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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
12 maggio 2012

Lettera sull'astensionismo elettorale

Cari amici e caricompagni,

il consenso deisudditi è indispensabile per il mantenimento anche di un regime antidemocraticoe illiberale. La sottrazione del consenso, alla fine del secolo scorso, daparte dei sudditi dell’URSS, ha avuto come conseguenza il crollo del regimecomunista.

Perciò il consenso èindispensabile per la sussistenza di qualsiasi regime politico, figuriamoci perun regime che si dichiara democratico anche se sostanzialmente antiliberale.

Il dato piùsignificativo delle elezioni amministrative svoltesi domenica e lunedì 6 e 7maggio è il numero di elettori che si è astenuto, non recandosi a votare. Unosu tre ha rifiutato l’offerta proposta dal sistema politico, non inserendo lascheda nell’urna. A parte il fatto che è un diritto andare a votare e quindi siha il diritto anche di non votare, in Italia, ove vige una normativa che imponeil “dovere morale” di esprimere la propria volontà solo inserendo la schedaelettorale nell’urna, il dato dell’astensione è quello che misura lo stato disalute del regime. L’alto tasso di astensione significa che sempre piùcittadini sottraggono il loro consenso al regime.

Non ci uniamo alcoro di coloro che vedono nel successo dei “grillini” il sintomo della crisidel regime: il voto alle liste dei “grillini” è stato di quanti, insoddisfattidei partiti tradizionali, hanno voluto esprimere un voto di protesta. Un po’come hanno fatto molti in passato sostenendo la Lega, la Rete o Italia deiValori. Visto come si sono ridotti - il loro antagonismo si è ridotto ad unsostanziale consenso al regime (ad esempio il successo del sindaco leghistaTosi a Verona e il successo di Leoluca Orlando ex La Rete ed oggi IdV aPalermo) – il voto ai “grillini” è un consenso al regime (anche se manifesta undissenso sterile sia nei confronti della maggioranza governativa e sia neiconfronti delle opposizioni parlamentari rappresentate da Lega e IdV). Inrealtà a quarant’anni di regime senza Grillo potrebbero succedere altriquarant’anni di regime con Beppe Grillo e i suoi amici. Il che significa chetutto potrebbe sembrare che cambi ma in realtà non cambierebbe nulla. Non siparla di terza repubblica quando ad agonizzare è ancora la prima repubblica,quella postfascista?

Perciò l’astensioneè il segnale più importante della crisi del regime.

Che l’astensione siail segnale più importante è provato, ulteriormente, dal tentativo diminimizzare questo fenomeno, da parte della stampa di regime, esaltando, almedesimo tempo, il “boom” di Beppe Grillo. Ci mancava anche l’infelice battutadel Presidente Napolitano (“l’unico boom che ho visto è stato quello economiconegli anni sessanta”) che ha permesso a Beppe Grillo di replicare e avere unulteriore pubblicità gratuita (non del tutto disinteressata da parte delregime).

Dovremmo esseresoddisfatti. E’ un decennio che predichiamo la necessità di sottrarre ilconsenso al regime con l’astensione quale premessa indispensabile ad unapossibile rivoluzione liberale. Questa Italia così com’è non ci piace, si èdetto ripetendo la dichiarazione di Giovanni Amendola nei confrontidell’italietta giolittiana che avrebbe prodotto il regime fascista!

No, non siamoaffatto soddisfatti, anzi siamo preoccupati perché vediamo dei segnalipreoccupanti da parte dell’establishment, che sembra deciso a scegliere uncampo di lotta per difendere lo status quo. Ricordiamoci che la “forza -violenza legale” è monopolio dello stato. La rivendicazione di terroristidell’attentato al dirigente dell’Ansaldo e le manifestazioni popolari neiconfronti di Equitalia sono pessimi segnali della rottura dell’ordine pubblico.Erano inaspettati? Ma se i governanti hanno pubblicamente dichiarato cheprevedono forti scontri sociali? Ma cosa hanno fatto per prevenirli? Cosasignifica far tirare la cinghia ai contribuenti e non stringerla per lo statose non contribuire a farli scoppiare?

