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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
1 ottobre 2011

PARTITOCRAZIA: L’EFFETTO DELLA CATTIVA POLITICA

GIAN ANTONIO STELLA SERGIO RIZZO “LICENZIARE I PADRETERNI” RIzzoli, Milano 2011

Il sottotitolo del libretto di Stella e Rizzo, che sta avendo successo nell’Italia degli “indignati”, recita: “L’Italia tradita dalla Casta”. E’ una visione edulcorata della particolare contingenza che stiamo vivendo. Quasi che da una parte c’è l’Italia (i buoni) e dall’altra la “Casta” (i cattivi). Il manicheismo non è mai un buona lente per leggere gli avvenimenti ed individuare le terapie per correggere le storture. Sembrerebbe che abbattere la “Casta” renderebbe l’Italia migliore: ossia si dà per scontato che “i buoni” vinceranno. No, purtroppo non è così semplice. L’Italia, questa Italia di buoni e cattivi ha prodotto la Casta nella quale ci sono buoni e cattivi politici, amministratori e burocrati.

Occorre capire perché siamo a questo punto.

Riferiscono Stella e Rizzo che nel 1981 Enrico Berlinguer diceva ad Eugenio Scalfari: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un ‘boss’ e dei ‘sotto-boss’.”

Certo Berlinguer lo diceva pensando e credendo ad una diversità “comunista” che (forse, era una favola anche allora dati i finanziamenti provenienti dall’URSS, anche tramite le Coop) oggi non esiste più. Berlinguer proprio per questa presuntuosa credenza nella diversità “comunista” non era un antipartitocratico, ma le sue parole descrivono chiaramente il regime partitocratrico.

“C’è un abisso, tra l’Italia chiamata a fare sacrifici e quella che li chiede. – scrivono in questo libretto di successo i giornalisti del Corriere della Sera – Di qua 8 milioni e 370.000 poveri, contati dal rapporto Caritas-Zancan, di là l’appartamento da 8500 euro al mese messo a disposizione di Giulio Tremonti, il quale con una mano si prepara a firmare l’obbligo della tracciabilità di tutti i passaggi di denaro superiori ai 2500 euro e con l’altra passa al suo attendente Marco Milanese 4000 euro in banconote. ” E’ la descrizione di uno scollamento definitivo tra il regime e coloro che lo hanno legittimato sino ad oggi. Siamo alla fine. Se nel 2007, al tempo del successo dell’altro libro di Stella e Rizzo (“La Casta”) molti hanno creduto di sostituire il governo di centrosinistra con il governo di centrodestra per porre rimedio al degrado politico, morale e sociale della Repubblica, oggi, le delusioni per l’immobilismo della maggioranza berlusconiana, indignano soprattutto coloro che si erano illusi che bastasse così poco (sostituire il governo Prodi con il governo Berlusconi) per cambiare il corso della storia. Questa indignazione, purtroppo, non porta da nessuna parte, o meglio può essere il brodo di cultura per una ennesima metamorfosi del regime postfascista.

“Lo stipendio netto (non lordo: netto) …del Presidente della giunta del Veneto (arriva) a 12.615 (euro). …Vale a dire che …prende più di quanto guadagna al lordo (al lordo!) il più pagato dei governatori americani. Quello dello Stato di New York, che arriva a 10.612 euro al mese.” E i leghisti che dicono? Non è più solo Roma la ladrona?

La cattiva politica ha prodotto il regime partitocratrico e questa situazione, quindi è il regime che va abbattuto con la buona politica. Ma la buona politica può essere proposta solo da un “partito nuovo” che abbia una “cultura” liberale e democratica l’unica idonea a superare l’angusta visione imposta dai limiti nazionali. Di qui i contenuti: a) alternativa presidenzialista, federalista, maggioritaria, anglosassone, b) lotte liberiste per la liberazione del lavoro e dell’impresa, c) lotte per le libertà individuali riguardanti l’antiproibizionismo non solo sulla droga, ma anche sulla libertà terapeutica e di ricerca scientifica. (bl)

SOMMARIO: 1. Come prima, più di prima – 2. “Andate a piluccare spiccioli altrove…” – 3. Le scope dell’Apprendista stregone – 4. Chi ci dà i soldi? Fatti nostri…. – 5. Il tabù dei vitalizi d’oro – 6. Uffa, i poveri! “Viva la vida loca!” – Post scriptum – Appendice


