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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
13 dicembre 2011

La sinistra e la questione meridionale

“[…] La crisi presente dei partiti democratici non può essere eterna. O prima o poi le masse dei partiti democratici ritroveranno nuovi slanci di sentimento, nuove necessità di battaglie.

Per quel momento è necessario impedire ai vecchi somari e commedianti della democrazia di ripetere le esperienze del decennio trascorso. Per quel momento è necessario che i morti abbiano già sepolto i loro morti, che i vecchi  condottieri sieno irreparabilmente discreditati e disfatti come si meritano, che le moltitudini abbiano già presa l’abitudine di combatterli come conservatori e non affidare alle loro mani i loro destini come ‘rivoluzionari’. […]”

 (cfr. GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 134)

 

 

“[…] La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da se le proprie convinzioni politiche, filosofiche, religiose.

E’ laica, insomma, la scuola in cui nulla si insegna che non sia frutto di ricerca critico e razionale, in cui tutti gli studi sono condotti con metodo critico e razionale, in cui tutti gli insegnamenti sono rivolti a educare e rafforzare negli alunni le attitudini critiche e razionali. […]”

 (cfr. GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 88)

 

 

“[…] Un partito deve saper classificare e graduare le proprie esigenze […] dando ad una riforma o ad un gruppo di riforme […] la precedenza sulle altre. Un partito che non sa fare questa scelta […] è un partito che non sa quel che si voglia, che vuole troppo e non stringe nulla, al quale manca il senso della realtà e la capacità di adeguare l’opera alla realtà stessa […].

 (cfr. GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 65)

 

 

"[...] O noi continuiamo a credere a quella che è la teoria fondamentale del socialismo, che cioè l’emancipazione dei lavoratori non può venire se non attraverso un continuo sforzo di conquista compiuto dalla stessa classe lavoratrice e nel campo economico e nel campo politico: e in questo caso non possiamo rimanere indifferenti dinanzi a un sistema elettorale, che priva la grande maggioranza della classe lavoratrice del più importante fra i diritti politici; dobbiamo riconoscere che non è stato un capriccio, se in tutti i paesi il partito socialista, non appena costituitosi, ha concentrate le sue forze nella conquista del suffragio universale; e non possiamo sperare che il movimento socialista italiano, ‘se vuol rimanere socialista’, possa sottrarsi a questa necessità elementare di ogni movimento proletario.[…]”

 (cfr. GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 73)

 

 

"[…] Alle tre malattie, che abbiamo fuggevolmente descritto, ossia la malattia dello Stato accentratore, la oppressione economica in cui l’Italia meridionale è tenuta dall’Italia settentrionale, e infine la struttura sociale semifeudale, è possibile recare un rimedio? […] Finchè nel Mezzogiorno stesso non si determinerà un movimento energico, costante, organico, che abbia lo scopo di attuare tutte quelle riforme, che per ora non sono che pii desideri degli studiosi.[...]"


(cfr. GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 21 - 24)

 

 

"[…] I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l’anima i nordici: ecco il prodotto di quarant’anni d’unità. […]"

 

(cfr. GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 15)


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13 dicembre 2011

Democratico e liberale

GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Il 1911 è un anno particolare per Gaetano Salvemini. Abbandona il Partito Socialista perché dissenziente per la scarsa attenzione manifestata nei confronti della guerra tripolina, lascia la collaborazione con Prezzolini a “La Voce” perché la rivista era troppo teorica per quella contingenza politica, fonda la sua rivista “L’Unità” la cui testata portava il sottotitolo “Problemi della vita italiana.”

Beniamino Finocchiaro, nella prefazione ad una raccolta di articoli del settimanale pubblicato da Neri Pozza nel 1958, scriveva: “Il più coraggioso tentativo di reazione contro la pigrizia mentale, la quasi ripugnanza degli intellettuali e dei politicanti italiani ad occuparsi sul serio dei problemi concreti che si accumulavano nella vita del Paese.”

Ritengo la figura di Salvemini un esempio di democratico e di liberale e non di socialista perché il politico pugliese (era nato a Molfetta nel 1873 e morì a Sorrento nel 1957) non ricompose mai la frattura del 1911 con il partito socialista, anzi ritornato in Italia, dopo l’esilio e la caduta del fascismo, fu un collaboratore fondamentale della rivista liberale “Il Mondo” di Mario Pannunzio.

Il testo che oggi segnalo contiene una raccolta di vari scritti di Salvemini relativamente ad un periodo molto limitato: tra il 1898 e il 1914.

Il politico pugliese scriveva su “L’Unità” il 2 maggio 1913 (“Quel che ‘L’Unità’ non può dare e quel che vuol fare”): “La crisi presente dei partiti democratici non può essere eterna. O prima o poi le masse dei partiti democratici ritroveranno nuovi slanci di sentimento, nuove necessità di battaglie.

Per quel momento è necessario impedire ai vecchi somari e commedianti della democrazia di ripetere le esperienze del decennio trascorso. Per quel momento è necessario che i morti abbiano già sepolto i loro morti, che i vecchi  condottieri sieno irreparabilmente discreditati e disfatti come si meritano, che le moltitudini abbiano già presa l’abitudine di combatterli come conservatori e non affidare alle loro mani i loro destini come ‘rivoluzionari’”

Questo è un insegnamento valido anche oggi. I riformatori devono avere la pazienza di aspettare tempi migliori avendo, però, la determinazione di tentare di diventare protagonisti quando i tempi saranno maturi.

Il testo del discorso pronunciato al Congresso della Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie tenutosi a Napoli nel settembre del 1907, prova il tasso di liberalismo del pensiero di Salvemini. Non per nulla quel discorso è intitolato “Che cos’è la laicità”.

