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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
13 marzo 2011

W l'Italia

QUESTA ITALIA, COSI’ COM’E’, NON CI PIACE!

Siamo alla vigilia dell’anniversario della nascita della “nuova Italia”. Il prossimo 17 marzo ricorrerà il 150° della fondazione dello Stato italiano e il Re Vittorio Emanuele II ne diventava il primo capo di stato. Eppure il sogno del Risorgimento e di Camillo Benso di Cavour di una Italia unita, indipendente e liberale, ancora non si è realizzato. Per noi che riconosciamo le nostre radici nelle lotte risorgimentali il secessionismo di alcuni soggetti, addirittura al governo, e la recente ingerenza della Conferenza Episcopale Italiana ci confermano la crisi del regime. E la crisi del regime potrebbe travolgere anche l’unità della Patria, trascinando con sé l’indipendenza e la speranza di una democrazia liberale.

In occasione del 50° anniversario un grande liberale, Giovanni Amendola, affermò che “L’Italia, così com’è, non mi piace”. E’ un giudizio che facciamo nostro in occasione dell’attuale anniversario per sottolineare la lunga strada che i liberali stanno percorrendo per una Italia unita, indipendente e liberale. Clericali e conservatori rivestivano il ruolo dei reazionari nei confronti del movimento risorgimentale. Quei reazionari stanno alzando la voce in questa crisi di regime, quasi da apparire come rivincita nei confronti del processo risorgimentale.

La voce dei liberali è tropo flebile (soprattutto per colpa loro), anzi non la si riesce ad ascoltare, per cui siamo costretti a lagnarci: non abbiamo una forza politica in grado di sfidare i reazionari. Per ora, finché i riformatori non si doteranno di un soggetto politico di liberali e di democratici (cioè di moderati e radicali, di riformisti e riformatori) , non ci resta che coltivare la cultura liberale sperando che possa far germogliare una forza in grado di contrastare i reazionari.

Comunque, da parte nostra, l’obiettivo dell’unità, dell’indipendenza e della democrazia liberale resta nel nostro orizzonte. Perciò non desistiamo, non ci arrendiamo e non molliamo. (bl)


30 gennaio 2011

COSTRUIRE UNA ZATTERA


Le rivolte nei paesi africani, in particolare quelle che stanno sconvolgendo l’Egitto, potrebbero innescare un effetto domino per gli stati confinanti, rendendo sempre più instabile la situazione politica ai confini dell’Europa. Sembra che queste rivolte pongano quelle società di fronte ad un bivio: democrazia o fondamentalismo islamico. L’Europa aveva il compito storico di impedire la deriva fondamentalistica. Riuscirà ad impedirla?

L’Italia si trova al confine sud dell’Europa. Ne rimarrà influenzata? Tanto più che la situazione politica interna è tutt’altro che stabile. Anzi il regime democratico, oggi incarnato nel berlusconismo/antiberlusconismo, sembra giunto alla crisi finale.

Ad aggravare la situazione c’è la crisi albanese. Molti osservatori sostengono la somiglianza tra Berisha e Berlusconi.

I tempi sembrano preludere avventurismi irresponsabili. Il sistema politico nazionale è inceppato. La dialettica governo/opposizione non esiste più, mentre la divisione dei poteri e la loro autonomia è sempre meno rispettata. Ormai tutto sembra risolversi in una lotta da basso impero.

Per costruire una zattera, per salvare il salvabile e per poter pensare di ricostruire uno stato all’altezza dei tempi, occorre avere almeno una forza politica. Riconosciamolo: non abbiamo oggi la forza politica per costruire quella zattera, però abbiamo a disposizione la miniera della buona cultura. Se avremo il tempo di assimilarla, ci tornerà sicuramente utile perché la democrazia liberale non nasce con i fucili ma con la coscienza  degli uomini che vogliono trasformarsi da sudditi in cittadini. (bl)


25 ottobre 2010

Crisi di regime (2)

Le dichiarazioni di Sergio Marchionne, Amministratore Delegato della multinazionale Fiat, confermano la esistenza della grave crisi del regime. Qualsiasi rivolgimento radicale può avvenire se parte dell’establishment decide di non sostenere il sistema e le dichiarazioni di Marchionne suonano come critica nei confronti non solo del governo ma anche dell’opposizione.

