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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
22 dicembre 2011

LEZIONI DI DEMOCRAZIA

NORBERTO BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

“La democrazia … non è riuscita a mantenere le proprie promesse, che erano soprattutto di tre ordini: partecipazione … controllo dal basso … e libertà del dissenso. … Si sono verificati due fenomeni contrastanti al principio proclamato della partecipazione diffusa: da un lato, l’apatia politica, che è mancanza di partecipazione … dall’altro la partecipazione distorta o deformata o manipolata dagli organismi di massa che hanno il monopolio del potere ideologico. Il controllo diventa sempre meno efficace … con la conseguenza che gli organismi che il cittadino riesce a controllare sono centri di potere sempre più fittizi e i vari centri di potere di uno stato moderno, come la grande impresa, o i maggiori strumenti del potere reale (come l’esercito e la burocrazia), non sono sottoposti ad alcun controllo democratico. … Quanto al dissenso, esso è limitato in un’area ben circoscritta … e non offre mai la possibilità di un’alternativa (di governo ndr) radicale.”

Norberto Bobbio nel 1973 così descriveva lo stato del regime “democristiano” (alias “partitocrazia”). L’anno precedente per la prima volta la legislatura veniva interrotta prima della sua conclusione naturale per impedire lo svolgimento del referendum abrogativo sulla legge regolante il “divorzio”.“partito unico della spesa pubblica” mirava a comprarsi il sostegno degli elettori scaricando sui governi futuri e sui giovani (contribuenti futuri) l’onere del riequilibrio finanziario. (Altra caratteristica del regime!) Le Brigate Rosse, il movimento studentesco e l’aggressività dei sindacati sembravano scuotere il regime partitocratico dalle fondamenta. Proprio in quel periodo (1970 – 1975) il debito pubblico (ed oggi ne paghiamo le conseguenze!) passò dal 38 al 58 per cento del Pil: il "partito unico della spesa pubblica" mirava a comprarsi il sostegno degli elettori scaricando sui governi e sui giovani (contribuenti futuri) l'onere del riequilibrio finanziario.

Per normalizzare la situazione i partiti di regime proponevano due strategie: l’alternativa (di governo e/o di sistema) di sinistra (“uniti sì, ma contro la diccì”) e l’ingresso del PCI nell’area di governo (dagli “equilibri più avanzati” al “compromesso storico”). L’alternativa di sinistra era una utopia mentre l’ingresso del PCI nell’area di governo sarebbe stata solo un’operazione conservatrice di sapore trasformistico tant’è che dette vita alla fase consociativa del centrosinistra.

Bobbio sosteneva fondamentale prestare attenzione alle istituzioni, piuttosto che alle “formule governative”. Scriveva nell’articolo “Quali alternative alla democrazia rappresentativa?” pubblicato in “Mondoperaio”n. 10 1975: “Il nostro sistema politico fa acqua da tutte le parti. Ma fa acqua da tutte le parti, non perché sia un sistema rappresentativo bensì perché non lo è abbastanza. A parte il difetto del centrismo perpetuo, cioè della mancanza di una rotazione (ossia dell’alternativa di governo ndr) … l’area di controllo dell’organismo rappresentativo per eccellenza, il parlamento, si restringe ogni giorno di più.” In fondo è la posizione gobettiana (“Il regime rappresentativo non ha più il favore popolare. Ma che cosa volete sostituirgli? La teocrazia?”) quella che sta a monte delle argomentazioni bobbiane.

L’alternativa socialista al regime rappresentativo è possibile?

 “Bisogna riconoscere risponde Bobbio che un modello alternativo di organizzazione politica, alternativo allo stato parlamentare, un modello che possa dirsi ‘democratico e socialista’ in contrasto col modello tradizionale ‘democratico liberale’ … non esiste, o per lo meno non esiste in tutta la compiutezza dei particolari con cui è stato elaborato lungo i secoli il sistema politico della ‘borghesia’.”

Ed allora qual’è la soluzione? Bobbio non propone soluzioni. “Il mio proposito – scriveva in “Quale socialismo?” pubblicato in “Mondoperaio”n. 5 1976 – era semplicemente quello di mostrare le difficoltà cui vanno incontro il processo di democratizzazione in corso (e che, come la nostra stessa esperienza storica ci ha confermato, non è irreversibile), di confutare, non la democrazia, ma la faciloneria.”

E così Bobbio liquidava le illusioni dell’alternativa di sinistra fondata sulla “democrazia diretta” e nel contempo spiegava “ai comunisti di allora che cosa sono lo stato, la democrazia, il socialismo”, come afferma Michele Salvati nella prefazione a questa edizione del libro del 1976. Salvati aggiunge: “queste dettagliate, brillanti spiegazioni – vere e proprie lezioni magistrali – valgono anche per noi.”

Valerio Zanone ha affermato che “Bobbio mutua da Cattaneo la regola che ‘la filosofia è una milizia’,” e di questa sua milizia, noi lettori, dovremmo farne tesoro. La trasformazione della partitocrazia in democrazia liberale dovrebbe essere il progetto principale di qualsiasi forza che si definisca riformatrice. (bl)

 INDICE: Prefazione di Michele Salvati – Prefazione all’edizione 1976 – Democrazia socialista? – Esiste una dottrina marxistica dello stato? – Quali alternative alla democrazia rappresentativa? – Perché democrazia? – Quale socialismo? – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


22 dicembre 2011

Quale socialismo?