1 ottobre 2011

Partitocrazia prodotto della cattiva politica

“[…] C’è un abisso, tra l’Italia chiamata a fare sacrifici e quella che li chiede. Di qua 8 milioni e 370.000 poveri, contati dal rapporto Caritas-Zancan, di là l’appartamento da 8500 euro al mese messo a disposizione di Giulio Tremonti, il quale con una mano si prepara a firmare l’obbligo della tracciabilità di tutti i passaggi di denaro superiori ai 2500 euro e con l’altra passa al suo attendente Marco Milanese 4000 euro in banconote. […]”

 (cfr. GIAN ANTONIO STELLA SERGIO RIZZO “LICENZIARE I PADRETERNI” Rizzoli, Milano 2011, pag. 36)

 

“[…] Lo stipendio netto (non lordo: netto) …del Presidente della giunta del Veneto (arriva) a 12.615 (euro). …Vale a dire che …prende più di quanto guadagna al lordo (al lordo!) il più pagato dei governatori americani. Quello dello Stato di New York, che arriva a 10.612 euro al mese.[…]”

 (cfr. GIAN ANTONIO STELLA SERGIO RIZZO “LICENZIARE I PADRETERNI” Rizzoli, Milano 2011, pag. 145)

 

“[…] I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un ‘boss’ e dei ‘sotto-boss’. […]”

(Cfr Enrico Berlinguer in una intervista a Eugenio Scalfari nel 1981 riportato in GIAN ANTONIO STELLA SERGIO RIZZO “LICENZIARE I PADRETERNI” Rizzoli, Milano 2011, pag. 169)


5 settembre 2011

IL “REGIME” ITALIANO E I SUOI CRITICI

EUGENIO CAPOZZI “PARTITOCRAZIA” Guida, Napoli 2009

Spesso lamento l’esistenza in Italia di un regime partitocratico piuttosto che di una democrazia liberale.

Questo libro è uno strumento “agile e sintetico” per individuare “i nodi fondamentali” per poter indicare delle possibili soluzioni.

Eugenio Capozzi insegna Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Napoli e questa opera ha avuto l’incoraggiamento di Giuseppe Galasso, tant’è che è stata pubblicata dall’editore napoletano Alfredo Guida proprio nella collana diretta da Galasso.

L’autore dedica il libro all’amico Maurizio Griffo, che ha letto il testo nel mentre si formava, fornendogli alcune osservazioni. Griffo, con il suo studio sull’origine della parola “partitocrazia”, pubblicato sulla rivista “L’Acropoli” del 2007, precisa che Giuseppe Maranini non fu l’inventore del termine, come molti credono, ma ne fu solo il più importante diffusore. Maranini diede al termine uno spessore culturale a partire dalla prolusione universitaria del 1949 “Governo parlamentare e partitocrazia”.

“Nella primavera del 1993 – scrive Capozzi – si tenevano due referendum abrogativi, indetti da un comitato in cui spiccavano il gruppo di Mario Segni e quello radicale, ai quali quasi tutti gli osservatori politici italiani attribuivano il carattere di una svolta epocale. Il primo chiedeva il passaggio ad un sistema elettorale prevalentemente maggioritario-uninominale ad un turno; il secondo tentava nuovamente di abolire il finanziamento pubblico dei partiti.

Il ‘sì’ prevalse nelle due consultazioni con la percentuale, rispettivamente, dell’82,7 e del 90,3%: un vero e proprio plebiscito. Il ‘Corriere della sera’ il giorno dopo la consultazione titolava a tutta pagina: ‘Vince il sì, nasce la nuova Italia’.”

Ripartire dalla primavera del 1993 è fondamentale per riacquistare la consapevolezza che la II repubblica non si è mai realizzata. La I repubblica partitocratrica è viva e vegeta ed ora ha il volto di Berlusconi. Ossia Berlusconi non è la causa del regime, ne è una conseguenza.