La Fiat è stata una delle colonne portanti del regime e, se si mette di traverso, il regime è in grave pericolo. Questo spiega le reazioni di Fini, di Grillo e di tutti coloro che, consapevoli dell’attuale fase storica, tentano di salvare un regime che dà loro spazio nel mentre allontana i cittadini senza potere, come i cittadini di Terzigno, vittime della camorra e di questo regime.

La gravità della crisi è data anche dalla ossessione mediatica del caso di Avetrana: si vuol distrarre l’opinione pubblica perché non si sa che pesci pigliare.

L’alternativa è la “buona politica” rappresentata da una radicale riforma della legge elettorale che dia in mano ai cittadini l’arma politica della scelta dei propri rappresentanti. L’alternativa alla partitocrazia è la democrazia liberale. Oggi è necessaria se non si vuole cadere dalla padella nella brace di uno Chavez di passaggio.


11 agosto 2010

Rivista politica

AA.VV. “QUADERNI RADICALI N. 105 A. XXXIII speciale luglio 2010” stampa: Lito Terrazzi Firenze 2010


Avevo appena finito di preparare questa newsletter che ho ricevuto la rivista di Giuseppe Rippa. Contiene uno speciale sul tema “Partitocrazia senza partiti”. Non potevo non leggerlo subito e decidere di segnalarlo.


“Può sembrare un ossimoro – dice la presentazione dello speciale che ascrivo allo stesso Rippa – , una sorta di figura retorica che accosta concetti contrari, ma parlare di ‘partitocrazia senza partiti’ è tutt’altro che un artificiosa ricerca dell’effetto. … Gli eventi degli ultimi venti anni hanno segnato una paradossale situazione: l’oligarchia dei partiti, apparentemente incrinata, è stata sostituita direttamente dai soggetti finanziari, dalle corporazioni fattesi strutture politiche, che hanno radicato i pericoli immensi che nella società italiana si sono consolidati subendo tale realtà. …”


Rippa, nel suo saggio introduttivo, afferma: “Si può affermare che in quasi tutti i sistemi politici che si fondano sui partiti esiste una tendenza da parte di gruppi ristretti a detenere il potere.” Ossia le democrazie moderne possono essere qualificate “poliarchie”, come insegna Robert Dahl, però “la particolarità del ‘caso Italia’ – aggiunge Rippa – sta nel fatto che gli interessi delle oligarchie per il mantenimento del potere ha sopraffatto irreversibilmente la domanda e gli interessi dei cittadini.”


Conseguentemente “le forze prodotte dalla lotta economica sono divenute …direttamente i protagonisti della battaglia per il potere politico, anche se non entrano direttamente in campo (se si esclude il caso clamoroso del capo del Governo) e ricorrono …all’utilizzo di attori politici sostanzialmente deboli e marginali”.


La diagnosi, conseguente all’analisi della situazione politica, non può non essere condivisibile.


A conferma, nella rivista, vi sono articoli di Guido Compagna, Antonio Tronchese, Claudia del Vento, Antonio Marulo, nonché tre voci del glossario politico (Antipolitica, Regime e Costo della politica) recentemente riedito per il Mulino da Gianfranco Pasquino.