“[….] La democrazia […] non è riuscita a mantenere le proprie promesse, che erano soprattutto di tre ordini: partecipazione […] controllo dal basso […] e libertà del dissenso. […] Si sono verificati due fenomeni contrastanti al principio proclamato della partecipazione diffusa: da un lato, l’apatia politica, che è mancanza di partecipazione […] dall’altro la partecipazione distorta o deformata o manipolata dagli organismi di massa che hanno il monopolio del potere ideologico. Il controllo diventa sempre meno efficace […] con la conseguenza che gli organismi che il cittadino riesce a controllare sono centri di potere sempre più fittizi e i vari centri di potere di uno stato moderno, come la grande impresa, o i maggiori strumenti del potere reale (come l’esercito e la burocrazia), non sono sottoposti ad alcun controllo democratico. […] Quanto al dissenso, esso è limitato in un’area ben circoscritta […] e non offre mai la possibilità di un’alternativa radicale. […]”

 

(cfr. Norberto Bobbio “Democrazia socialista?” in “Omaggio a Nenni” e in “Quaderno di Mondoperaio” 1973, ora in NORBERTO BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011 pagg. 44-45)

 

 

[…] Bisogna riconoscere che un modello alternativo di organizzazione politica, alternativo allo stato parlamentare, un modello che possa dirsi ‘democratico e socialista’ in contrasto col modello tradizionale ‘democratico liberale’ […] non esiste, o per lo meno non esiste in tutta la compiutezza dei particolari con cui è stato elaborato lungo i secoli il sistema politico della ‘borghesia’. […]

 

(cfr. Norberto Bobbio “Quali alternative alla democrazia rappresentativa?” in “Mondoperaio”n.10 1975, ora in NORBERTO BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011 pag. 90)

 

 

“[…] Il nostro sistema politico fa acqua da tutte le parti. Ma fa acqua da tutte le parti, non perché sia un sistema rappresentativo bensì perché non lo è abbastanza. A parte il difetto del centrismo perpetuo, cioè della mancanza di una rotazione (ossia dell’alternativa ndr) […] l’area di controllo dell’organismo rappresentativo per eccellenza, il parlamento, si restringe ogni giorno di più. […]”

 

(cfr. Norberto Bobbio “Quali alternative alla democrazia rappresentativa?” in “Mondoperaio”n.10 1975, ora in NORBERTO BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011 pag. 100)

 

 

“[…] Il mio proposito era semplicemente quello di mostrare le difficoltà cui vanno incontro il processo di democratizzazione in corso (e che, come la nostra stessa esperienza storica ci ha confermato, non è irreversibile), di confutare, non la democrazia, ma la faciloneria. […]

 

(cfr. Norberto Bobbio “Quale socialismo?” in “Mondoperaio”n. 5 1976, ora in NORBERTO BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011 pag. 100)


8 dicembre 2011

ATTUALITA’ DELLA RELIGIONE DELLA LIBERTA’

BENEDETTO CROCE “ELEMENTI DI POLITICA” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Nella edizione pubblicata dal Corriere della Sera, sulla copertina si legge questa frase ripresa da “Politica in nuce” scritta nel 1924: “Le leggi hanno bensì la loro importanza, ma che assai più importa il modo in cui esse vengono osservate, cioè l’effettivo operare degli uomini; ed è noto che le leggi, nella interpretazione e attuazione, si allargano, si accomodano, si arricchiscono, e, insomma cangiano.”

La sua attualità risulta evidente se si confronta l’art. 27 della nostra Costituzione (2° comma “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) e la negazione della dignità umana alla quale sono costretti i detenuti nel nostro paese. Di qui la sacrosanta lotta, per un intervento immediato ed urgente, come quella che Marco Pannella, con alcuni uomini e donne di buona volontà, sta conducendo per l’amnistia, non solo per i detenuti ma soprattutto per questa Repubblica. Intervento immediato ed urgente per risintonizzare la legge con lo stato dei detenuti che sono privati della loro dignità allorché sono ammassati in celle sovraffollate.

Benedetto Croce era un deciso avversario della statolatria. Scrive Croce, sempre in “Politica in nuce”:“Concepita la ‘moralità’ come ‘Stato etico’, e identificato questo con lo Stato politico o ‘Stato’ senz’altro, si giunge alla concezione …che la moralità concreta è tutta in quelli che governano, nell’atto che governano, e i loro avversari debbono considerarsi avversari della morale in atto, degni non solo di essere, secondo legge e fuor di legge, puniti…ma di alta condanna morale. E’, per così dire, una concezione ‘governativa’ della morale.”

Ma c’è un dissidio tra politica e morale? Nei confronti della politica “moralistica”, sì.

