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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
16 gennaio 2011

LA FORZA DELLA NON VIOLENZA

MOHANDAS K. GANDHI “TEORIA E PRATICA DELLA NON-VIOLENZA” RCS Quotidiani SpA Milano 2010

Questa seconda serie dei “libri che hanno cambiato il mondo”, encomiabile iniziativa del Corriere della Sera, si apre con questo storico titolo.

Gandhi era un politico rivoluzionario. Il principio machiavellico “il fine giustifica i mezzi” viene completamente ribaltato: è il fine che giustifica i mezzi.

“La … convinzione che non vi sia un rapporto tra mezzi e fine è un grande errore … è come sostenere che si può ottenere una rosa piantando della gramigna.” Poi aggiunge: “I mezzi possono essere paragonati al seme e il fine all’albero. Non è possibile che io raggiunga il fine ispiratomi dalla venerazione di Dio prostrandomi davanti a Satana.” Non può non concludere: “Raccogliamo quello che seminiamo.”

Perciò la nonviolenza gandhiana è il metodo che è usato per la lotta politica. Sono tre le strategie che Gandhi ha sostenuto: la non-collaborazione con istituzioni ingiuste; la costruzione di istituzioni alternative; la disobbedienza civile alle leggi inique.

Come conseguenza dell’attuazione delle predette strategie c’era l’accettazione di pene e di sofferenze.

“Il criminale viola la legge furtivamente e cerca di evitare la punizione ; del tutto differente è invece il comportamento di colui che pratica la resistenza civile.” – affermava Gandhi – “Questo obbedisce sempre alle leggi dello stato cui appartiene, non per paura delle punizioni ma perché le considera utili al benessere della società.”

Aggiunge il Mahatma: “Ma si verificano alcuni casi, generalmente rari, in cui egli considera alcune leggi ingiuste e l’obbedienza ad esse un disonore. Egli dunque apertamente e civilmente viola queste leggi e sopporta con pazienza la punizione che gli viene inflitta per tale violazione. E per manifestare la sua protesta contro l’azione dei legislatori egli può rifiutare la sua collaborazione allo stato, disobbedendo anche ad altre leggi la cui violazione non implica un comportamento immorale.”

Il Mahatma (“grande anima”) fu il maggior artefice dell’indipendenza indiana. Il metodo nonviolento non solo liberò l’India dall’imperialismo inglese ma permise anche un ottimo rapporto tra i due paese dopo l’indipendenza. Secondo alcuni questa è la prova più lampante della bontà del metodo di lotta nonviolenta in campo politico.

Lev Tolstoj è stato tra i suoi principali ispiratori, oltre a Thoreau. Verso il famoso scrittore russo Gandhi ebbe sempre riconoscenza tanto da intrattenere rapporti con i “tolstoiani”. All’indomani della uccisione di Gandhi la figlia di Tolstoi scrisse una bella lettera per chiedere la grazia per i suoi assassini, affinché ad un assassinio non seguisse un ulteriore atto di violenza.

Gandhi venne in Italia nel 1931 ed ebbe anche un incontro con Benito Mussolini.

In Italia, spesso si ricorda, che Aldo Capitini ha divulgato il pensiero gandhiano mentre Danilo Dolci ha attuato il digiuno come metodo di lotta politica.

Meno conosciuto è il fatto che il Partito Radicale non solo ha per simbolo l’effigie di Gandhi, ma nella sua denominazione, prima dei termini “trasnazionale e transpartito” vi è anche il termine “nonviolento”, una parola unica, senza trattino. Inoltre, nel preambolo al suo statuto, il PR pone come imperativo categorico kantiano il “non uccidere” neanche per legittima difesa.