Lo speciale è arricchito da alcuni interventi (Spadaccia, Pergameno, Stanzani, Bandinelli) tenuti in occasione del convegno “L’antagonista radicale” svoltosi a Roma nell’aprile del 1978. Rileggendoli si nota la continuità nell’analisi e nella diagnosi sostenuta in questo speciale. A coronamento viene ripubblicato (già comparso su Il Foglio del 27 agosto 2009) un intervento di Marco Pannella su Mario Pannunzio, per rivendicare la eredità pannunziana: il Regime non è la conseguenza del governo berlusconiano, è conseguenza della partitocrazia postfascista che ha sostituito il precedente regime del monopartito fascista.


Oltre a questo speciale la rivista contiene, tra l’altro, un saggio di Francesco Pullia su Aldo Capitini basato sul carteggio avuto dal filosofo perugino con Walter Binni, Danilo Dolci e Guido Calogero.


Interessante è anche la sezione sugli Arabi Democratici Liberali a cura di Anna Mahjar Barducci visto il pericolo di confusione che consegue allorché si distinguono gli islamisti dai moderati islamici, i terroristi dai democratici liberali.


La rivista è acquistabile al prezzo di € 8,00 ed ha un sito web: www.quaderniradicali.com. (bl)


11 agosto 2010

"Partitocrazia senza partiti"

“Può sembrare un ossimoro, una sorta di figura retorica che accosta concetti contrari, ma parlare di ‘partitocrazia senza partiti’ è tutt’altro che un artificiosa ricerca dell’effetto. […] Gli eventi degli ultimi venti anni hanno segnato una paradossale situazione: l’oligarchia dei partiti, apparentemente incrinata, è stata sostituita direttamente dai soggetti finanziari, dalle corporazioni fattesi strutture politiche, che hanno radicato i pericoli immensi che nella società italiana si sono consolidati subendo tale realtà. […]


[…] Si può affermare che in quasi tutti i sistemi politici che si fondano sui partiti esiste una tendenza da parte di gruppi ristretti a detenere il potere […] (però) la particolarità del ‘caso Italia’ sta nel fatto che gli interessi delle oligarchie per il mantenimento del potere ha sopraffatto irreversibilmente la domanda e gli interessi dei cittadini.[…].


(Conseguentemente) le forze prodotte dalla lotta economica sono divenute […] direttamente i protagonisti della battaglia per il potere politico, anche se non entrano direttamente in campo (se si esclude il caso clamoroso del capo del Governo) e ricorrono […]all’utilizzo di attori politici sostanzialmente deboli e marginali[…]”

 

(cfr. Giuseppe Rippa in AA.VV. “QUADERNI RADICALI N. 105 A. XXXIII speciale luglio 2010” stampa: Lito Terrazzi Firenze 2010, pagg. 6/11)


13 luglio 2010

Che fare

APPROFITTARE DELLA CRISI DI REGIME!


E’ in atto la crisi del regime. Infatti la cena a casa Vespa, con particolari commensali, può essere spiegata solo così: Stati Generali del regime per ritrovare il bandolo della matassa. Erano presenti Berlusconi, Letta e Casini solo per sondare il terreno di un possibile “allargamento” della maggioranza parlamentare all’Udc? In tal caso perché non c’era un leghista o almeno il garante dell’alleanza con la Lega come Giulio Tremonti? Berlusconi vorrebbe sostituire Bossi con Casini? E tutta la polemica con Fini cosa sarebbe? Una cortina fumogena per nascondere le vere finalità dell’operazione? Ma che ci stavano a fare Draghi, Geronzi e monsignor Bertone? L’affaire denominata “cricca” segnala una gravissima commistione tra affari e politica: Draghi e Geronzi temono qualcosa? Il caso del cardinale Sepe ha evidenziato il conflitto tra la segreteria di Stato Vaticana e la Cei: monsignor Bertone teme, anche lui, qualcosa?


Ad avviso di chi scrive non siamo alla vigilia di una crisi di governo risolvibile con qualche ribaltone o con elezioni anticipate. Siamo alla vigilia di una crisi di regime e che potrebbe essere ovviata “normalizzando” la situazione, come già avvenuto in passato.