Croce avversario dello “Stato etico”, non poteva che essere avversario della “politica moralistica”. “Il moralista – scriveva Croce – è un pratico correttore o censore, che mira a tener saldo e inflessibile l’ideale morale, giudica le cose umane sotto l’esclusivo aspetto della ‘perfectio’, esaminando la correttezza delle singole azioni e la maggior bontà dei singoli individui…” Poi aggiunge, riferendosi allo storico etico-politico (ma che potrebbe valere anche per il politico liberale): “invece si volge a ricercare il passato in tutte le sue relazioni, nella sua logica e nella sua necessità; e, come l’interesse suo è più largo di quello della pedagogia individuale, così più largo è il suo sguardo e il suo giudizio e diversa la scala d’importanza alla quale egli si attiene, onde egli non bada tanto alla ‘perfectio’, alle azioni in ogni loro particolare e minuzia incensurabili, o alla serie delle belle azioni, moralmente ispirate ed eseguite, o alla lode della bontà dell’individuo, quanto al carattere delle azioni compiute e al significato che esse prendono nello svolgimento storico.”

Per meglio spiegare la differenza tra morale e moralistico afferma: “Il paragone migliore, che chiarisce questa differenza, è tra il grammatico o maestro di lingua e di stile, e il critico di poesia; il primo dei quali…scrutina severamente la proprietà e perfezione delle espressioni, e loda le imperfette, laddove il secondo tollera e perfino accetta le imperfezioni pur di vedersi dinanzi un’opera di vera e grande poesia.”

Perciò Croce sosteneva una visione liberale etico-politica. Scriveva in La concezione liberale come concezione della vita”, contenuta in questa raccolta: Questa concezione è metapolitica, supera la teoria formale della politica e, in certo senso, anche quella formale dell’etica, e coincide con una concezione totale del mondo e della realtà…In essa si rispecchia tutta la filosofia e la religione dell’età moderna, incentrata nell’idea della dialettica …che, mercé la diversità e l’opposizione delle forze spirituali, accresce e nobilita di continuo la vita e le conferisce il suo unico e intero significato. Su questo fondamento teoretico nasce la disposizione pratica liberale di fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni.”

Questa concezione etico-politica del liberalismo è stato di grande aiuto per coloro che soffrivano il regime fascista. Scriveva Norberto Bobbio in “Politica e cultura”: “Il Croce ha staccato il liberalismo come valore assoluto dalle istituzioni empiriche, mettendo l’accento sul fine e non sui mezzi. Nel momento in cui il valore era oscurato o tradito, questo suo appello alla dignità del fine fu suscitatore di energie morali come allora si richiedeva”.

Per questo la “religione della libertà” è di attualità in tempi in cui il liberalismo è “oscurato e tradito” come è provato dallo stato in cui sono ridotti i detenuti nelle nostre carceri, in confronto al fine etico-politico prescritto dalla nostra Costituzione. (bl)

INDICE: Prefazione di Giuseppe Galasso – I. Politica in nuce – II. Per la storia della filosofia della politica. Noterelle – III. Storia economica-politica e storia etico-politica – IV. La concezione liberale come concezione della vita – V. Constant e Jellinek: intorno alla differenza tra la libertà degli antichi e quella dei moderni – VI Contrasti d’ideali politici dopo il 1870 – VII. Liberismo e liberalismo – VIII. Di un equivoco concetto storico: la “borghesia” – IX. Sto e Chiesa in senso ideale e loro perpetua lotta nella storia – X. Giustizia internazionale – XI. Pessimismo storico – Appendice: Per una società di cultura politica – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


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8 dicembre 2011

Etica e politica

[…] Le leggi hanno bensì la loro importanza, ma che assai più importa il modo in cui esse vengono osservate, cioè l’effettivo operare degli uomini; ed è noto che le leggi, nella interpretazione e attuazione, si allargano, si accomodano, si arricchiscono, e, insomma cangiano.[…]

(cfr. BENEDETTO CROCE “Politica in nuce” in “ELEMENTI DI POLITICA” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 15-16)

 

 […] Concepita la ‘moralità’ come ‘Stato etico’, e identificato questo con lo Stato politico o ‘Stato’ senz’altro, si giunge alla concezione …che la moralità concreta è tutta in quelli che governano, nell’atto che governano, e i loro avversari debbono considerarsi avversari della morale in atto, degni non solo di essere, secondo legge e fuor di legge, puniti…ma di alta condanna morale. E’, per così dire, una concezione ‘governativa’ della morale… […]

 (cfr. BENEDETTO CROCE “Politica in nuce” in “ELEMENTI DI POLITICA” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 31)

 

[…] Il moralista…è un pratico correttore o censore, che mira a tener saldo e inflessibile l’ideale morale, giudica le cose umane sotto l’esclusivo aspetto della ‘perfectio’, esaminando la correttezza delle singole azioni e la maggior bontà dei singoli individui. Ma lo storico invece si volge a ricercare il passato in tutte le sue relazioni, nella sua logica e nella sua necessità; e, come l’interesse suo è più largo di quello della pedagogia individuale, così più largo è il suo sguardo e il suo giudizio e diversa la scala d’importanza alla quale egli si attiene, onde egli non bada tanto alla ‘perfectio’, alle azioni in ogni loro particolare e minuzia incensurabili, o alla serie delle belle azioni, moralmente ispirate ed eseguite, o alla lode della bontà dell’individuo, quanto al carattere delle azioni compiute e al significato che esse prendono nello svolgimento storico. Il paragone migliore, che chiarisce questa differenza, è tra il grammatico o maestro di lingua e di stile, e il critico di poesia; il primo dei quali…scrutina severamente la proprietà e perfezione delle espressioni, e loda le imperfette, laddove il secondo tollera e perfino accetta le imperfezioni pur di vedersi dinanzi un’opera di vera e grande poesia.[…]