Diceva il politico pugliese: “La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da se le proprie convinzioni politiche, filosofiche, religiose.

E’ laica, insomma, la scuola in cui nulla si insegna che non sia frutto di ricerca critica e razionale, in cui tutti gli studi sono condotti con metodo critico e razionale, in cui tutti gli insegnamenti sono rivolti a educare e rafforzare negli alunni le attitudini critiche e razionali.”

Gaetano Salvemini si è distaccato dal Partito Socialista di Turati nel 1911 però all’XI congresso, svoltosi l’anno precedente, preparò una relazione sul problema della riforma elettorale al quale il partito, sino ad allora, non aveva prestato molta attenzione.

Scriveva in quella relazione: “Un partito deve saper classificare e graduare le proprie esigenze … dando ad una riforma o ad un gruppo di riforme … la precedenza sulle altre. Un partito che non sa fare questa scelta … è un partito che non sa quel che si voglia, che vuole troppo e non stringe nulla, al quale manca il senso della realtà e la capacità di adeguare l’opera alla realtà stessa.”

Poi proseguiva: “O noi continuiamo a credere a quella che è la teoria fondamentale del socialismo, che cioè l’emancipazione dei lavoratori non può venire se non attraverso un continuo sforzo di conquista compiuto dalla stessa classe lavoratrice e nel campo economico e nel campo politico: e in questo caso non possiamo rimanere indifferenti dinanzi a un sistema elettorale, che priva la grande maggioranza della classe lavoratrice del più importante fra i diritti politici; dobbiamo riconoscere che non è stato un capriccio, se in tutti i paesi il partito socialista, non appena costituitosi, ha concentrate le sue forze nella conquista del suffragio universale; e non possiamo sperare che il movimento socialista italiano, ‘se vuol rimanere socialista’, possa sottrarsi a questa necessità elementare di ogni movimento proletario.”

La centralità politica della legge elettorale significa, anche oggi, la centralità dei diritti politici: i diritti politici sono la premessa necessaria e non sufficiente per qualsiasi riforma.

Salvemini è ricordato soprattutto quale meridionalista. Scriveva tra il 1898 e il 1899: “Alle tre malattie, che abbiamo fuggevolmente descritto, ossia la malattia dello Stato accentratore, la oppressione economica in cui l’Italia meridionale è tenuta dall’Italia settentrionale, e infine la struttura sociale semifeudale, è possibile recare un rimedio? … Finché nel Mezzogiorno stesso non si determinerà un movimento energico, costante, organico, che abbia lo scopo di attuare tutte quelle riforme, che per ora non sono che pii desideri degli studiosi.”  

Gaetano Salvemini constatava con amarezza non solo l’esistenza di una “Questione meridionale” ma anche di una “Questione settentrionale”: “I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l’anima i nordici: ecco il prodotto di quarant’anni d’unità.”

A differenza di altri meridionalisti che invocavano l’intervento dello Stato per affrontare la “Questione meridionale” il politico pugliese sosteneva che la soluzione dei problemi dei meridionali doveva essere nella disponibilità dei meridionali: infatti era un federalista convinto.(bl)

INDICE: I. La questione meridionale – II. Socialismo e questione meridionale – III. Cultura e laicità – IV. “L’Unità” – Nota biografica – Nota bibliografica

 


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1 dicembre 2011

Rivoluzione liberale

“[…] E’ doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco…Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare…che i tiranni siano tiranni, che reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamole frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 207-208)

 

“[…] Il presupposto di questo libro è che l’Italia riesca a trovare in sé la forza per superare la sua crisi e riprendere quella volontà di vita europea che parve annunciarsi, almeno in certi episodi, col Risorgimento.[…]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 203)

 

“[…] Offro un libro di teoria liberale, pensato e scritto secondo un piano organico, che, mentre appare come una storia degli uomini e delle idee di questi anni vorrebbe pur significare un programma positivo e un’indicazione di metodi di studi e d’azione.[…]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 221)

 

“[…] Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un’opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 13)

 

“[…] La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberalismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l’azione storica dei ceti che vi sono interessati. In Italia, dove le condizioni sia economiche che politiche sono singolarmente immature, le classi e gli uomini interessati a una pratica liberale devono accontentarsi di essere una minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un’opposizione organizzata e combattiva. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 71)

 

“[…] Se dalla negazione fascista il liberalismo fosse tratto a ridiscutere i suoi principi, a difendere i propri metodi e le proprie istituzioni, a rinnovare quella passione per la libertà da cui nacque primamente, forse l’avvenire politico del nostro popolo si potrebbe guardare con animo più sicuro. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 76)

 

“[…] Gaetano Salvemini e Luigi Sturzo sono riusciti a promuovere in Italia il più recente esperimento di illuminismo politico offrendo il metodo e alcuni esempi di problemismo pratico. […] Se la metodologia liberale è la più ripugnante ai dogmi e alle semplificazioni astratte, alle cieche fiducie e alla sicumera dei progettismi, la conoscenza dei problemi pratici si presenta per il politico come una forma e un indice di liberalismo: è un modo di aderire alle sfumature e di prolungare l’osservazione una delle vie per cui si prova l’ascesi del politico.[…] La virtù del dubbio e della sospensione del giudizio, la capacità di dar ragione all’avversario è la miglior preparazione all’intransigenza e all’intolleranza operosa. […] Il liberalismo sdegna la politica dei competenti (degli interessati) perché ha elaborato un concetto della politica come disinteresse dell’uomo di governo di fronte al popolo interessato, e perché ha offerto durante il corso storico alcuni modelli assai evidenti della competenza che deve ritrovarsi nell’uomo di Stato (Cavour). […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 165-166)

 

“[…] Chi sa combattere è degno di libertà […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 171)

 