Questa Italiapartitocratica potrebbe produrre un nuovo fascismo. E’ l’autobiografia dellanazione di gobettiana memoria che ci preoccupa.

L’intransigenza deveessere associata alla ragionevolezza, alla prudenza e alla saggezza, perciò nonsi può auspicare la crisi del governo Monti perché conseguirebbe loscioglimento anticipato delle camere il che aggraverebbe ulteriormente sia lacrisi politica che la crisi economica in un vuoto di alternativa riformatrice.E in politica i vuoti non sono tollerabili, per cui sarebbero riempiti daavventuristi più congeniali alla tradizionale storia italiana antiliberale.

Occorre un soggettoriformatore di liberali e democratici che sappia interpretare il dissenso. Manon basta aggregare persone più o meno disinteressate che vogliono impedire dicadere dalla padella partitocratica nella brace di un nuovo fascismo. Occorreavere un programma politico, perciò insistiamo sulla proposta originariasostenuta anche dalla microassociazione Veneto liberale: a) l’alternativapresidenzialista, federalista, maggioritaria, anglosassone, b) lotte liberisteper la liberazione del lavoro e dell’impresa, c) lotte antiproibizioniste nonsolo sulla droga, ma anche sulla libertà terapeutica e di ricerca scientifica.

Naturalmente occorretempo: il tempo a nostra disposizione è teoricamente di dodici mesi. Non so sesarà sufficiente, ma occorrerà fare qualcosa. Dovremmo ridar voce a qualchenucleo liberale. Sarà flebile ma potrebbe unirsi ad altre voci affinché inautunno possa essere ascoltato un coro riformatore. (bl)


16 ottobre 2011

Lettera sulla crisi di regime

Cari amici e cari compagni,

ancora una volta il governo Berlusconi ha incassato la sua ennesima fiducia dal Parlamento, con la quale gli viene riconosciuta non solo la sua legalità ma anche la sua legittimità democratica.

Sbraitare e chiederne le dimissioni, o altri governi, o, addirittura, le elezioni anticipate significa segnalare la debolezza dell’opposizione democratica sussistendo una diffusa mentalità antidemocratica.

In realtà, dal punto di vista parlamentare, sfiduciata è stata quasi tutta l’opposizione. Quasi, perché solo i cinque radicali deputati hanno saputo svolgere il ruolo di opposizione democratica. Troppo pochi per poter costituire una opposizione sostanziosa.

A differenza degli altri oppositori (da loro definiti “oppositori di regime”) hanno prima rifiutato la diserzione velleitaria, presidiando democraticamente la postazione parlamentare, e poi hanno votato contro la fiducia al governo, proprio come leali oppositori.

Gli oppositori di regime li hanno inondati di improperi perché non hanno aderito alla strategia (non concordata con i radicali) volta a non far raggiungere il quorum, per rendere invalido il voto di fiducia. Nel momento in cui il governo Berlusconi ha raggiunto il consenso della maggioranza assoluta del Parlamento, la questione del quorum non conta più nulla. Nonostante questo i radicali deputati sono stati inondati di ingiurie. E dire che proprio il voto determinante dei radicali deputati aveva innescato il processo che ha indotto il Presidente della Repubblica ad intervenire con un suo ammonimento. E dire che proprio il voto di quattro deputati eletti dal Pd e dall’IdV ha permesso al governo Berlusconi di ottenere la maggioranza assoluta.

E che dire di quella parte di deputati che solo un anno fa votava le leggi ad personam pro Berlusconi e il PD, oggi, si scandalizza dell’eresia radicale!?!

Ma è possibile che la categoria degli incapaci di tutto spieghi questo atteggiamento antiradicale? No, non è possibile. Dire che sono mediocri significa svalutare il progetto che il PD vorrebbe perseguire. E’ un progetto suicida per la costituzione di una democrazia liberale, indispensabile per la risposta riformatrice alla sfida della crisi del regime partitocratrico.