 

(cfr. BENEDETTO CROCE “Storia economica-politica e storia etico-politica” in “ELEMENTI DI POLITICA” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 75-76)

 

 

[…] Questa concezione è metapolitica, supera la teoria formale della politica e, in certo senso, anche quella formale dell’etica, e coincide con una concezione totale del mondo e della realtà…In essa si rispecchia tutta la filosofia e la religione dell’età moderna, incentrata nell’idea della dialettica …che, mercè la diversità e l’opposizione delle forze spirituali, accresce e nobilita di continuo la vita e le conferisce il suo unico e intero significato. Su questo fondamento teoretico nasce la disposizione pratica liberale di fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni.[…]

 

(cfr. BENEDETTO CROCE “La concezione liberale come concezione della vita” in “ELEMENTI DI POLITICA” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 86 - 87)


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6 novembre 2011

LIBERALISMO POLITICO E LIBERALISMO ECONOMICO

BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Con la pubblicazione di questo libretto esordisce una lodevole iniziativa del Corriere della Sera che vedrà nelle prossime settimane, ad un prezzo ridottissimo, la possibilità di avere a disposizione una serie di testi politici riguardanti la cultura liberale e democratica. Sturzo, De Gasperi, Gobetti, Croce, Salvemini, Bobbio sono solo i primi autori di preziosi libretti che i lettori del Corriere della Sera potranno acquistare con il quotidiano. Chi scrive ritiene lodevole l’iniziativa perché, parafrasando il titolo di un buon libro di Norberto Bobbio, la politica è cultura il che è da sottolineare in tempi così degradati.

Ad avviso di chi scrive anche aver dato inizio con la pubblicazione di questo libretto non è senza significato. Si parla della ripresa di una iniziativa autonoma dei cattolici in politica e di recente Benedetto XVI ha addossato al liberismo le cause della crisi finanziaria, economica e politica che coinvolge buona parte del mondo capitalistico. Sembra, perciò, che il cattolico impegnato in politica dovrebbe essere antiliberista ed anticapitalista. Invece questa iniziativa del Corriere della Sera indica ai cattolici un altro percorso: i cattolici possono essere anche liberali. In passato lo sono stati De Gasperi e Sturzo e lo stesso Luigi Einaudi, perché non potrebbero esserci dei cattolico-liberali oggi? Anzi i cattolici-liberali non potrebbero costituire l’energia determinante per il successo del laicismo riformatore e democratico nei confronti del populismo clerico-socialista e/o clerico-comunista che oggi sembrano trionfare? Si dirà che l’ostilità dei cattolici è solo per il liberismo e non per il liberalismo. Questa pubblicazione spiega che la contrapposizione tra liberismo e liberalismo è solo terminologica, per cui la simbiosi tra liberalismo politico e liberalismo economico è la regola: la libertà economica vive e muore con la libertà politica. E’ vero esiste il fenomeno della Cina ove una certa libertà economica sembra che viva nonostante il totalitarismo comunista. Ma, fino a quando durerà questa coabitazione?

Ma cos’è il liberismo? Scrive Croce: “Liberismo e comunismo sono due ordinamenti irrealizzabili e irrealizzati nella loro assolutezza…(e), come principi, sono illegittimi. Se ben si meditano, si riducono l’uno alla proposizione che ‘tutto è lecito’ e l’altro all’altra che ‘niente è lecito’.” Risponde Einaudi: “Se il liberismo del ‘tutto è lecito’ fosse pensabile in concreto, gli economisti dovrebbero constatare che la loro premessa astratta della piena concorrenza, pure conservando il proprio valore logico di strumento di ricerca, non troverebbe alcuna attuazione, anzi l’opposto, in un vivente ordinamento liberistico”. Ridurre il liberismo a “tutto è lecito” è costruire un “fantoccio polemico”, perciò è la simbiosi tra liberalismo politico e liberalismo economico quello che Einaudi evidenzia.

“Se si scava a fondo – ha scritto di recente Corrado Ocone – non si potrà non convenire sul fatto che il liberismo metaeconomico, cioè etico, di Einaudi era meno distante di quanto potesse a prima vista sembrare dal liberalismo metapolitico, cioè ancora etico, di Croce” Dario Antiseri afferma: “Il liberalismo di Croce è, tenendo conto delle obiezioni di Einaudi, un liberalismo incompiuto….Che cosa è mai una libertà predicata senza le condizioni per praticarla, anzi immersa in situazioni legali ed economiche che la sradicano fin dal suo sorgere?”. Perciò libertà economica e libertà politica non possono non convivere.

Un discepolo di Einaudi, Bruno Leoni, ha espresso, nel 1967, la seguente opinione sul libretto oggi segnalato: “La disputa …in parte è solo apparente, come quando è limitata a questione di parole…In parte, la disputa è ristretta a questioni di sfumature…tanto Croce quanto Einaudi…sono avversi a un radicale collettivismo e, su questo punto, nonostante qualche apparente contraddizione, entrambi sono estremamente decisi ed espliciti…Non si può negare che la disputa si svolge…sullo sfondo di convincimenti comuni. Croce ed Einaudi, infatti, sono figli del loro tempo, che, in politica economica e in Europa, è stato contrassegnato dal passaggio graduale dalla propugnazione della libertà di mercato a quella di un mercato sottoposto ad una serie di interventi.”