“[…] I rapporti tra Stato e Chiesa …si potranno migliorare solo se si manterrà costante la pregiudizialità cavouriana della laicità. Si tratta di liquidare lentamente e insensibilmente gli ultimi residui di clericalismo, se non si vuole veder rinascere con singolare asprezza la lotta anticlericale. Questo programma in Italia è stato rappresentato da Luigi Sturzo, il solo che avrebbe saputo, liquidando il clericalismo con il consenso dei cattolici, evitare una reazione cruenta. L’accordo di Mussolini col Vaticano contro Sturzo segna certo il ritorno di politiche più avventurose e compromettenti ma non è ancora lecito dire quale dei tre malanni (neoguelfismo, clericalismo o anticlericalismo) ci attende in questa parentesi di politica illiberale. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 174 - 175)

 

“[…] In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe della vita statale: la garanzia del controllo parlamentare sulle imposte non era una esigenza, ma una formalità giuridica; il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta.

Il Parlamento italiano…esercita il controllo finanziario come esercita ogni altra funzione politica. E’ demagogico, parlamentaristico sin dal suo nascere perché è nato dalla retorica, dall’inesperienza, dal mimetismo…Una rivoluzione di contribuenti in Italia …non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti…Il popolo …doveva essere educato al parassitismo.[…]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 183-184)

 

“[…] Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione.[…]”

 

(cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 206)


1 dicembre 2011

UNA PASSIONE LIBERTARIA

PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

C’è un articolo, pubblicato sul settimanale “La Rivoluzione liberale” nel novembre del 1922 (ossia appena insediatosi il ministero Mussolini, succedutosi al giolittiano Facta), che fotografa la capacità di leggere gli avvenimenti da parte del ventunenne Piero Gobetti (1901 – 1925). L’articolo è intitolato “Elogio della ghigliottina”. Scriveva il giovane torinese: “E’ doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco…Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare…che i tiranni siano tiranni, che reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro.”

Anche questo articolo è contenuto in questo libro che porta il titolo della la rivista e che aveva come sotto titolo “Saggio sulla lotta politica in Italia”.

Fu l’editore Cappelli che pubblicò nell’aprile del 1924 il libro del liberale piemontese nella collana diretta da Rodolfo Mondolfo. A dir la verità Gobetti voleva raccogliere i suoi articoli come aveva fatto Luigi Einaudi con “Gli ideali di un economista” pubblicato da “La Voce”, ma Mondolfo consigliò il giovane piemontese di utilizzare alcuni articoli ritoccandoli e raccogliendoli con una struttura più idonea ad un testo di teoria politica.

Si legge nella nota conclusiva: “Offro un libro di teoria liberale, pensato e scritto secondo un piano organico, che, mentre appare come una storia degli uomini e delle idee di questi anni vorrebbe pur significare un programma positivo e un’indicazione di metodi di studi e d’azione”.

L’edizione offerta unitamente al settimanale del Corriere della Sera porta sulla copertina questa dicitura: “Il presupposto di questo libro è che l’Italia riesca a trovare in sé la forza per superare la sua crisi e riprendere quella volontà di vita europea che parve annunciarsi, almeno in certi episodi, col Risorgimento.” Questa frase sembra scritta per la nostra attualità.

Il libro è strutturato in quattro parti ed ha una introduzione particolarmente affascinante per i giovani (almeno lo fu per me, diciottenne). “Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un’opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri.”

Nella prima parte si esaminano le eredità del Risorgimento. Il Risorgimento, per Gobetti fu una Rivoluzione liberale incompiuta. Lo constata, nella seconda parte, esaminando i vari soggetti politici protagonisti della lotta politica in Italia tra il 1919 e il 1922, un periodo storico cruciale che tanto ha influenzato la vita politica del nostro paese. Innanzi tutto esamina le forze liberali che non avevano saputo opporsi decentemente all’avvento del governo Mussolini. Non l’avevano fatto perché non erano state capaci di modernizzarsi. Scrive Gobetti: “La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberalismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l’azione storica dei ceti che vi sono interessati. In Italia, dove le condizioni sia economiche che politiche sono singolarmente immature, le classi e gli uomini interessati a una pratica liberale devono accontentarsi di essere una minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un’opposizione organizzata e combattiva…Se dalla negazione fascista il liberalismo fosse tratto a ridiscutere i suoi principi, a difendere i propri metodi e le proprie istituzioni, a rinnovare quella passione per la libertà da cui nacque primamente, forse l’avvenire politico del nostro popolo si potrebbe guardare con animo più sicuro”

La terza parte propone un esame delle varie questioni politiche che i liberali avrebbero dovuto sottoporre alla propria attenzione se volevano ritornare ad essere protagonisti della lotta politica.

Gaetano Salvemini e Luigi Sturzo sono riusciti a promuovere in Italia il più recente esperimento di illuminismo politico offrendo il metodo e alcuni esempi di problemismo pratico… Se la metodologia liberale è la più ripugnante ai dogmi e alle semplificazioni astratte, alle cieche fiducie e alla sicumera dei progettismi, la conoscenza dei problemi pratici si presenta per il politico come una forma e un indice di liberalismo: è un modo di aderire alle sfumature e di prolungare l’osservazione una delle vie per cui si prova l’ascesi del politico… La virtù del dubbio e della sospensione del giudizio, la capacità di dar ragione all’avversario è la miglior preparazione all’intransigenza e all’intolleranza operosa … Il liberalismo sdegna la politica dei competenti (degli interessati) perché ha elaborato un concetto della politica come disinteresse dell’uomo di governo di fronte al popolo interessato, e perché ha offerto durante il corso storico alcuni modelli assai evidenti della competenza che deve ritrovarsi nell’uomo di Stato (Cavour)… Chi sa combattere è degno di libertà”