Ho una età che mi ha permesso di assistere a varie crisi di regime e alla capacità del regime di trovare degli espedienti per rinviare nel tempo il “redde rationem”.

La crisi della fine degli anni ’80 dello scorso secolo - innescata anche da questioni internazionali (il collasso dell’impero sovietico) - ha trovato lo sbocco in una modernizzazione del tradizionale bipolarismo polarizzato: dalla diade anticomunismo / comunismo si è passati allo scontro berlusconismo / antiberlusconismo.

Strumento essenziale per questa risposta conservatrice è stata la riforma della legge elettorale che ha approfittato della volontà riformatrice dei cittadini proporzionalizzando il maggioritario richiesto dall’opinione pubblica.

Quella legge elettorale ha permesso la modernizzazione della vecchia diade piuttosto che sostituirla con quella più consona ad una democrazia liberale: conservatori / riformatori.

Oggi il progetto del PD è quello di costituire una maggioranza antiberlusconiana che vada oltre le esperienze della coalizione progressista del 1994 e dell’Ulivo del 1996. Lo dichiara esplicitamente D’Alema sul Corriere della Sera di oggi, 16 ottobre. Il PD mira ad avere un rapporto più stretto non solo con l’UDC di Casini ma anche con quel gruppo sociale-politico che potrebbe vedere la luce dopo l’incontro, di clericali di varie tendenze, che si svolgerà domani a Todi con la benedizione del cardinale Bagnasco, numero uno della C.E.I. Quel progetto merita il sacrificio del laicismo, di qui la necessaria presa di distanza dai radicali.

Ma che alternativa può mai essere questa? Si vorrebbe sostituire, all’attuale gruppo di potere clerico-socialista, un gruppo di potere clerico-comunista nello spirito della contrapposizione della diade berlusconiani /antiberlusconiani.

Il progetto basato sulla contrapposizione tra berlusconiani / antiberlusconiani ha dato la propria disastrosa immagine in occasione della manifestazione degli “indignati” di sabato.

Gli “indignati” sarebbe un movimento esplicitamente anticapitalista. Nei fatti la loro manifestazione di sabato è stata strumentalizzata da squadracce di teppisti che hanno dato libero sfogo al loro vandalismo.

Il successo di partecipazione popolare alla manifestazione – si è parlato di duecentomila o, addirittura, trecentomila persone – quando in altri paesi la partecipazione ha assunto la dimensione di qualche migliaio di partecipanti, deve essere spiegato in qualche modo. Chi scrive è convinto che è l’antiberlusconismo che ha mobilitato la stragrande maggioranza dei manifestanti e la prova è data anche dall’intollerante trattamento subito da Marco Pannella.

Il sonno della ragione genera mostri, diceva Goethe, e i mostri di cui sono rimaste vittime i contestatori di Pannella si chiamano menzogna, odio, sordità. Facile strumentalizzare una massa così cieca, di qui la strumentalizzazione da parte di poco più di duemila teppisti su circa trecentomila manifestanti.

Ma perché questo accade solo in Italia? Perché il regime postfascista ha ancora le tossine del regime totalitario fascista. Per i totalitari non esistono avversari ma solo nemici da distruggere.

L’antiberlusconismo, perciò, non è l’antidoto al regime partitocratico. Quello che ci vuole è altro. E’ un soggetto politico riformatore di liberali e di democratici che rilanci con il laicismo, le riforme per le libertà politiche, civili e sociali. In pratica: a) il rilancio dell’alternativa presidenzialista, federalista, maggioritaria, anglosassone, b) il rilancio delle lotte liberiste per la liberazione del lavoro e dell’impresa, c) il rilancio delle lotte antiproibizioniste non solo sulla droga, ma anche sulla libertà terapeutica e di ricerca scientifica.