Concludo rilevando che questa pubblicazione non raccoglie tutti gli scritti che possono essere trovate nelle edizioni Ricciardi del 1957 e del 1988, ma è arricchita dalla introduzione di Sergio Romano il quale constata che “anche quando è limitata e vigilata, la libertà economica crea interessi, bisogni, curiosità e comportamenti che allargano progressivamente la sfera delle libertà individuali”. (bl)

INDICE: Prefazione di Sergio Romano – SCRITTI DI BENEDETTO CROCE: I. La religione della libertà; II. Le fedi religiose opposte; III. Principio, ideale, teoria; IV. Forze vitali e forze morali; V. Ancora di liberalismo, liberismo e statalismo – SCRITTI DI LUIGI EINAUDI: I. Liberismo e liberalismo ; II. Tema per gli storici dell’economia: dell’anacoretismo economico; III. Le premesse del ragionamento economico; IV. La terza via sta nei piani?


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6 novembre 2011

Libertà economica e libertà politica

“[…] Liberismo e comunismo sono due ordinamenti irrealizzabili e irrealizzati nella loro assolutezza…(e), come principi, sono illegittimi. Se ben si meditano, si riducono l’uno alla proposizione che ‘tutto è lecito’ e l’altro all’altra che ‘niente è lecito’.[…]

 

(Cfr. BENEDETTO CROCE “LE PREMESSE DEL RAGIONAMENTO ECONOMICO?” dalla Rivista di storia economica a. VI, n. 1 – marzo 1941 – in BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 126-127)

 

 

“[…] Se il liberismo del ‘tutto è lecito’ fosse pensabile in concreto, gli economisti dovrebbero constatare che la loro premessa astratta della piena concorrenza, pure conservando il proprio valore logico di strumento di ricerca, non troverebbe alcuna attuazione, anzi l’opposto, in un vivente ordinamento liberistico.[…]”

 

(Cfr. LUIGI EINAUDI “LE PREMESSE DEL RAGIONAMENTO ECONOMICO?” dalla Rivista di storia economica a. VI, n. 1 – marzo 1941 – in BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 131)

 

 

[…] Se si scava a fondo non si potrà non convenire sul fatto che il liberismo metaeconomico, cioè etico, di Einaudi era meno distante di quanto potesse a prima vista sembrare dal liberalismo metapolitico, cioè ancora etico, di Croce.[…]”

 

(cfr. CORRADO OCONE “PROFILO DEL LIBERALISMO ITALIANO DEL NOVECENTO” in AA.VV. “LIBERALI D’ITALIA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pag. 11)

 

 

[…] Il liberalismo di Croce è, tenendo conto delle obiezioni di Einaudi, un liberalismo incompiuto….Che cosa è mai una libertà predicata senza le condizioni per praticarla, anzi immersa in situazioni legali ed economiche che la sradicano fin dal suo sorgere?[…]”

 

(cfr. DARIO ANTISERI “MA DAVVERO NON ESISTE UN CRITERIO PER DISTINGUERE I LIBERALI VERI DA QUELLI FALSI?” in AA.VV. “LIBERALI D’ITALIA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pag. 50-51)

 

 

[…] La disputa …in parte è solo apparente, come quando è limitata a questione di parole…In parte, la disputa è ristretta a questioni di sfumature…tanto Croce quanto Einaudi…sono avversi a un radicale collettivismo e, su questo punto, nonostante qualche apparente contraddizione, entrambi sono estremamente decisi ed espliciti…Non si può negare che la disputa si svolge…sullo sfondo di convincimenti comuni. Croce ed Einaudi, infatti, sono figli del loro tempo, che, in politica economica e in Europa, è stato contrassegnato dal passaggio graduale dalla propugnazione della libertà di mercato a quella di un mercato sottoposto ad una serie di interventi. […]”

 

(Cfr. BRUNO LEONI “CONVERSAZIONE SU EINAUDI E  CROCE” già in Biblioteca della libertà 1967 ora in “IL PENSIERO POLITICO MODERNO E CONTEMPORANEO” Liberilibri Macerata 2008 pagg. 345-346)


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29 ottobre 2011

Lettera sulle prediche inascoltate

Cari amici e cari compagni,

il 30 ottobre ricorre il 50° anniversario della morte di Luigi Einaudi e, tra le iniziative organizzate, segnalo quella del giorno 31 ottobre a Castelfranco Veneto (Tv) dalle ore 20,45, al Teatro Accademico. L’iniziativa ha per titolo “Prediche inutili ma ancora attuali: quali eredità e quali prospettive a cinquant’anni dalla scomparsa di Luigi Einaudi”. Ne parleranno il prof. Carlo Pelanda e il prof. Mario Bertolissi. Il merito dell’organizzazione va all’assessore alla cultura del Comune di Castelfranco Veneto, dott. Giancarlo Saran e alla fondazione “Luigi Einaudi”, come si legge nel volantino di presentazione dell’iniziativa.

“Prediche inutili” è il fortunato libro pubblicato nel 1959: Einaudi le riteneva inutili perché dimenticate o, piuttosto, inascoltate?