Ricordo che il leader del Partito Radicale Nonviolento è Marco Pannella che ha sempre adottato il metodo della lotta nonviolenta (digiuni, disobbedienza civile, non collaborazione) ed ha sempre affermato che questo metodo è la conseguenza della convinzione secondo la quale i mezzi prefigurano i fini. (bl)

INDICE: Prefazione di Giorgio Montefoschi – PARTE PRIMA: I principi della non-violenza – PARTE SECONDA: La prassi della non-violenza A) Le tecniche della non-violenza B) Le lotte non-violente – Conclusione: la non-violenza nell’era atomica


16 gennaio 2011

La punizione conseguente alla disobbedienza civile

“Il criminale viola la legge furtivamente e cerca di evitare la punizione ; del tutto differente è invece il comportamento di colui che pratica la resistenza civile. Questo obbedisce sempre alle leggi dello stato cui appartiene, non per paura delle punizioni ma perché le considera utili al benessere della società. Ma si verificano alcuni casi, generalmente rari, in cui egli considera alcune leggi ingiuste e l’obbedienza ad esse un disonore. Egli dunque apertamente e civilmente viola queste leggi e sopporta con pazienza la punizione che gli viene inflitta per tale violazione. E per manifestare la sua protesta contro l’azione dei legislatori egli può rifiutare la sua collaborazione allo stato, disobbedendo anche ad altre leggi la cui violazione non implica un comportamento immorale.”

 

(cfr. MOHANDAS K. GANDHI “TEORIA E PRATICA DELLA NONVIOLENZA” RCS Quotidiani SpA Milano 2010 pag. 18)


16 gennaio 2011

I mezzi prefigurano i fini

“[…] La […] convinzione che non vi sia un rapporto tra mezzi e fine è un grande errore […] è come sostenere che si può ottenere una rosa piantando della gramigna. […] I mezzi possono essere paragonati al seme e il fine all’albero. Non è possibile che io raggiunga il fine ispiratomi dalla venerazione di Dio prostrandomi davanti a Satana. […] Raccogliamo quello che seminiamo.[…]”

 

(cfr. MOHANDAS K. GANDHI “TEORIA E PRATICA DELLA NONVIOLENZA” RCS Quotidiani SpA Milano 2010 pag. 43)


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25 gennaio 2010

LO SCIOPERO DELLA FAME DI MARCO PANNELLA

NONVIOLENZA E LIBERALISMO


Il diritto –dovere di resistenza è riconosciuto espressamente nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 5 luglio 1776: “Noi riteniamo che …tutti gli uomini sono stati creati uguali, che il Creatore ha fatto loro dono di determinati inalienabili diritti….che ogni qualvolta una determinata forma di governo giunga a negare tali fini, sia diritto del popolo il modificarla o l’abolirla, istituendo un nuovo governo che ponga le basi su questi principi…Ancorché una lunga serie di abusi e di torti…tradisce il disegno di ridurre l’umanità ad uno stato di completa sottomissione, diviene allora suo dovere, oltre che suo diritto, rovesciare un tale governo…”.


Quindi per il liberalismo il diritto-dovere di resistenza è pienamente giustificato, anzi il diritto – dovere di rovesciare il governo illiberale non incontra limiti, ossia l’insurrezione è per il popolo il più sacro dei diritti ed il più indispensabile dei doveri.

Marco Pannella rappresenta, con la sua storia, l’esempio del predetto diritto-dovere di resistenza. Al liberalismo ha offerto un metodo diverso da quello tradizionale. La sua fede nella lotta nonviolenta discende dalla convinzione che i mezzi devono prefigurare i fini, ribaltando il machiavellismo secondo il quale i fini giustificano i mezzi.


Attualmente Pannella attua lo sciopero della fame per tre obiettivi specifici: 1) la verità sulla guerra in Iraq scatenata il 18 marzo 2003; 2) la verità sulla richiesta di autonomia del popolo tibetano, uiguro e delle altre minoranze etniche in Cina; 3) la verità sulla situazione carceraria nel nostro paese e la necessità di una urgente amnistia.