13 agosto 2011

AMNISTIA PER LO STATO CANAGLIA

Il governo annuncia un decreto legge con più tasse per i contribuenti e meno servizi per i sudditi. Dicono che servirà a “spegnere l’incendio” che ha coinvolto anche il nostro beneamato paese. Che l’incendio ci potesse coinvolgere non è una cosa inaspettata. Ormai la egemonia economica e politica americana sta scemando. Siamo alla vigilia di nuovi equilibri mondiali. Se la crisi del ’29 dello scorso secolo ha segnato il declino della vecchia Europa a vantaggio degli Stati Uniti d’America, quale forza economica e politica egemonica, la crisi apparsa in tutta la sua chiarezza nel 2007 sta segnalando il tramonto dell’egemonia statunitense. Cosa verrà dopo, non è prevedibile. Forse, ancora per qualche tempo l’egemonia statunitense si farà ancora sentire, ma non sarà così determinante. Di qui la funzione del nuovo soggetto politico vagheggiato nel “Manifesto di Ventotene”: o saprà essere vitale oppure ogni paese europeo dovrà pensare per sé. All’orizzonte non si vedono statisti o politici di razza come ci sono stati in passato. Ci sono solo dei politicanti che non vedono oltre la punta del loro naso. Forse è il sistema politico europeo e nazionale che deve essere cambiato. Ma come?

Ad avviso di chi scrive sia che si riesca a spegnere l’incendio sia che non lo si riesca e cominci la fase del “si salvi chi può” occorre essere previdenti e iniziare a costruire qualcosa di nuovo. Innanzi tutto tentando di ripristinare un po’ di legalità ed evitare che il nostro paese continui a violare i diritti umani. Merita attenzione l’iniziativa dei radicali per la convocazione straordinaria del Parlamento affinché discuta e prenda provvedimenti sulle carceri e sulla giustizia: amnistia, subito, non solo per i detenuti ma anche per questo Stato canaglia! Lo sciopero totale della fame e della sete per la vigilia di ferragosto potrebbe costituire il prologo di quella manifestazione popolare “per le proprie libertà, i propri diritti individuali e i propri interessi – non nel nome di sindacati che sono la cinghia di trasmissione della politica di uno ‘Stato canaglia’ – e che dicano finalmente a tutta questa classe politica di andarsene?”, invocata  da Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 13 agosto. (bl)


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permalink | inviato da Venetoliberale il 13/8/2011 alle 11:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

30 gennaio 2011

COSTRUIRE UNA ZATTERA


Le rivolte nei paesi africani, in particolare quelle che stanno sconvolgendo l’Egitto, potrebbero innescare un effetto domino per gli stati confinanti, rendendo sempre più instabile la situazione politica ai confini dell’Europa. Sembra che queste rivolte pongano quelle società di fronte ad un bivio: democrazia o fondamentalismo islamico. L’Europa aveva il compito storico di impedire la deriva fondamentalistica. Riuscirà ad impedirla?

L’Italia si trova al confine sud dell’Europa. Ne rimarrà influenzata? Tanto più che la situazione politica interna è tutt’altro che stabile. Anzi il regime democratico, oggi incarnato nel berlusconismo/antiberlusconismo, sembra giunto alla crisi finale.

Ad aggravare la situazione c’è la crisi albanese. Molti osservatori sostengono la somiglianza tra Berisha e Berlusconi.

I tempi sembrano preludere avventurismi irresponsabili. Il sistema politico nazionale è inceppato. La dialettica governo/opposizione non esiste più, mentre la divisione dei poteri e la loro autonomia è sempre meno rispettata. Ormai tutto sembra risolversi in una lotta da basso impero.