Paolo Silvestri in un buon libro scrive “L’attualità di Einaudi risiede … nella circostanza che il suo pensiero non si riduce ai suoi testi, non costituisce un sistema … chiuso e perfetto. Del resto, è proprio il suo atteggiamento di radicale apertura all’‘esperienza’ e al ‘nuovo’ ad impedirgli una siffatta chiusura. Parafrasando un celebre passo di Musil, potremmo dire che in Einaudi lo spiccato ‘senso della realtà’ si coniughi con un non meno radicale ‘senso della possibilità’”

Una predica riguarda la necessità di avere dei buoni governanti per avere delle buone leggi. E le leggi saranno buone se risponderanno all’esigenza del perseguimento del bene comune. E questo obiettivo è ragionevolmente raggiungibile se i governanti avranno degli ideali.

“Non si governa bene senza un ideale – scriveva Einaudi – Come possiamo immaginare un politico che sia veramente grande …il quale sia privo di un ideale? E come si può avere un ideale e volerlo attuare se non si conoscono i bisogni e le aspirazioni del popolo che si è chiamati a governare e se non si sappiano scegliere i mezzi atti a raggiungere quell’ideale? Ma queste esigenze dicono che il politico non deve essere un mero maneggiatore di uomini; deve saperli guidare verso una meta e questa meta deve essere scelta da lui e non imposta dagli avvenimenti del giorno che passa”.

Norberto Bobbio sentì, nelle parole di Einaudi, una eco del “beruf” – vocazione/passione – di Max Weber. Infatti Weber sosteneva che tre qualità sono soprattutto decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza ma, si chiedeva, “come si possono far convivere nella stessa anima un’ardente passione e una fredda lungimiranza?”. Con la virtù della “prudenza”, ossia con “la capacità di riconoscere i limiti del possibile”, risponde Einaudi.

Oggi la classe dirigente, di maggioranza e di opposizione, manca di passione, di senso di responsabilità e di lungimiranza. Il mancato ascolto della predica einaudiana sta producendo il presente malgoverno.

I buoni governanti, insiste con un’altra predica Einaudi, sono tali se sanno concepire un modello ideale di società. Ne “Le lezioni di politica sociale” , considerate la predica più lunga, tenta di riaffermare e riconfigurare il suo modello di società. “Il mercato – scrive Einaudi nel 1944 – che è già uno stupendo meccanismo, capace di dare i migliori risultati entro i limiti delle istituzioni, dei costumi, di leggi esistenti, può dare risultati ancora più stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni, i costumi, le leggi, entro le quali esso vive allo scopo di toccare i più alti ideali di vita. Lo potremo se vorremo”.

Norberto Bobbio ci ha lasciato scritto che Einaudi “fu un uomo scomodo, ma fu un uomo scomodo perché fu un uomo libero. Combatté con asprezza …gli ideali socialisti di cui vide soltanto l’aspetto statolatrico …ma combattè con altrettanta veemenza coloro che con fortunata metafora chiamò i ‘trivellatori’, gli uomini delle classi alte che traggono profitti illeciti dall’assalto ben protetto alle casse dello stato, coloro che uno dei suoi allievi prediletti, Ernesto Rossi, satireggiò con l’epiteto di ‘padroni del vapore’.” Einaudi aveva una concezione liberale del mondo e della storia, così giudicata da Bobbio:“Una concezione del mondo e della storia che ci ha lasciato una idea, almeno una, che non dovremmo mai dimenticare: la libertà e la fecondità del dissenso”. Vi sembra che questa concezione del mondo e della storia abbia successo in Italia?

Altra predica inascoltata Einaudi l’ha fatta sull’Europa. “E’ un grossolano errore – scriveva nel 1952  dire che si comincia dal più facile aspetto economico per passare al più difficile risultato politico. E’ vero il contrario. Bisogna cominciare dal politico, se si vuole l’economico.”.

In tempi molto più bui degli attuali alcuni lo seppero ascoltare. Lo ascoltarono Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel 1941 ponendo, primi in Europa, le fondamenta ideali e pratiche della progettata unità europea. “La civiltà moderna – si legge nel Manifesto di Ventotene – ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere strumento altrui, ma un autonomo centro di vita….Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto.”.

Scrisse Altiero Spinelli: “ La guerra, che stava tornando sulle terre d’Europa, indusse Ernesto Rossi e me a meditare più da vicino sui rapporti fra stati e in particolare sul significato della povera Società delle Nazioni, di cui le democrazie erano andate così fiere e che aveva così miseramente fallito. Scovammo un volume di scritti di Luigi Einaudi, talmente obliato che esisteva ancora sui cataloghi di Laterza, benché edito nei primi anni venti, nel quale erano riprodotti alcuni suoi articoli pubblicati sul ‘Corriere della sera’ agli inizi del 1919 sotto lo pseudonimo di Junius”

Questa mia lettera si conclude ricordando la commozione che ho avuto prendendo in mano l’edizione originale di un libro pubblicato nel 1921 dalla rivista prezzoliniana “La Voce” intitolato “Gli ideali di un economista”. La commozione era dovuta al fatto che sul primo numero de “La Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, che avevo scoperto da diciottenne nella biblioteca comunale, erano state pubblicate alcune frasi estrapolate da quel libro.

"Sono le idee che fanno muovere gli uomini e che fanno servire le cose materiali ai fini che l'uomo si propone".