La censura nei confronti di questa lotta prova ancora una volta la distanza del regime dalla pratica della nonviolenza. (bl)



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10 gennaio 2010

In primo piano

NONVIOLENZA E LEGALITA’


Quanto è accaduto in Calabria, a Rosarno, non può essere passato sotto silenzio. E’ una oscenità l’aver deportato un migliaio di migranti per evitare che fossero fatti a pezzi dalla gente nata in quel territorio. E’ lo Stato, è la politica che si è arresa alla violenza. Ci si è tanto accapigliati sul multiculturalismo o sul pluralismo culturale mentre in territorio italiano si è praticato prima qualcosa simile allo schiavismo e poi, non appena vi sono stati segni di una ribellione, un tentativo di progrom nei confronti di una etnia ritenuta estranea. La guerra tra poveri è stata scatenata dall’indifferenza delle autorità costituite che per troppo tempo hanno avallato illegalità praticate alla luce del sole. Pare che la BBC abbia trasmesso addirittura un anno prima un documentario attestante il degrado in cui sopravvivevano quei poveri migranti sfruttati da altri poveracci per la raccolta degli agrumi.


In una situazione del genere praticare la nonviolenza per tentare di far rispettare la legalità e davvero una opera improba. Sull’ultimo numero di “Quaderni Radicali”, la bella rivista dell’amico Geppy Rippa, Marco Pannella ha affermato che per lui “Gandhi e la nonviolenza sono il completamento senza il quale i Lumi, l’illuminismo, il laicismo, sono mera astrazione”. Ossia la nonviolenza non è incompatibile con il liberalismo, anzi la pratica della nonviolenza modernizza il liberalismo e lo attualizza.


In questi giorni Gaoussou Ouattarà, radicale ivoriano, sta praticando lo sciopero della fame insieme a trecento immigrati, e l’obiettivo è la richiesta di rispettare la legge sul rilascio e il rinnovo dei permesso di soggiorno. Gaoussou è stato appena sostituito, nel suo lungo sciopero, da Shukri Said, attrice e segretaria dell`associazione Migrare, conduttrice di un bel programma di Radio Radicale, ora cittadina italiana. Il permesso di soggiorno, secondo la legge italiana, dovrebbe essere consegnato entro venti giorni, e tarda invece di molti mesi, fino a oltre un anno, lasciando le persone in balia dell`arbitrio e della mortificazione, come ricorda Adriano Sofri nella sua rubrica tenuta su Il Foglio di Ferrara.


Non mi sembra che queste notizie abbiano avuto l’onore delle cronache dei quotidiani più diffusi. L’informazione è necessaria alla lotta nonviolenta e questa è idonea per combattere l’illegalità e permettere, nel medesimo tempo, una convivenza pacifica tra avversari mentre la violenza mira a “cancellare” l’avversario. L’integrazione tra etnie diverse dipende dalla volontà della gente nata in quel territorio e dei nuovi arrivati perciò la legalità e la  nonviolenza sono indispensabili se si vuole una comunità civile e pacifica. (bl)


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10 dicembre 2009

MA ANCHE I NOSTRI GHETTI

MARCO PANNELLA con STEFANO ROLANDO “LE NOSTRE STORIE SONO I NOSTRI ORTI” Bompiani, Milano 2009


“I quattro nomi che esprimono le nostre radici di pensiero…: Immanuel Kant (la legge morale sopra di noi e il suo grande disegno del federalismo mondiale e della pace), Martin Luther King (nonviolento in uno stato liberale), Gandhi (nonviolento in uno stato nonliberale) e Popper (gli ultimi cinque anni della sua vita dedicata a studiare da liberale la nonviolenza).”


Una persona che indica in questo modo le proprie radici di pensiero non può non essere riconosciuto come liberale. Ma il suo liberalismo è del tutto particolare perché si coniuga con la prassi della nonviolenza.


“I violenti e i nonviolenti sono cugini ma con questa piccola differenza: i violenti ritengono necessario ‘dare corpo’ alla lotta. L’irlandese (Bobby Sands ndr) fece il suo estremo atto di coerenza: non potendo abbattere il corpo del nemico, gli scagliava addosso il proprio. Ma, lo dico subito, la nostra scommessa è sempre stata quella di vivere.”


E la nonviolenza non è solo proclamata, ma è anche praticata. Quell’uomo è Marco Pannella.


Questo libro è una lunga conversazione del leader radicale ove ripercorre la sua vita dall’adolescenza agli ottant’anni.


Ho avuto la fortuna di incontrarlo e l’ho assunto come maestro. Per me, sin dagli anni ’70 dello scorso secolo, Pannella era il “pazzo” necessario ai liberali, invocato da Mario Ferrara su “Il Mondo”, sin dal 1951.