Chi si propone, invece, di abbattere il regime, perché non ha fiducia nella sua riformabilità, non può restare alla finestra. Si è per il tanto peggio, tanto meglio? Neanche per sogno! Questo è l’argomento principe dei conservatori che temono qualsiasi cambiamento. Qualcuno evoca uno Chavez all’orizzonte. Forse la situazione è talmente incancrenita che l’avvento di un “uomo della Provvidenza” potrebbe essere invocato. Anzi assieme alla “normalizzazione” del regime è anche il ricorso all’uomo della “Provvidenza” che deve essere evitato.


Come farlo? Qualcuno sostiene che la crisi politica và curata con la politica. Sembra una grande frase, ma in realtà è un’affermazione vuota. La crisi in atto non è la crisi della politica tout court, ma è la crisi di un regime antiliberale, quindi l’antidoto è una politica liberale, cioè riformatrice. Per attuarla occorrerebbe anche un soggetto politico che proponesse un’alternativa riformatrice. In giro non c’è gran ché! C’è un PD che non sa che fare, o meglio che sembra essere attratto da vecchie e superate idee piuttosto che rischiare, puntando su alcuni temi che attaccano direttamente i pilastri del regime.


Il regime si basa oggi su di un sistema elettorale che permette la “nomina” di deputati e senatori da parte di chi detiene il potere, impedendo la scelta da parte dei cittadini. Diventa perciò fondamentale proporre una riforma elettorale radicale che permetta di ribaltare la situazione. Di qui la preferenza per la reintroduzione dell’uninominale e per il maggioritario secco. Quindi decisa opposizione a liste plurinominali e a sistemi più o meno proporzionali.


Il regime gode di un’ampia libertà d’azione e di influenza da parte della clericocrazia. Per questo la laicità (personalmente la ritiene sinonimo di laicismo) dovrebbe connotare il soggetto politico che vuole costituire l’alternativa. Nel PD vi sono molti eredi della vecchia Dc e del vecchio Pci che hanno nostalgia della vecchia strategia del “compromesso storico”. Se si vuole tentare una strada nuova è indispensabile iniziare a percorrerla. Nessuno nega che ci potranno essere grossi sacrifici, ma nessuna scelta innovativa può non prevedere sacrifici. Come si dice: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca!


Il regime sta dando prova di una grave commistione tra affari privati e politica. La “tangentopoli” degli anni ’90 dello scorso secolo aveva la caratteristica degli effetti del finanziamento dei partiti quale conseguenza della commistione degli affari privati con la politica. Oggi gli effetti sono arricchimenti personali. Non che siano più gravi di quelli precedenti, sono semplicemente diversi. Quello che sta accadendo è l’aggravamento della mancanza del rispetto della legge, come si suol dire è la crisi della legalità che sembra aver raggiunto il suo acme. Possiamo risolvere il problema a livello nazionale quando abbiamo grande parti del territorio italiano sottoposto al dominio della mafia, della camorra, della ndrangheta e di altre consorterie? Di qui uno sguardo all’Europa ed alla insufficienza dell’attuale Unione Europea da riformare con un soggetto federale.


Concludendo: il sistema elettorale uninominale e maggioritario, la laicità e il federalismo europeo sono tre temi da coltivare proprio per individuare un percorso alternativo, approfittando della crisi. (bl)


28 giugno 2010

Domanda

VIGILIA DELLA CRISI?


Sono convinto che l’attuale inchiesta giudiziaria sulla “cricca” potrebbe essere altrettanto devastante, per il regime, di quella denominata “Mani pulite”. C’è una vistosa differenza, però, tra le due inchieste. Quella che ha visto il marchio dipietrista aveva come oggetto l’acquisizione illegale di fondi per i partiti politici. Quella attuale riguarda arricchimenti illeciti di privati. Il punto di contatto è che entrambe le inchieste sono conseguenti alla commistione di affari privati e interesse collettivo.