La questione liberale non può non intrecciarsi con la “questione romana”. Scriveva: “I rapporti tra Stato e Chiesa …si potranno migliorare solo se si manterrà costante la pregiudizialità cavouriana della laicità. Si tratta di liquidare lentamente e insensibilmente gli ultimi residui di clericalismo, se non si vuole veder rinascere con singolare asprezza la lotta anticlericale. Questo programma in Italia è stato rappresentato da Luigi Sturzo, il solo che avrebbe saputo, liquidando il clericalismo con il consenso dei cattolici, evitare una reazione cruenta. L’accordo di Mussolini col Vaticano contro Sturzo segna certo il ritorno di politiche più avventurose e compromettenti ma non è ancora lecito dire quale dei tre malanni (neoguelfismo, clericalismo o anticlericalismo) ci attende in questa parentesi di politica illiberale.”

Altrettanto fondamentale per la questione liberale sono i problemi fiscali. Gobetti afferma: “In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe della vita statale: la garanzia del controllo parlamentare sulle imposte non era una esigenza, ma una formalità giuridica; il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta.

Il Parlamento italiano…esercita il controllo finanziario come esercita ogni altra funzione politica. E’ demagogico, parlamentaristico sin dal suo nascere perché è nato dalla retorica, dall’inesperienza, dal mimetismo…Una rivoluzione di contribuenti in Italia …non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti…Il popolo …doveva essere educato al parassitismo.”

L’ultima parte contiene l’esame del nuovo governo che, con preveggenza, indica l’inizio di una nuova era anche se la considera una “parentesi”.

“Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione.”

In conclusione, come sottolineava Norberto Bobbio “per Gobetti …ogni rivoluzione è liberale in quanto liberatrice. Una rivoluzione non liberale non è rivoluzione, ma reazione, controriforma, controrivoluzione.” Questa intransigente passione libertaria mi coinvolge ancora. (bl)

INDICE:Prefazione di Antonio Carioti – Introduzione – LIBRO PRIMO. L’EREDITA’ DEL RISORGIMENTO: Problemi di libertà – Diplomazia e dilettantismo – Maturità piemontese – Neoguelfismo – Critica repubblicana – Rivoluzione liberale – Socialismo di Stato – Una rivoluzione mancata – Liberismo e operai – LIBRO SECONDO. LA LOTTA POLITICA IN ITALIA: I. Liberali e democratici – II. I popolari – III. I socialisti – IV. I comunisti – V. I nazionalisti – VI. I Repubblicani – LIBRO TERZO. CRITICA LIBERALE: I. Problemismo – II. La lotta di classe e la borghesia – III. Politica ecclesiastica – IV. La proporzionale – V. La rivolta dei contribuenti – VI. Politica estera – VII. Il problema della scuola – LIBRO QUARTO. IL FASCISMO: Le ragioni dell’opposizione – Elogio della ghigliottina – La capitis deminutio delle teorie – Mussolini – Nota – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


24 novembre 2011

IL FIORE DELLA BUONA POLITICA

EMMA BONINO “I DOVERI DELLA LIBERTA’” Laterza Roma – Bari 2011

Tra le peculiarità del movimento/partito dei radicali pannelliani oltre alla nonviolenza, alla transnazionalità e al transpartitismo vi è la presenza di un notevole numero di donne che smentisce il luogo comune che la politica è affare di uomini.

Non è senza importanza che oggi in Parlamento nel gruppo parlamentare tra i nove radicali parlamentari siedono ben cinque donne e nel movimento/partito sono emerse, tra le altre, Maria Grazia Lucchiari a Padova, Monica Mischiatti a Bologna, Giulia Simi a Siena, Deborah Cianfanelli a Imperia e Anna Autorino a Napoli. Per tacere di altre attiviste (da Antonella Casu ad Antonella Spoalor, da Valeria Manieri a Sabrina Gasparrini) che hanno fornito un contributo di energie umane e culturali di un notevole livello.

Non è una caratteristica di questo primo decennio del XXI secolo. Infatti è tradizione del movimento/partito dei radicali pannelliani far emergere i meno garantiti, e tra questi le donne. Basti ricordare che alle elezioni politiche del 1974 su quattro deputati ben due erano donne e a quelle elezioni, svolte con il sistema proporzionale con collegi plurinominali, tutti i capilista erano donne. Inoltre il movimento/partito dei radicali pannelliani è stato il primo soggetto politico ad avere come segretario politico una donna, Adelaide Aglietta, che ha anche tanto contribuito nel permettere, a rischio della propria vita, il processo alle Brigate Rosse.

Emma Bonino, perciò, non è una eccezione e gode di maggior visibilità perché è diventata Commissario Europeo, Ministro della Repubblica ed ora VicePresidente del Senato.

Il libro oggi segnalato è il frutto di una intervista fatta da una giornalista del quotidiano “la Repubblica”.

“Per me la libertà è innanzitutto responsabilità, quindi diritti e doveri sono la faccia della stessa medaglia.  – Di qui il titolo del libro, quasi a rendere la libertà un dovere – “Il divorzio è oggi un diritto che non viene contestato al soggetto, all’individuo. Ma questo non significa che il divorzio non imponga dei doveri sociali, umani e perfino affettivi. Non a caso, viene regolato da una legge che impone, ad esempio, il dovere di provvedere ai figli. L’esercizio di un diritto impone dei doveri: se non per ossequio a un’etica, sicuramente per rispetto di una legge. L’esercizio di un diritto non toglie nulla alla consapevolezza del vincolo, alla pratica del dovere; l’esercizio di un diritto esige anche, o impone, un certo grado di responsabilità sociale.”