Come discepolo non posso riconoscermi molto diligente perché, pur ammirandolo, non nascondo il mio profondo dissenso sulle sue scelte nel primo decennio di questo XXI secolo. Il rifiuto di approfittare della breccia aperta nel muro di cinta della partitocrazia, al tempo della battaglia di “Emma for President”, che ha portato al tracollo del consenso popolare acquisito nel 1999. La strategia dell’ospitalità che ha appannato il ruolo antagonista svolto nello scorso secolo. L’uso della “Rosa nel pugno” come simbolo dell’unione delle debolezze laiche frutto della confusione di sostantivi (liberali e socialisti) e aggettivi (laici e radicali).


Da Pannella non ci si può aspettare alcuna autocritica: non è né marxista, né clericale. Però ci aspettiamo, come lui ha preannunciato, un’approfondimento su quanto accaduto ai radicali alla fine dello scorso secolo che ha tanto influito sulla strategia dell’ospitalità e sulla tattica dell’unione delle debolezze laiche.


Il libro è la testimonianza di un gigante che ha dato corpo alla “nobiltà della Politica”, perciò è stato ristretto in un ghetto.(bl)


INDICE: Introduzione – Ma quale teatrino? – Air dutemps – Gli anni della Goliardia – Sotto l’ombrello del Mondo – Sessantotto, Pisolini, Sciascia e altro – Con comunisti, socialisti e DC. Storie irrequiete. – Il partito delle donne – Stato e legalità – Temi italiani nell’arco di vent’anni – Federalismo all’italiana – Lo sguardo attorno – Il “monumento” a Marco Pannella – Elementi biografici – Appendice. Appello per Marco Pannella Commissario CEE - Note

 


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10 dicembre 2009

I nostri ghetti

“[…] I violenti e i nonviolenti sono cugini ma con questa piccola differenza: i violenti ritengono necessario ‘dare corpo’ alla lotta. L’irlandese fece il suo estremo atto di coerenza: non potendo abbattere il corpo del nemico, gli scagliava addosso il proprio. Ma, lo dico subito, la nostra scommessa è sempre stata quella di vivere. […]”

 

(cfr. MARCO PANNELLA con STEFANO ROLANDO “LE NOSTRE STORIE SONO I NOSTRI ORTI” Bompiani, Milano 2009 pag. 46)


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10 dicembre 2009

I nostri orti

“[…] I quattro nomi che esprimono le nostre radici di pensiero[…]: Immanuel Kant (la legge morale sopra di noi e il suo grande disegno del federalismo mondiale e della pace), Martin Luther King (nonviolento in uno stato liberale), Gandhi (nonviolento in uno stato nonliberale) e Popper (gli ultimi cinque anni della sua vita dedicata a studiare da liberale la nonviolenza). […]”

 

(cfr. MARCO PANNELLA con STEFANO ROLANDO “LE NOSTRE STORIE SONO I NOSTRI ORTI” Bompiani, Milano 2009 pag. 155)


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11 maggio 2008

NONVIOLENZA

Quasi contemporaneamente alla discussione, di alcuni politici nostrani, se sia più deprecabile il pestaggio di inermi cittadini o il sostegno, con una pubblica manifestazione, alla lotta per l’annientamento di una intera nazione, a Bruxelles, il Parlamento europeo approvava la proposta di dichiarare il 2010 “Anno europeo della nonviolenza”.

A fronte di piccole e tristi beghe domestiche la nonviolenza è riconosciuta quale arma politica, con buona pace di chi ritiene che la lotta politica si possa riassumere nella famosa domanda di Stalin: “Ma il Papa di quante divisioni dispone?”

Anche il ricordo degli anni ’70 rischia di cadere negli stessi errori commessi durante quel periodo. Il figlio di Aldo Moro ricorda che i cosiddetti “anni di piombo” non erano fatti solo di stragi e di terrorismo. C’era anche il movimento referendario che coinvolgeva i cittadini inermi che non volevano rimanere inerti.

La nonviolenza come arma politica è la lezione del Parlamento europeo che potrebbe tornarci utile durante la presente crisi del regime. (bl)


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