Che la situazione per il regime non sia del tutto rosea è provato anche dalla nascita di correnti all’interno del partito di maggioranza relativa e dagli scontri all’interno della coalizione governativa. L’ultimo sintomo della precarietà dell’attuale regime è data dalla nomina di una persona a ministro per tentare di sottrarla al giudizio della magistratura. Sembra una cosa molto grave anche agli occhi di molti sostenitori della maggioranza attuale.


Purtroppo non c’è ancora un’alternativa liberale e riformatrice. Il partito di opposizione di maggior consistenza ancora non sa cosa fare. Non ha ancora il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo e decidere di puntare sull’alternativa maggioritaria, laica ed europeista, piuttosto che volgere lo sguardo al passato.


E se in autunno vi fossero elezioni anticipate? (bl)


6 marzo 2010

A proposito del decreto legge salva liste governative

L’ARROGANZA DEL POTERE


Alcuni anni fa qualcuno affermava che il rispetto della legalità sarebbe stato un atto rivoluzionario. La vicepresidente del Senato, nell’imminenza della scadenza dei termini per la presentazione delle liste, in occasione delle elezioni regionali, ha effettuato uno sciopero totale della fame e della sete per denunciare la pratica della illegalità.


Molti hanno ritenuto esagerata la tesi secondo la quale rispettare la legalità nel procedimento di raccolta delle sottoscrizioni, in sostegno alla presentazione delle liste per il confronto elettorale regionale, sarebbe stato un atto rivoluzionario.


Senz’altro sarebbe esagerata la tesi ritenere rivoluzionaria la pretesa del rispetto della legalità in un’Italia con un regime di “Democrazia liberale”, ma non in un regime di “democrazia partitocratrica”, quale vige attualmente.


Nella democrazia italiana, infatti, sono considerati colpevoli del “caos” coloro che, quale istituzione deputata al controllo della regolarità del procedimento di ammissione delle liste alle elezioni, hanno dichiarato le conseguenze delle irregolarità constatate. Forse perché per una volta c’è stato un “giudice” che ha avuto il coraggio di estromettere non solo piccole liste o candidati di secondo piano ma liste di partiti di governo e, udite udite, un governatore uscente?


Conseguentemente i controrivoluzionari possono ben scendere in piazza e dichiarare, senza vergogna, di essere vittime di una macchinazione e  per questo ci si è rivolti al Presidente della Repubblica per un intervento contro il presunto sopruso. Ora se sopruso o macchinazione non c’è stata, come si può immaginare un intervento del Presidente della Repubblica? Dalla inerzia del Capo dello Stato si desume la legittimità dell’intervento governativo per manipolare il procedimento elettorale già in corso.


Infatti, è quello che è accaduto. Il governo ha emanato un decreto legge per salvare lo schieramento governativo in Lombardia e il Pdl a Roma e nella sua provincia. Insomma abbiamo avuto un decreto legge in favore dei partiti di governo.


Hanno anche l’arroganza di confessare (cfr. la dichiarazione del ministro La Russa) la finalità del provvedimento governativo: rendere impossibile ai giudici del Tribunale amministrativo dare torto agli esponenti governativi in difficoltà. La divisione del potere (ad esempio tra esecutivo e giudiziario) è un bastione della Democrazia liberale perciò l’interpretazione della legge è lasciata all’autonomia della magistratura. Questa confessione prova la diversità della democrazia partitocratrica: il potere giudiziario deve “servire” l’esecutivo!


Il fatto è che il rispetto della legalità dipende anche dal quadro istituzionale. Altra è la legalità nella democrazia liberale ove vige la divisione del potere, altra è la legalità nel regime democratico-partitocratico ove vige la confusione dei poteri. Altro è il “governo della legge” e altro è “il governo degli uomini”.


