conosciuto la politica, è attraverso la loro mediazione culturale che i problemi della vita collettiva sono diventati formule d’azione, sono i loro linguaggi quelli con cui la nazione ha letto ed interpretato la propria storia.[…]”

 

(cfr. GIORGIO REBUFFA “LA COSTITUZIONE IMPOSSIBILE” Il Mulino, Bologna 1995, pag. 74)

 

 

[…] La caratteristica della storia istituzionale della repubblica è che, nonostante la retorica, il parlamento è stato un potere debole sia nei confronti dell’esecutivo sia nei confronti dei vertici dei partiti. E’ stato quindi un parlamento che ha mancato alla sua funzione decisiva, controllare l’esecutivo, sostituendola con una funzione legislativa integrale che ne ha fatto il dispensatore di risorse.

Il risultato è stato il frutto di una scelta consapevole, quando, alla costituente, si volle una camera dei partiti, rinunciando al resto del sistema parlamentare. E si fecero grandi ginnastiche concettuali per adattare l’armamentario ottocentesco a questo indirizzo. L’evoluzione successiva non ha fatto che confermare la scelta iniziale del trasferimento di sovranità al partito, in assemblea e fuori. E per farlo meglio si rese obbligatorio il consenso dell’opposizione. Il vero ostacolo a qualsiasi riforma è stata qui.[…]”.

 (cfr. GIORGIO REBUFFA “LA COSTITUZIONE IMPOSSIBILE” Il Mulino, Bologna 1995, pag. 130 - 131)


28 agosto 2011

LEGALITA’

La battaglia di Marco Pannella e dei suoi compagni radicali per la convocazione straordinaria del Parlamento per discutere sulla questione “giustizia” e, quindi, amnistia, indulto, depenalizzazione e decarcerizzazione ha raggiunto un primo obiettivo: il Parlamento discuterà.

E’ significativo che gli unici onorevoli che non hanno voluto per nulla prendere in considerazione la richiesta siano stati i membri della Lega Nord e di Italia dei Valori. Gli uni e gli altri, pur apparendo antagonisti in realtà hanno come minimo comun denominatore una vocazione giustizialista e giacobina. Il loro manicheismo li rende refrattari a qualunque proposta liberale.

La questione giustizia è centrale sia che l’incendio finanziario-economico-politico si riesca a spegnere e sia, soprattutto, qualora giungesse il momento del “si salvi chi può” La questione giustizia si traduce nel ripristino della legalità, ossia del rispetto della legge di fronte a disapplicazioni o a interpretazioni addomesticate che sono effettuate sempre ai danni dei più deboli.

Il regime carcerario in Italia è frutto di disapplicazioni e di interpretazioni addomesticate delle leggi esistenti visto che la nostra Costituzione al secondo comma dell’art. 27 recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il sovraffollamento delle carceri non solo rende il trattamento detentivo contrario al senso di umanità e impedisce la rieducazione del condannato, ma rende difficile, oneroso e pericoloso il lavoro di tutti gli altri abitanti degli istituti penitenziari. Perciò l’amnistia è invocata soprattutto per le illegalità del regime e i vantaggi saranno goduti non solo dai detenuti che potranno vivere in ambienti più decorosi, dagli operatori degli istituti detentivi che potranno lavorare con meno pericolo, dai magistrati che potranno liberare il loro tavolo da fascicoli che ritardano i processi e dai cittadini che potranno avere risposte alla loro domanda di giustizia in tempi ragionevoli.(bl)



 

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