Per costruire una zattera, per salvare il salvabile e per poter pensare di ricostruire uno stato all’altezza dei tempi, occorre avere almeno una forza politica. Riconosciamolo: non abbiamo oggi la forza politica per costruire quella zattera, però abbiamo a disposizione la miniera della buona cultura. Se avremo il tempo di assimilarla, ci tornerà sicuramente utile perché la democrazia liberale non nasce con i fucili ma con la coscienza  degli uomini che vogliono trasformarsi da sudditi in cittadini. (bl)


25 ottobre 2010

Crisi di regime (2)

Le dichiarazioni di Sergio Marchionne, Amministratore Delegato della multinazionale Fiat, confermano la esistenza della grave crisi del regime. Qualsiasi rivolgimento radicale può avvenire se parte dell’establishment decide di non sostenere il sistema e le dichiarazioni di Marchionne suonano come critica nei confronti non solo del governo ma anche dell’opposizione.

La Fiat è stata una delle colonne portanti del regime e, se si mette di traverso, il regime è in grave pericolo. Questo spiega le reazioni di Fini, di Grillo e di tutti coloro che, consapevoli dell’attuale fase storica, tentano di salvare un regime che dà loro spazio nel mentre allontana i cittadini senza potere, come i cittadini di Terzigno, vittime della camorra e di questo regime.

La gravità della crisi è data anche dalla ossessione mediatica del caso di Avetrana: si vuol distrarre l’opinione pubblica perché non si sa che pesci pigliare.

L’alternativa è la “buona politica” rappresentata da una radicale riforma della legge elettorale che dia in mano ai cittadini l’arma politica della scelta dei propri rappresentanti. L’alternativa alla partitocrazia è la democrazia liberale. Oggi è necessaria se non si vuole cadere dalla padella nella brace di uno Chavez di passaggio.


13 luglio 2010

Che fare

APPROFITTARE DELLA CRISI DI REGIME!


E’ in atto la crisi del regime. Infatti la cena a casa Vespa, con particolari commensali, può essere spiegata solo così: Stati Generali del regime per ritrovare il bandolo della matassa. Erano presenti Berlusconi, Letta e Casini solo per sondare il terreno di un possibile “allargamento” della maggioranza parlamentare all’Udc? In tal caso perché non c’era un leghista o almeno il garante dell’alleanza con la Lega come Giulio Tremonti? Berlusconi vorrebbe sostituire Bossi con Casini? E tutta la polemica con Fini cosa sarebbe? Una cortina fumogena per nascondere le vere finalità dell’operazione? Ma che ci stavano a fare Draghi, Geronzi e monsignor Bertone? L’affaire denominata “cricca” segnala una gravissima commistione tra affari e politica: Draghi e Geronzi temono qualcosa? Il caso del cardinale Sepe ha evidenziato il conflitto tra la segreteria di Stato Vaticana e la Cei: monsignor Bertone teme, anche lui, qualcosa?


Ad avviso di chi scrive non siamo alla vigilia di una crisi di governo risolvibile con qualche ribaltone o con elezioni anticipate. Siamo alla vigilia di una crisi di regime e che potrebbe essere ovviata “normalizzando” la situazione, come già avvenuto in passato.


Chi si propone, invece, di abbattere il regime, perché non ha fiducia nella sua riformabilità, non può restare alla finestra. Si è per il tanto peggio, tanto meglio? Neanche per sogno! Questo è l’argomento principe dei conservatori che temono qualsiasi cambiamento. Qualcuno evoca uno Chavez all’orizzonte. Forse la situazione è talmente incancrenita che l’avvento di un “uomo della Provvidenza” potrebbe essere invocato. Anzi assieme alla “normalizzazione” del regime è anche il ricorso all’uomo della “Provvidenza” che deve essere evitato.


Come farlo? Qualcuno sostiene che la crisi politica và curata con la politica. Sembra una grande frase, ma in realtà è un’affermazione vuota. La crisi in atto non è la crisi della politica tout court, ma è la crisi di un regime antiliberale, quindi l’antidoto è una politica liberale, cioè riformatrice. Per attuarla occorrerebbe anche un soggetto politico che proponesse un’alternativa riformatrice. In giro non c’è gran ché! C’è un PD che non sa che fare, o meglio che sembra essere attratto da vecchie e superate idee piuttosto che rischiare, puntando su alcuni temi che attaccano direttamente i pilastri del regime.