Certo, le prediche einaudiane, nonostante abbiano trovato pochi ascoltatori, possono tornarci utili se sapremo cogliere l’opportunità offertaci anche dagli anniversari perché “La libertà, esiste, se esistono uomini liberi; muore se gli uomini hanno l’animo di servi.” (bl)


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permalink | inviato da Venetoliberale il 29/10/2011 alle 16:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

16 ottobre 2011

GLI INGANNI CLERICALI SULL’UNITA’ D’ITALIA

MASSIMO TEODORI “RISORGIMENTO LAICO” Rubettino, Soveria Mannelli 2011


In occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia un protervo clericalismo, associato ad una risorgente nostalgia neoborbonica congiunto ad un pseudo mito padano, tenta di svalutare il ruolo che ha svolto il laicismo per il raggiungimento dell’unità d’Italia. Invero è stato il laicismo il collante dei liberali e dei democratici che lottarono per l’unità e l’indipendenza della nostra patria.

Scrive Teodori: “La realtà risorgimentale è che il laicismo, in tutte le possibili variazioni anche anticlericali, fu la costante dei liberali e dei democratici quale risposta all’arroccamento tradizionalista del papato.”

Il laicismo anticlericale fu la risposta al clericalismo. Lo ribadisce l’autore di questo ottimo e opportuno pamphlet. “ E’ per questo che dovettero divenire anticlericali, oltre che laici, perfino importanti cattolici liberali nel momento in cui presero atto che la Chiesa disattendeva ogni aspirazione innovatrice. Nelle polemiche capziose ancora circolanti contro il laicismo risorgimentale, si dimentica che fu il clericalismo a generare l’anticlericalismo e non viceversa, che la difesa laica del liberalismo fu provocata dal rifiuto oppostogli dal mondo cattolico, e che le soppressioni ‘giacobine’ delle organizzazioni e dei beni ecclesiastici, non furono altro che l’opportuna risposta alla cupidigia materiale dei clericali.”

Ripristinare una sacrosanta verità storica è una premessa necessaria per rilanciare il laicismo a fronte della rincorsa del clericalismo come fanno oggi certi ex radicali, ex socialisti ed ex comunisti.

Massimo Teodori, da buono storico parla del passato per cercare di fare luce sul presente affinché si possa intravedere un barlume nel futuro. “I due grandi partiti della cosiddetta posticcia ‘seconda repubblica’ – i postdemocristiani a destra e i postcomunisti a sinistra –, pur proclamandosi a parole ‘liberali’, hanno nei fatti seguito una politica illiberale e antilaica: in maniera spudoratamente clericale i berlusconiani, e in maniera ipocritamente compromissoria i democratici di sinistra. La legislazione codina dell’ultimo ventennio ne fa abbondantemente fede.”

Ma, come si sul dire, Teodori sembra lasciarsi trascinare dal pessimismo della ragione e pone una domanda: “Dobbiamo, dunque, ritenere che lo spirito laico risorgimentale, in mancanza di significativi interpreti politici, è definitivamente scomparso? Se così fosse, la nostra civiltà entrerebbe nel tunnel oscuro del fondamentalismo”

Teodori reagisce al pessimismo della ragione sottolineando l’intervento del Presidente Napolitano alla Seduta comune del Parlamento (Camera dei deputati 17/03/2011) in occasione dell’apertura delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. “Si ebbe di mira, da parte italiana, – disse il Presidente della Repubblica, riferendosi al Risorgimento –il fine della laicità dello Stato e della libertà religiosa e insieme il graduale superamento di ogni separazione e contrapposizione tra laici e cattolici nella vita sociale e nella vita pubblica”. Se la maggiore autorità dello Stato oggi pronuncia quelle parole, significa che non tutto è perduto. Il clericalismo non ha ancora definitivamente vinto. (bl)

INDICE: Prologo. Le contraffazioni della storia d’Italia – L’ambiguo Risorgimento di Benedetto XIV – Laico e laicista: la guerriglia lessicale – Falsi liberali ed autentici controriformisti – Da Cavour a Minghetti: la Destra liberale – Laicismo, liberalismo, giurisdizionalismo – La Questione romana – Da Cairoli a Giolitti: la Sinistra al potere – Cattaneo, Garibaldi, Cavallotti: i radicali anticlericali – Nathan e la Massoneria: laicismo e patriottismo – Croce, Ruffini, Amendola: l’eredità liberale – Epilogo. E’ finito lo spirito laico? – Documenti: a) Costituzione della Repubblica Romana; b) Discorso di Cavour “Libera Chiesa in libero Stato” e Roma capitale (Camera dei deputati 25/03/1861); c) Discorso di Ernesto Nathan, sindaco di Roma (Breccia di Porta Pia 20/09/1910); d) Discorso di Benedetto Croce sui disegni di legge riguardanti l’esecuzione del Trattato e del Concordato tra la Santa Sede e l’Italia (Senato del Regno 24/05/1929); e) Intervento del Presidente Napolitano alla Seduta comune del Parlamento in occasione dell’apertura delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia (Camera dei deputati 17/03/2011) – Note - Bibliografia


16 ottobre 2011

Laicismo, unità e indipendenza

“[…] I due grandi partiti della cosiddetta posticcia ‘seconda repubblica’ – i postdemocristiani a destra e i postcomunisti a sinistra –, pur proclamandosi a parole ‘liberali’, hanno nei fatti seguito una politica illiberale e antilaica: in maniera spudoratamente clericale i berlusconiani, e in maniera ipocritamente compromissoria i democratici di sinistra. La legislazione codina dell’ultimo ventennio ne fa abbondantemente fede.