Ricorda Capozzi: “Su una spilla propagandistica distribuita dal fronte del ‘sì’ nella campagna referendaria campeggiava la scritta ‘Sfida finale alla partitocrazia’. Lo slogan rende l’idea di quanto, nelle intenzioni dei gruppi promotori, l’obiettivo del maggioritario/uninominale e quello del superamento del finanziamento pubblico fossero direttamente connessi a quello dello sradicamento di un sistema partitico visto come ‘occupante’ abusivo delle istituzioni. E di come agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso si assistesse in Italia ad una vera e propria apoteosi del ‘discorso’ politico antipartitocratico.”.

Legge elettorale e finanziamento pubblico dei partiti erano i nodi da sciogliere per conquistare la democrazia liberale e superare il regime partitocratrico. Invece il potere costituito, ossia i conservatori, riuscirono a normalizzare la situazione con il “Mattarellum” e con l’introduzione del rimborso delle spese elettorali per i partiti politici. Di qui la continuità della I repubblica.

“Il presupposto storico fondamentale per il passaggio dalla critica al parlamentarismo e ai partiti, considerati come fonti di disgregazione dello Stato liberale, all’opposizione verso la ‘partitocrazia va individuato – secondo anche l’opinione di Capozzi – in una idea diffusa del ruolo che era stato svolto dall’organizzazione di partito nel regime fascista.”

Infatti la critica al parlamentarismo ed ai partiti era diffusa prima dell’avvento del fascismo e non solo in Italia, però “quando si comincia a parlare di ‘partitocrazia’ … si intende sempre stabilire una connessione (nel senso di un rapporto di continuità e non di estraneità) tra la dittatura di un partito unico e un regime pluripartitico nominalmente democratico, ma al quale vengono addebitate invece alcune caratteristiche di un sistema dittatoriale.” Di qui la peculiarità del regime italiano rispetto a quelli esistenti in altri paesi.

Ma la democrazia liberale è un sogno e siamo condannati a vivere in un regime partitocratico ove la “costituzione materiale” ha sostituito quella “formale” con buona pace della legalità?

I rimedi restano sempre gli stessi: quelli che non hanno permesso all’alternativa liberale nel 1994 di realizzare la democrazia “compiuta”. Scrive Capozzi: “Non c’è dubbio che conservino tutta la loro pregnanza molte esigenze più volte emerse nelle argomentazioni antipartitocratiche: l’adeguamento dei meccanismi elettorali ad una logica pienamente maggioritaria, il rafforzamento normativo del potere esecutivo, il ridisegno complessivo dell’equilibrio tra i poteri in direzione di una più concreta attuazione del principio dei ‘freni e contrappesi’”.

Una ultima segnalazione. Capozzi ha arricchito il suo testo con una buona bibliografia sull’argomento. Anzi l’ha distinta tra le fonti di cui ha fatto uso e la letteratura più facilmente consultabile. Inoltre la bibliografia è indicata per ogni capitolo del testo, operando così una suddivisione temporale.(bl)

INDICE: Premessa – I. L’avversione ai partiti politici tra l’unificazione nazionale e il fascismo – II. Democrazia post-fascista e nascita dell’ “ideologia” antipartitocratica – III. I critici del “totalitarismo dei partiti” negli anni Cinquanta e Sessanta: liberali, conservatori o “eversori”? – IV. Polemica antipartitocratica e crisi della “prima Repubblica” – V. Dalla “prima” alla “seconda” Repubblica: vulgata antipartitocratica e nuova antipolitica. – Bibliografia 


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5 settembre 2011

Il regime

“[…] Nella primavera del 1993 […] si tenevano due referendum abrogativi, indetti da un comitato in cui spiccavano il gruppo di Mario Segni e quello radicale, ai quali quasi tutti gli osservatori politici italiani attribuivano il carattere di una svolta epocale. Il primo chiedeva il passaggio ad un sistema elettorale prevalentemente maggioritario-uninominale ad un turno; il secondo tentava nuovamente di abolire il finanziamento pubblico dei partiti.

Il ‘sì’ prevalse nelle due consultazioni con la percentuale, rispettivamente, dell’82,7 e del 90,3%: un vero e proprio plebiscito. Il ‘Corriere della sera’ il giorno dopo la consultazione titolava a tutta pagina: ‘Vince il sì, nasce la nuova Italia’.