La soluzione più che governativa doveva essere di natura parlamentare. Forse la soluzione migliore sarebbe stata quella di annullare il presente procedimento elettorale, per le molteplici irregolarità riscontrate, e rinviare all’autunno l’elezioni regionali, previa una sostanziale modifica della normativa. La democrazia partitocratrica non poteva permetterlo: sarebbe stato decretare la crisi del regime. Ma siamo sicuri che, comunque, non è già in atto? L’arroganza non è un sintomo di debolezza?(bl)


6 marzo 2010

“I MORTI NON RACCONTANO LA STORIA”

MIMMO FRANZINELLI “IL DELITTO ROSSELLI” Mondadori, Milano 2008


Galeazzo Ciano nel suo diario, pubblicato a cura di Renzo de Felice, ricorda che, in occasione della guerra civile di Spagna degli anni ’30, cui partecipavano italiani su ambedue i fronti, Benito Mussolini gli ordinò di fare fucilare tutti i prigionieri italiani anti-franchisti, aggiungendo la gelida e macabra frase “i morti non raccontano la storia”.


Carlo Rosselli aveva militato tra gli anti-franchisti. Famoso il suo slogan “Oggi in Spagna, domani in Italia” per indicare l’irriducibilità della sua opposizione al regime fascista che stava sostenendo il colpo di Stato del generalissimo Francisco Franco. L’assassinio di Carlo e del fratello Nello da parte di un’associazione terrorista francese “La Cagoule” non può non essere considerato una conseguenza di quell’ordine.


Scrive Franzinelli: “La mancata epurazione della magistratura, nel trapasso dalla dittatura alla democrazia, mantiene in posizione chiave giudici che nel ventennio hanno assimilato la cultura fascista; essi, nel dopoguerra, dovrebbero sanzionare penalmente i responsabili del regime e del conflitto civile. In luogo della punizione (nonostante l’inappellabilità della sentenza), di pari passo all’applicazione estensiva dell’amnistia Togliatti, con garanzia d’impunità a dirigenti e a manovali del regime. La deriva giudiziaria imposta dalla Cassazione premia tutti i condannati per il delitto Rosselli….Il 22 giugno – a poche ore dell’amnistia Togliatti – viene cancellata la pena inflitta a Anfuso, Navale e Angioi.”


La continuità tra regime fascista e quello postfascista può essere desunta anche da questa vicenda?


Concludendo i mandanti non sono stati individuati neanche dalla giustizia repubblicana, ma la storia non può non averli individuati. Franzinelli li individua perciò la cinica frase di Mussolini “i morti non raccontano la storia” trova in questo libro una smentita. (bl)


INDICE: Introduzione – Premessa: L’ambiente familiare e gli anni giovanili – I. Preludio a un delitto – II. Gli “incappucciati” e i fascisti – III. L’affaire Rossignol – IV. Trame di regime – V. Francia: un processo tardivo – VI. Italia: crimine senza mandanti – Note – Profili biografici – Documenti


6 marzo 2010

Continuità di regimi

“[…] La mancata epurazione della magistratura, nel trapasso dalla dittatura alla democrazia, mantiene in posizione chiave giudici che nel ventennio hanno assimilato la cultura fascista; essi, nel dopoguerra, dovrebbero sanzionare penalmente i responsabili del regime e del conflitto civile. In luogo della punizione (nonostante l’inappellabilità della sentenza), di pari passo all’applicazione estensiva dell’amnistia Togliatti, con garanzia d’impunità a dirigenti e a manovali del regime. La deriva giudiziaria imposta dalla Cassazione premia tutti i condannati per il delitto Rosselli….Il 22 giugno – a poche ore dell’amnistia Togliatti – viene cancellata la pena inflitta a Anfuso, Navale e Angioi.[…]”

 

(Cfr. MIMMO FRANZINELLI “IL DELITTO ROSSELLI” Mondadori, Milano 2008, pag. 212)



 

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