Il regime si basa oggi su di un sistema elettorale che permette la “nomina” di deputati e senatori da parte di chi detiene il potere, impedendo la scelta da parte dei cittadini. Diventa perciò fondamentale proporre una riforma elettorale radicale che permetta di ribaltare la situazione. Di qui la preferenza per la reintroduzione dell’uninominale e per il maggioritario secco. Quindi decisa opposizione a liste plurinominali e a sistemi più o meno proporzionali.


Il regime gode di un’ampia libertà d’azione e di influenza da parte della clericocrazia. Per questo la laicità (personalmente la ritiene sinonimo di laicismo) dovrebbe connotare il soggetto politico che vuole costituire l’alternativa. Nel PD vi sono molti eredi della vecchia Dc e del vecchio Pci che hanno nostalgia della vecchia strategia del “compromesso storico”. Se si vuole tentare una strada nuova è indispensabile iniziare a percorrerla. Nessuno nega che ci potranno essere grossi sacrifici, ma nessuna scelta innovativa può non prevedere sacrifici. Come si dice: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca!


Il regime sta dando prova di una grave commistione tra affari privati e politica. La “tangentopoli” degli anni ’90 dello scorso secolo aveva la caratteristica degli effetti del finanziamento dei partiti quale conseguenza della commistione degli affari privati con la politica. Oggi gli effetti sono arricchimenti personali. Non che siano più gravi di quelli precedenti, sono semplicemente diversi. Quello che sta accadendo è l’aggravamento della mancanza del rispetto della legge, come si suol dire è la crisi della legalità che sembra aver raggiunto il suo acme. Possiamo risolvere il problema a livello nazionale quando abbiamo grande parti del territorio italiano sottoposto al dominio della mafia, della camorra, della ndrangheta e di altre consorterie? Di qui uno sguardo all’Europa ed alla insufficienza dell’attuale Unione Europea da riformare con un soggetto federale.


Concludendo: il sistema elettorale uninominale e maggioritario, la laicità e il federalismo europeo sono tre temi da coltivare proprio per individuare un percorso alternativo, approfittando della crisi. (bl)


8 luglio 2010

Crisi di regime

CONTRO LA “NORMALIZZAZIONE”


La situazione politica è in movimento. La fragilità dell’attuale maggioranza governativa è segnalata dalle dimissioni del ministro Brancher. Sembra che il Pdl e la Lega non si fidano, in questo caso, di un voto di fiducia, come conseguenza della sfida del PD. Inoltre non solo vi è una chiara crisi della leadership del partito di maggioranza relativa, ma vi è un malcelato confronto nella Lega tra Calderoni e Maroni.


Le elezioni anticipate potrebbero convenire a chi già gode il vantaggio del potere politico, mentre un governo di “unità nazionale” o un governo sostenuto da una maggioranza parzialmente diversa potrebbe conseguire il modesto risultato di sostituire Silvio Berlusconi, quale Presidente del Consiglio. Tutte e due le soluzioni costituirebbero un antidoto alla possibile crisi di regime.


Sì, è la possibile crisi di regime che dovrebbe essere l’elemento sul quale puntare se si vuole una svolta riformatrice e liberale. Per questo indichiamo la laicità, il sistema elettorale maggioritario e il federalismo europeo tre temi da coltivare proprio per acuire la crisi.


Il regime è impastato di clericocrazia e il caso del cardinale Sepe ne è un significativo segnale. Indica anche un possibile conflitto all’interno della gerarchia vaticana. Mai come in questo momento sarebbe opportuno un’attacco ad una delle colonne del regime.


Il regime si basa sul sistema elettorale della nomina dei parlamentari che al massimo rappresentano i notabili dei partiti, ma sicuramente non rappresentano i cittadini. Occorre, perciò, proporre un sistema elettorale che capovolga la situazione. Un sistema elettorale che permetta la rappresentanza dei cittadini. Un sistema elettorale maggioritario, con la reintroduzione del collegio uninominale, sembra la miglior soluzione per ottenere la rappresentanza anche territoriale degli elettori.