Si sente una eco di Mazzini in queste parole. La Bonino, come Mazzini, pur amando la patria italiana ha un forte interesse per l’Europa. “La mia idea è che l’Europa non è un progetto geografico né un progetto religioso. E’ un progetto politico. – così dichiara all’intervistatrice – L’identità europea è un’identità politica, in evoluzione. E’ una identità che partendo da tre fondamenta comuni (Stato di diritto, libertà e democrazia) è la più adeguata a produrre ‘cittadini’ con sensibilità. Coscienza, interessi e un pizzico di fierezza europea.” Altro che radici cristiane! Come rifiutare l’adesione, all’Unione Europea, della Turchia ora che potrebbe essere l’esempio dello stato laico per i paesi con popolazione musulmana?

Ma qual’è la radice dell’europeismo di Emma Bonino?

“L’insegnamento del Manifesto di Ventotene resta valido nel suo nocciolo fondamentale: il superamento del nazionalismo come peste bubbonica e foriero di tensioni che sono sfociate in guerre anche secolari. Il sistema federale, secondo me, rimane uno degli insegnamenti più validi, proprio in termini di metodologia politica.”

Dicevo che una delle peculiarità del movimento/partito dei radicali pannelliani è la teoria e la pratica della nonviolenza. Così la Bonino: “La nonviolenza è uno strumento e al tempo stesso un fine: è il metodo che mette in prima linea il principio che i mezzi determinano i fini. La nonviolenza, quindi, non significa automaticamente libertà; prefigura, invece, con coerenza anche di prassi, la società che vorremmo; e cioè una società che non sia priva di conflitti, ma che sappia risolverli. E’ la regola, la legge, lo Stato di diritto che deve, o dovrebbe, trovare una soluzione al conflitto.”

Conclusione: senza Stato di diritto non ci sono diritti.

Perdonatemi la retorica, ma la lettura di questo libro mi ha confortato perché ho sentito il profumo del fiore della buona politica. (bl)

INDICE: I. Senza Stato di diritto non ci sono diritti – II. “Learning by doing”, imparare facendo – III. La caricature della libertà: tra pubblici divieti e licenze private – IV. Dov’è l’Europa – V. Il mercato,la libertà e le regole – VI. L’altra metà del mondo – VII. Il corpo della politica – VIII. Conflitti, pacifismo e nonviolenza – IX Libertà d’informare, diritto di sapere.


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24 novembre 2011

LIBERALE E CATTOLICO

LUIGI STURZO “APPELLO AI LIBERI E FORTI” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Secondo Gaetano Salvemini Sturzo “discuteva e lasciava discutere su tutto, con una libertà di spirito, che raramente avevo trovato nei così detti liberi pensatori E aggiungerò - prosegue Salvemini - che è un liberale. Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre” Così si legge nel libro “Dai ricordi di un fuoriuscito 1922-1933” pubblicato nel 2002.

A 140 anni dalla nascita, a 92 anni dall’appello “ai liberi e forti”, a 65 anni dal rientri in Italia dopo un esilio di oltre vent’anni, a 52 anni dalla morte sono pochi quelli che conoscono don Luigi Sturzo, politico, sociologo e prete cattolico. Eppure era (ed è) una delle personalità più interessanti del XX secolo italiano.

Scrive Dario Antiseri, sul Corriere della sera di qualche giorno fa,: “È stata davvero una disgrazia per la storia del nostro Paese che l' insegnamento di don Sturzo sia stato avversato e calpestato da tutti gli statalisti annidati nei partiti che di volta in volta hanno governato l' Italia”

Infatti Sturzo così affermava nell’appello “Ai liberi e forti” del 1919: “Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni -, che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”.

“Dall’esilio, Luigi Sturzo, non è mai completamente tornato.” Così scrive Gabriella Fanello Marcucci in un bel libro sulla vita e le battaglie del fondatore del Partito Popolare Italiano. “Rientrò, fisicamente, in Italia il 6 settembre 1946…ma i suoi scritti, il suo pensiero, il patrimonio culturale e politico che egli aveva costruito nei quasi ventidue anni di esilio non rientrarono con lui, non ebbero in Italia né cittadinanza né circolazione. Non per divieti, ma per noncuranza, per inconsapevolezza e talvolta anche per colposi silenzi. Le sue opere, pubblicate in opera omnia, non hanno avuto una diffusione adeguata e soprattutto sono state lette da pochissimi.”

Luigi Sturzo fu un deciso avversario della partitocrazia. “Il virus fascista era penetrato nelle ossa anche della fresca gioventù italiana del 1946…non c’era più il partito unico…oggi vi sono i partiti collegati…il partito è un potere non responsabile; non risponde nemmeno agli elettori che gli danno il voto, né ai sostenitori che gli danno i mezzi: un partito, per definizione, non ha mezzi propri. …E’ perciò che io, e con me gli italiani pensosi delle sorti del Paese, vogliamo riaffermato e rafforzato lo Stato di diritto in democrazia parlamentare, e non vogliamo affatto lo Stato della partitocrazia.” Così scriveva in un articolo pubblicato da Il Giornale d’Italia il 9 agosto 1955.

Lamentava, in un articolo pubblicato da “Il Mondo” di Pannunzio il 7 aprile 1951, la mancanza in Italia di un’alternativa alla Democrazia Cristiana che possa definirsi “con la formula inglese, opposizione di Sua Maestà; cioè una minoranza costituzionale che sia in posizione di alternarsi al potere con il partito (o coalizione di partiti) che nella legislazione in corso tiene la maggioranza.”

Oltre ad essere antistatalista, antipartitocratico, e simpatizzante per il sistema politico anglosassone, Sturzo era anche un meridionalista del livello di un Giustino Fortunato. “La questione meridionale è un problema dell’Italia intera”: così aveva affermato in un discorso tenuto a Napoli il 18 gennaio 1923.