Dobbiamo, dunque, ritenere che lo spirito laico risorgimentale, in mancanza di significativi interpreti politici, è definitivamente scomparso?

Se così fosse, la nostra civiltà entrerebbe nel tunnel oscuro del fondamentalismo”.

 (cfr. MASSIMO TEODORI “RISORGIMENTO LAICO” Rubettino, Soveria Mannelli 2011 pag 88-89)

 

“[…] La realtà risorgimentale è che il laicismo, in tutte le possibili variazioni anche anticlericali, fu la costante dei liberali e dei democratici quale risposta all’arroccamento tradizionalista del papato. E’ per questo che dovettero divenire anticlericali, oltre che laici, perfino importanti cattolici liberali nel momento in cui presero atto che la Chiesa disattendeva ogni aspirazione innovatrice. Nelle polemiche capziose ancora circolanti contro il laicismo risorgimentale, si dimentica che fu il clericalismo a generare l’anticlericalismo e non viceversa, che la difesa laica del liberalismo fu provocata dal rifiuto oppostogli dal mondo cattolico, e che le soppressioni ‘giacobine’ delle organizzazioni e dei beni ecclesiastici, non furono altro che l’opportuna risposta alla cupidigia materiale dei clericali.[…]”

 (cfr. MASSIMO TEODORI “RISORGIMENTO LAICO” Rubettino, Soveria Mannelli 2011 pag 52)


13 marzo 2011

OCCORRE CHE IL POTERE FRENI IL POTERE

MONTESQUIEU “PENSIERI” RCS Quotidiani SpA 2010

La distinzione tra governi liberali (Montesquieu li chiama “moderati”) e dispotici (o “immoderati”) e la separazione dei poteri sono i due concetti che Montesquieu ha lasciato al pensiero liberale. Così afferma Giuseppe Bedeschi nella sua “Storia del pensiero liberale”. Lo stesso Bedeschi ha scritto la prefazione a questa edizione dei “Pensieri” del barone di La Brède e di Montesquieu (1689 – 1755) ed evidenzia il grande ideale liberale di “una vita ricca, multiforme, sfaccettata, complessa, in cui il controllo dall’alto sia ridotto al minimo indispensabile, e il cui potere politico e l’ordine giudiziario mettano i cittadini al riparo di qualunque prevaricazione.”

“Coloro che vivono in una monarchia o in un’aristocrazia saggia e moderata paiono stare in grandi reti, ove sono stati catturati ma si considerano liberi. – scrive Montesquieu – Quelli che vivono in Stati meramente dispotici stanno in reti così strette che subito avvertono d’essere catturati.”

Il testo più importante di Montesquieu è sicuramente “Lo spirito delle leggi” (1748) ma in questo testo, oggi segnalato, vi sono anticipati alcuni concetti fondamentali. “Nelle monarchie dispotiche, le leggi rappresentano soltanto la volontà effimera del principe.” Ossia la legge è uno strumento di libertà negli stati liberali mentre è un mezzo di oppressione negli stati dispotici.

“Come fra gli Asiatici la schiavitù delle donne ha fatto nascere una maggiore schiavitù, così la loro libertà, da noi, ha fatto nascere una maggiore libertà.” Questa contrapposizione tra Europei ed Asiatici sembra quasi preannunciare la geopolitica.

E’ il cosmopolitismo l’altra faccia del liberale Montesquieu. “Se fossi a conoscenza di qualcosa che mi fosse utile, ma risultasse pregiudizievole per la mia famiglia, lo scaccerei dalla mia mente. Se conoscessi qualcosa di utile alla mia famiglia, ma non alla mia patria, cercherei di dimenticarlo. Se conoscessi qualcosa di utile alla mia patria, ma dannoso per l’Europa, oppure utile all’Europa e pregiudizievole per il genere umano, lo considererei un delitto.” E ancora: “Se conoscessi una cosa utile alla mia nazione che però fosse deleteria per un’altra,non la proporrei al mio principe, poiché prima di essere francese, sono un uomo, (o meglio) perché sono necessariamente un uomo, mentre francese solo per caso.”

Non si può ridurre il pensiero di Montesquieu alla fase della sfida del liberalismo al dispotismo, considerandolo inattuale in un tempo in cui è la nuova forma del totalitarismo (il fondamentalismo di apparente natura religiosa) sfida il liberalismo contemporaneo. Proprio il suo cosmopolitismo, quindi l’affrancamento da radici etnico-culturali, lo rende un moderno liberale. (bl)

INDICE: Prefazione di Giuseppe Bedeschi – Amicizia – Amore – Amor proprio –Arti – Autobiografia: Montesquieu su Montesquieu – Condizione umana e costume delle genti – Conversazione – Cristianesimo – Critici – Dio – Dispotismo – Donne – Felicità – Filosofi e filosofia – Francesi – Gelosia – Giustizia – Inglesi – Islamismo – Italiani – Leggi – Letteratura – Libertà – Luigi XIV – Matrimonio – Medici e medicina – Metafisica – Politica – Preti – Principi – Religione – Spirito – Storia



 

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