Il regime si fa forte dei rapporti intergovernativi che sono alla base di questa Unione Europea. Non è senza significato la indicazione governativa di Massimo D’Alema come auspicabile “Ministro degli Esteri” della Unione. Puntare su di una federazione tra gli Stati Europei, o per lo meno tra quelli che fanno parte dell’area “euro”, potrebbe scompaginare i progetti dei fautori del mantenimento degli stati nazionali “forti” a danno di una Unione Europea debole, perché priva di una guida politica.


Non è una strategia facile da attuarsi, ma sembra l’unica alternativa alla tradizionale prassi di superare le crisi “normalizzando” il regime, perpetuandolo. (bl)


28 giugno 2010

Domanda

VIGILIA DELLA CRISI?


Sono convinto che l’attuale inchiesta giudiziaria sulla “cricca” potrebbe essere altrettanto devastante, per il regime, di quella denominata “Mani pulite”. C’è una vistosa differenza, però, tra le due inchieste. Quella che ha visto il marchio dipietrista aveva come oggetto l’acquisizione illegale di fondi per i partiti politici. Quella attuale riguarda arricchimenti illeciti di privati. Il punto di contatto è che entrambe le inchieste sono conseguenti alla commistione di affari privati e interesse collettivo.


Che la situazione per il regime non sia del tutto rosea è provato anche dalla nascita di correnti all’interno del partito di maggioranza relativa e dagli scontri all’interno della coalizione governativa. L’ultimo sintomo della precarietà dell’attuale regime è data dalla nomina di una persona a ministro per tentare di sottrarla al giudizio della magistratura. Sembra una cosa molto grave anche agli occhi di molti sostenitori della maggioranza attuale.


Purtroppo non c’è ancora un’alternativa liberale e riformatrice. Il partito di opposizione di maggior consistenza ancora non sa cosa fare. Non ha ancora il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo e decidere di puntare sull’alternativa maggioritaria, laica ed europeista, piuttosto che volgere lo sguardo al passato.


E se in autunno vi fossero elezioni anticipate? (bl)


6 marzo 2010

A proposito del decreto legge salva liste governative

L’ARROGANZA DEL POTERE


Alcuni anni fa qualcuno affermava che il rispetto della legalità sarebbe stato un atto rivoluzionario. La vicepresidente del Senato, nell’imminenza della scadenza dei termini per la presentazione delle liste, in occasione delle elezioni regionali, ha effettuato uno sciopero totale della fame e della sete per denunciare la pratica della illegalità.


Molti hanno ritenuto esagerata la tesi secondo la quale rispettare la legalità nel procedimento di raccolta delle sottoscrizioni, in sostegno alla presentazione delle liste per il confronto elettorale regionale, sarebbe stato un atto rivoluzionario.


Senz’altro sarebbe esagerata la tesi ritenere rivoluzionaria la pretesa del rispetto della legalità in un’Italia con un regime di “Democrazia liberale”, ma non in un regime di “democrazia partitocratrica”, quale vige attualmente.


Nella democrazia italiana, infatti, sono considerati colpevoli del “caos” coloro che, quale istituzione deputata al controllo della regolarità del procedimento di ammissione delle liste alle elezioni, hanno dichiarato le conseguenze delle irregolarità constatate. Forse perché per una volta c’è stato un “giudice” che ha avuto il coraggio di estromettere non solo piccole liste o candidati di secondo piano ma liste di partiti di governo e, udite udite, un governatore uscente?


Conseguentemente i controrivoluzionari possono ben scendere in piazza e dichiarare, senza vergogna, di essere vittime di una macchinazione e  per questo ci si è rivolti al Presidente della Repubblica per un intervento contro il presunto sopruso. Ora se sopruso o macchinazione non c’è stata, come si può immaginare un intervento del Presidente della Repubblica? Dalla inerzia del Capo dello Stato si desume la legittimità dell’intervento governativo per manipolare il procedimento elettorale già in corso.