L’aspetto più significativo del sacerdote cattolico siciliano era la sua convinzione della necessità di non confondere la fede religiosa con l’iniziativa politica. Disse al congresso costituente del Partito Popolare nel giugno del 1919 “E’ superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione.”

Perciò il cattolico può impegnarsi nella lotta politica senza essere clericale o democristiano. I cattolici, quindi, possono recuperare il tempo perduto fornendo energie nuove ai riformatori rinunciando a ostacolare il liberalismo, la modernità e a occupare il potere. (bl)

Indice: Prefazione di Marco Garzonio – Parte I. Le premesse di un impegno – Parte II. Il Partito Popolare – Parte III. Nell’Italia repubblicana – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


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19 settembre 2011

20 settembre

Cari amici e cari compagni,

Gaetano Salvemini scriveva nel 1957: “Siamo – se siamo – in regime di democrazia. In un regime siffatto la minoranza deve consentire che governi la maggioranza e la maggioranza oggi in Italia è conformista e governativa. Noi dobbiamo prendere atto di questa situazione e agire in conseguenza, cioè opporci alla maggioranza e a non scansar la lotta, coll’affermare che il paese non vuol sapere di seguirci per la nostra strada. In questo momento non ci segue: spetta a noi a convincerlo che ci deve seguire.”

Se si confrontano queste affermazioni con le parole degli antigovernativi attuali ci renderemo conto della notevole diversità che passa tra una personalità che giganteggia ancora oggi e la piccineria degli avversari di Berlusconi. E ci si meraviglia che Berlusconi ha goduto e gode del consenso della maggioranza?

Cosa ci insegna Salvemini. Ci insegna a “non mollare” e a convincere la maggioranza dei cittadini a seguire l’alternativa. Ma quale alternativa, o meglio quali contenuti dovrebbe avere l’alternativa?

Quella frase l’ho trovata scritta in un bel libro del 1957 contenente gli atti del convegno de “Il Mondo” su “Stato e Chiesa”. Salvemini, avanti negli anni, non vi partecipò ma inviò una lettera ai convegnisti esortandoli a chiudere il convegno “senza tante storie col domandare l’abolizione del Concordato”. Il convegno si chiuse accogliendo l’invito salveminiano con una mozione predisposta da Ernesto Rossi con la quale i partecipanti “si impegnano a dare tutta l’opera loro per creare una nuova situazione nel Paese che consenta l’abrogazione del Concordato e la instaurazione di un ordinamento giuridico di netta separazione dello Stato dalla Chiesa”.

Mi si dirà che questo è “vieto anticlericalismo”. Sì, lo riconosco. L’anticlericalismo è vietato dai benpensanti, da coloro che sono cascati nella trappola clericale della distinzione tra “sana laicità” e “laicismo”. Ma chi decide cosa sia la “sana laicità” se non gli stessi clericali? Ossia coloro che intendono per libertà non la scelta tra il poter peccare e il non voler peccare, ma il non poter peccare. Di qui la sovrapposizione tra il reato e il peccato.

Scriveva Benedetto Croce che con la liberazione di Roma dal potere temporale e con la sua proclamazione a capitale del regno un periodo storico si chiudeva. Si chiudeva il Risorgimento e si passava dalla “poesia alla prosa”. Quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, perciò “sento” particolarmente questo Venti Settembre. Mi e ci ricorda che l’unità di Italia è avvenuta contro la volontà del Vaticano, mi e ci ricorda che per la sopravvivenza del potere temporale si batterono soldati austriaci, francesi, tedeschi, spagnoli ma non italiani, pur essendo battezzati e, formalmente, sudditi del papa.

“Sono figlio della libertà, e a lei devo tutto ciò che sono” è l’epigrafe sulla tomba di Camillo Benso, conte di Cavour, famoso per il motto, essenza della laicità, “Libera Chiesa in libero Stato”.

Lo scontro con il Vaticano è, oggi, ancora in atto.

Massimo Teodori, in un recente pamphlet pubblicato da Rubbettino “Risorgimento laico”, denuncia gli inganni clericali sull’Unità d’Italia. “Per ridimensionare il significato del Risorgimento – scrive Teodori – il vertice d’oltretevere svilisce le leggi liberali – definite ‘laiciste’ – promosse dal Parlamento subalpino prima e da quello italiano poi a opera della Destra.”. Ma non è solo una operazione culturale sul passato. La distinzione clericale tra “sana laicità” e “laicismo” serve al Vaticano per strumentalizzare politici “cattolici” affinché svolgano il loro ruolo vicario. Personalmente mi auguro che i politici “cattolici” si emancipino e si rendano conto che mentre per la Chiesa un regime vale l’altro, purché garantisca i privilegi conquistati, per i cittadini è utile un regime liberale che garantisce anche la libertà della Chiesa. Occorre che “Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e colla moderna civiltà”. E’ il Sillabo di Pio IX l’errore!

La battaglia attuale per l’eliminazione dei privilegi fiscali vaticani è il coronamento di una linea politica liberale, perciò anticlericale che va sostenuta da tutti coloro che si dicono laici. Ed è l’occasione per iniziare a costruire un soggetto politico che possa opporsi validamente ad una probabile involuzione ultraclericale del regime, visti anche i recenti appelli di Monsignor Bertone e il progetto di legge sul biotestamento.

“Spretare l’Italia” era il programma politico di Settembrini ricordato da Ernesto Rossi nella prefazione a “Il Sillabo e dopo” ripubblicato da Kaos edizioni qualche anno fa. Ecco: l’alternativa dovrà essere anche anticlericale, altrimenti ci troveremo di fronte all’ennesimo fenomeno trasformistico.


20 luglio 2011

LE TRADIZIONI DEL RISORGIMENTO

CAVOUR “DISCORSI SU STATO E CHIESA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011

Dobbiamo essere grati a Girolamo Cotroneo, a Pier Franco Quaglieni e al “Centro Pannunzio” se abbiamo letto questo prezioso volumetto che contiene alcuni discorsi parlamentari di Camillo Benso conte di Cavour sul tema dei rapporti tra Stato e Chiesa che spiegano ampiamente la tesi liberale del separatismo. Libera Chiesa in libero Stato è la garanzia per la laicità dello stato e per il magistero religioso della Chiesa.

“Santo Padre, il potere temporale per voi non è più garanzia di indipendenza; rinunziate ad esso, e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesta da tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche; di questa libertà voi avete cercato strapparne alcune porzioni per mezzo di concordati, con cui, voi, o santo padre, eravate costretto a concedere in compenso dei privilegi, anzi, peggio che dei privilegi, a concedere l’uso delle armi spirituali alle potenze temporali che vi accordavano un po’ di libertà; ebbene, quello che voi non avete mai potuto ottenere da quelle potenze, che si vantavano di essere i vostri alleati e vostri figli divoti, noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare nell’Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato.” Queste parole di Cavour furono pronunciate il 27 marzo 1861, nel Parlamento di Torino.

Il separatismo era lucidamente perseguito, anche se con gradualità, da Cavour sin da quando da intellettuale agitava temi politici con il suo giornale “Il Risorgimento”. Proprio questa raccolta evidenzia la gradualità della politica separatista perseguita dal conte piemontese. Infatti l’anticlericalismo di Cavour era nettamente diverso da quello di Mazzini e Garibaldi: non era irreligioso. Anzi Cavour si professava “cattolico”. (Non ci lasciamo coinvolgere in beghe contemporanee tra laicità “correttamente intesa” e laicismo). Cavour era un liberale, gli altri non lo erano. Tutto qui.

Sempre in quel discorso Cavour manifestò la sua fede liberale. “Noi crediamo – disse – che si debba introdurre il sistema della libertà in tutte le parti della società religiosa e civile; noi vogliamo la libertà economica; noi vogliamo la libertà amministrativa; noi vogliamo la piena ed assoluta libertà di coscienza; noi vogliamo tutte le libertà politiche compatibili col mantenimento dell’ordine pubblico; e quindi, come conseguenza necessaria di quest’ordine di cose, noi crediamo necessario all’armonia dell’edifizio che vogliamo innalzare, che il principio della libertà sia applicato ai rapporti della Chiesa e dello Stato.”

Cavour con il “connubio” non dette vita al primo esempio di “trasformismo”, come alcuni erroneamente affermano. Con la confluenza di liberali moderati e di democratici non estremisti, Cavour e Rattazzi dettero vita al primo partito liberale d’Italia (di qui la nascita della “Destra Storica”), innanzi tutto anticonservatore e anticlericale. Prima di allora i liberali moderati erano alla mercè di retrivi conservatori mentre i democratici non estremisti non si distinguevano dagli avversari del regime scaturito dalla concessione dello Statuto Albertino. Pertanto la nascita del partito liberale appariva quale instaurazione in Piemonte del regime parlamentare inglese perché quest’ultimo si caratterizzava proprio per la contrapposizione dei liberali nei confronti dei conservatori. (Sappiamo oggi che era solo apparenza perché il sistema elettorale piemontese, non essendo maggioritario ed uninominale ad un unico turno, dette vita ad un regime, definito da Giuseppe Maranini, “pseudoparlamentare”.)

Adolfo Omodeo ci ha lasciato scritto che le tradizioni del Risorgimento sono la “riflessa coscienza dei compiti e dei problemi d’Italia”. Per questo oggi, richiamandoci alla tradizione del partito liberale cavouriano, riteniamo necessario un soggetto politico di liberali e di democratici antagonista dei conservatori e avversario deciso di ogni clericalismo. Siamo altrettanto convinti che se in Italia non c’è mai stato un partito che si è definito conservatore è perché vi sono stati sistemi elettorali che non hanno favorito la contrapposizione tra liberali e conservatori, come, invece, accade nei sistemi politici anglosassoni. In Italia la confusione trasformistica del regime pseudoparlamentare - ieri dei notabili ed oggi partitocratrico -, permette a tutti i partiti di dichiararsi progressisti. Di qui l’apprezzamento per il sistema elettorale maggioritario ed uninominale ad un solo turno perchè è l’unico ad essere compatibile con una dialettica tra liberali e conservatori, il che impedisce confusioni e mistificazioni. (bl)

Indice: Prefazione di Girolamo Cotroneo – Introduzione di Pier Franco Quaglieni – PARTE I. LIBERA CHIESA IN LIBERO STATO. IL FONDAMENTO NEI DISCORSI DI CAVOUR: a) Introduzione storico-critica di Filippo Ambrosiani b) I discorsi parlamentari di Cavour – PARTE II. L’ESIGENZA SEPARATISTA: a) L’elaborazione teorica di Pier Carlo Boggio di Luisa Cavallo b) La visione giuridica e storica di Marco Minghetti di Luisa Cavallo c) L’approdo legislativo. La legge delle Guarentigie di Tito Lucrezio Rizzo d) La posizione di Francesco Ruffini di Pier Franco Quaglieni e) L’applicazione senza incertezze di Giovanni Giolitti di Filippo Ambrosiani – PARTE III. LE RAGIONI DEGLI ALTRI: a) L’anima anticlericale del Risorgimento di Franco Mazzilli b) L’opposizione dei cattolici di Luisa Cavallo – APPENDICE: Il dibattito in Parlamento sul Concordato e la posizione di Benedetto Croce di Pier Franco Quaglieni – Bibliografia generale – Cavour e la polemica fra Stato e Chiesa attraverso la vignettistica