Infatti, è quello che è accaduto. Il governo ha emanato un decreto legge per salvare lo schieramento governativo in Lombardia e il Pdl a Roma e nella sua provincia. Insomma abbiamo avuto un decreto legge in favore dei partiti di governo.


Hanno anche l’arroganza di confessare (cfr. la dichiarazione del ministro La Russa) la finalità del provvedimento governativo: rendere impossibile ai giudici del Tribunale amministrativo dare torto agli esponenti governativi in difficoltà. La divisione del potere (ad esempio tra esecutivo e giudiziario) è un bastione della Democrazia liberale perciò l’interpretazione della legge è lasciata all’autonomia della magistratura. Questa confessione prova la diversità della democrazia partitocratrica: il potere giudiziario deve “servire” l’esecutivo!


Il fatto è che il rispetto della legalità dipende anche dal quadro istituzionale. Altra è la legalità nella democrazia liberale ove vige la divisione del potere, altra è la legalità nel regime democratico-partitocratico ove vige la confusione dei poteri. Altro è il “governo della legge” e altro è “il governo degli uomini”.


La soluzione più che governativa doveva essere di natura parlamentare. Forse la soluzione migliore sarebbe stata quella di annullare il presente procedimento elettorale, per le molteplici irregolarità riscontrate, e rinviare all’autunno l’elezioni regionali, previa una sostanziale modifica della normativa. La democrazia partitocratrica non poteva permetterlo: sarebbe stato decretare la crisi del regime. Ma siamo sicuri che, comunque, non è già in atto? L’arroganza non è un sintomo di debolezza?(bl)


2 agosto 2009

Si torna all'antico?

IL PASSATO NON TORNA MAI CON IL VECCHIO VOLTO


Il governatore del Veneto Galan, a proposito del fondo di oltre quattro miliardi di euro assegnato alla Sicilia e la ventilata costituzione di una nuova “Cassa del Mezzogiorno”, in contraddizione con il governo sostenuto dal suo partito, pubblicamente sostiene che queste iniziative alimentano il localismo e stridono con una visione politica nazionale dei problemi e delle relative soluzioni. Il piano assistenziale per il Sud (per ora solo per la Sicilia) è osteggiato anche dai presidenti di Confindustria di Padova e di Treviso. La “Questione meridionale” non affrontata in un quadro di politica nazionale si scontra con la “Questione settentrionale”. Il federalismo fiscale sembra accantonato per tentare di disinnescare la bomba di un “partito del sud”. E la Lega lancia segnali di sganciamento (le dichiarazioni di Bossi sull’Afghanistan e i test sul dialetto). Alla crisi del maggior partito di opposizione che non sembra imboccare l’unica soluzione possibile per il suo futuro (superare la fase aggregativa con una effettiva integrazione delle varie componenti) sembra delinearsi, dall’altra parte, un possibile frazionamento dell’attuale coalizione e del partito di maggioranza governativa.


A chi scrive questi effetti frazionistici sembrano la conseguenza peggiore dell’esito dei referendum del giugno scorso. Sia il Pdl sia il Pd sembrano ormai pronti a ritenere superata l’esperienza del partito a vocazione maggioritaria. Al bipolarismo coatto, battuto dal referendum, sembra che possa succedere un multipartitismo che rivitalizza le coalizioni di tradizione immobilista e che mette la sordina al governo come partito, che poteva essere la conseguenza migliore qualora i referendum elettorali avessero avuto successo.


Quanto detto prova che la realizzazione del Partito Democratico e del Popolo delle Libertà erano state la conseguenza della campagna referendaria del 2007 e che, messo da parte il referendum, si torna all’antico.


In autunno i liberali dovranno attrezzarsi se non vogliono proseguire ad essere irrilevanti ed assistere alla possibile evoluzione in senso illiberale dell’attuale regime antiliberale. Il passato non torna mai con lo stesso volto. (bl)



 

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