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20 luglio 2011

Anticlericalismo liberale

“[…] Santo Padre, il potere temporale per voi non è più garanzia di indipendenza; rinunziate ad esso, e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesta da tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche; di questa libertà voi avete cercato strapparne alcune porzioni per mezzo di concordati, con cui, voi, o santo padre, eravate costretto a concedere in compenso dei privilegi, anzi, peggio che dei privilegi, a concedere l’uso delle armi spirituali alle potenze temporali che vi accordavano un po’ di libertà; ebbene, quello che voi non avete mai potuto ottenere da quelle potenze, che si vantavano di essere i vostri alleati e vostri figli divoti, noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare nell’Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato.[…]”

 (cfr. Discorso del 27/03/1861 alla Camera dei Deputati in CAVOUR “DISCORSI SU STATO E CHIESA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pag. 163)

 

[…] Noi crediamo che si debba introdurre il sistema della libertà in tutte le parti della società religiosa e civile; noi vogliamo la libertà economica; noi vogliamo la libertà amministrativa; noi vogliamo la piena ed assoluta libertà di coscienza; noi vogliamo tutte le libertà politiche compatibili col mantenimento dell’ordine pubblico; e quindi, come conseguenza necessaria di quest’ordine di cose, noi crediamo necessario all’armonia dell’edifizio che vogliamo innalzare, che il principio della libertà sia applicato ai rapporti della Chiesa e dello Stato. […]”

 (cfr. Discorso del 27/03/1861 alla Camera dei Deputati in CAVOUR “DISCORSI SU STATO E CHIESA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pag. 164)


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19 luglio 2011

NO AL SECESSIONISMO!

LIVIO GHERSI “LIBERALISMO UNITARIO” Bibliosofica, Roma 2011

Devo essere grato a Livio Ghersi dell’amicizia di cui mi onora. Non nego che c’è molto che ci accomuna (entrambi “terroni”, lui siciliano ed io napulo-pugliese, affascinati in gioventù dall’intelligenza “brillante e sferzante” di Gobetti, un trascorso nel PLI di Giovanni Malagodi) ma c’è anche qualcosa che ci divide (lui sostenitore del sistema elettorale proporzionale, il sottoscritto maggioritario impenitente, lui convinto assertore della “laicità correttamente intesa” ed io “vieto anticlericale”, entrambi di opinioni opposte sulle argomentazioni di Piero Ostellino).

I liberali sono così perché hanno la fortuna di non avere una “Bibbia” per cui le visioni politiche possono essere molto diverse pur potendo fare affidamento su di un denominatore comune.

Il denominatore comune fra Livio Ghersi e il sottoscritto è l’essere consapevoli della differenza tra “liberalismo” e “democrazia”, differenza che viene spesso trascurata.

Scrive Ghersi: “Mi qualifico ‘liberale’ e non ‘democratico’ tout court, perché accetto il metodo democratico della prevalenza della maggioranza, accertata in libere elezioni, come l’unico metodo che consenta la risoluzione dei conflitti, ideali e di interessi, senza ricorso alla violenza; ma ritengo che molti ambiti dell’operare umano vadano necessariamente sottratti alla sfera di decisione politica ed alla regola della maggioranza.”

Quindi, precisa: “Penso ai diritti fondamentali di libertà della persona umana, che sono e devono restare indisponibili. Penso all’organizzazione dei servizi da rendere ai cittadini, campo nel quale devono valere i criteri dell’efficienza e dell’efficacia, mentre è del tutto indifferente il colore politico dei responsabili dell’organizzazione…Penso all’amministrazione della giustizia che richiede giudici ‘terzi’ e imparziali, rispetto alle parti in lite. Penso all’utilizzo del denaro pubblico proveniente dalla fiscalità generale ed alla tenuta dei conti pubblici…Penso a chi è portatore di un sapere…effettivo, frutto di studio serio e di esperienza, non meramente supposto in base ai titoli accademici posseduti; ci sono infinite situazioni pratiche in cui il parere di chi sa dovrebbe avere maggiore peso dell’opinione di chi non sa, per quanto maggioritaria possa essere.”

Avere ben chiare queste distinzioni ci immunizza dalle sirene demagogiche, tenendo, però, sempre presente la fallibilità umana.

Ghersi raccoglie in questo libro diversi saggi (nove per la precisione) già apparsi sulla rivista “Libro Aperto” fondata da Giovanni Malagodi ed oggi diretta da Antonio Patuelli. Questa raccolta l’ha intitolata “Liberalismo unitario” non perché si sostiene una particolare visione liberale, ma perché vuole che si recuperi “la consapevolezza storica che, nella tradizione italiana, le ragioni del liberalismo si sono strettamente intrecciate alla causa dell’Unità nazionale. Vanno oggi definiti ‘unitari’ quanti concepiscono lo Stato unitario come un valore, esattamente come furono ‘unitari’ i patrioti del Risorgimento.”

Ed oggi è necessario sottolineare questo aspetto perché ai secessionisti del nord sembrano aggiungersi i secessionisti del sud e, a chi si autodefinisce “terrone”, italiano, europeo e cittadino del mondo, sembra una vera follia. (bl)

INDICE: Premessa – Cap. I: Punti di riferimento ideali – Cap. II.: Risorgimento italiano e rapporti con la Chiesa Cattolica – Cap. III.: Per un sistema elettorale misto – Cap. IV.: Questioni liberali – Cap. V.: La mia Sicilia – Cap. VI.: Nord e Sud, nella storiografia e nel dibattito politico – Appendice: Costruire le condizioni per un nuovo Governo

 


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