[…] Su una spilla propagandistica distribuita dal fronte del ‘sì’ nella campagna referendaria campeggiava la scritta ‘Sfida finale alla partitocrazia’. Lo slogan rende l’idea di quanto, nelle intenzioni dei gruppi promotori, l’obiettivo del maggioritario/uninominale e quello del superamento del finanziamento pubblico fossero direttamente connessi a quello dello sradicamento di un sistema partitico visto come ‘occupante’ abusivo delle istituzioni. E di come agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso si assistesse in Italia ad una vera e propria apoteosi del ‘discorso’ politico antipartitocratico.[…]”

 (cfr. EUGENIO CAPOZZI “PARTITOCRAZIA” Guida, Napoli 2009, pagg. 127-128)

 

 

“[…] Il presupposto storico fondamentale per il passaggio dalla critica al parlamentarismo e ai partiti, considerati come fonti di disgregazione dello Stato liberale, all’opposizione verso la ‘partitocrazia  va individuato […] in una idea diffusa del ruolo che era stato svolto dall’organizzazione di partito nel regime fascista.

[…] Quando si comincia a parlare di ‘partitocrazia’ […] si intende sempre stabilire una connessione (nel senso di un rapporto di continuità e non di estraneità) tra la dittatura di un partito unico e un regime pluripartitico nominalmente democratico, ma al quale vengono addebitate invece alcune caratteristiche di un sistema dittatoriale.[…]”

 (cfr. EUGENIO CAPOZZI “PARTITOCRAZIA” Guida, Napoli 2009, pag. 45)

 

 

“[…] Non c’è dubbio che conservino tutta la loro pregnanza molte esigenze più volte emerse nelle argomentazioni antipartitocratiche: l’adeguamento dei meccanismi elettorali ad una logica pienamente maggioritaria, il rafforzamento normativo del potere esecutivo, il ridisegno complessivo dell’equilibrio tra i poteri in direzione di una più concreta attuazione del principio dei ‘freni e contrappesi’”

 (cfr. EUGENIO CAPOZZI “PARTITOCRAZIA” Guida, Napoli 2009, pag. 146)


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1 settembre 2011

LA COSTITUZIONE DEI PARTITI

GIORGIO REBUFFA “LA COSTITUZIONE IMPOSSIBILE” Il Mulino, Bologna 1995

Il regime sta attraversando una grave crisi politica, evidenziata dalla crisi finanziaria ed economica che sta investendo gran parte del mondo cosiddetto occidentale. Alcuni vedono in questa crisi una analogia con quanto avvenuto in Italia tra il 1992 e il 1994. Leggendo questo libro ci si rende conto che l’analogia è mal posta.

Le alternative, allora, erano diverse. C’era la possibilità dell’alternativa liberale, con profonde riforme istituzionali, che avrebbe prodotto quelle innovazioni tali da trasformare la partitocrazia in una democrazia, come si diceva, “compiuta”. E c’era la voglia, del potere costituito, di normalizzazione. La legge elettorale detta “Mattarellum” e la sostituzione del finanziamento pubblico dei partiti con il “rimborso delle spese elettorali” fecero, tra l’altro, pendere la bilancia verso la normalizzazione, procrastinando nel tempo la crisi fatale.

Oggi regna la più completa confusione: le forze riformatrici sono talmente deboli che a stento riescono a proporre iniziative e non c’è un progetto normalizzatore. Sembra che il regime sia ormai al capolinea.

Scriveva Rebuffa in questo libro del 1995: “La caratteristica della storia istituzionale della repubblica è che, nonostante la retorica, il parlamento è stato un potere debole sia nei confronti dell’esecutivo sia nei confronti dei vertici dei partiti. E’ stato quindi un parlamento che ha mancato alla sua funzione decisiva, controllare l’esecutivo, sostituendola con una funzione legislativa integrale che ne ha fatto il dispensatore di risorse.”

Questa consapevolezza era diffusa in una buona parte dell’opinione pubblica. Di qui la istituzione della commissione bicamerale per le riforme presieduta da D’’Alema.

Rebuffa affermava che la scelta di un parlamento debole “è stato il frutto di una scelta consapevole, quando, alla costituente, si volle una camera dei partiti, rinunciando al resto del sistema parlamentare. E si fecero grandi ginnastiche concettuali per adattare l’armamentario ottocentesco a questo indirizzo. L’evoluzione successiva non ha fatto che confermare la scelta iniziale del trasferimento di sovranità al partito, in assemblea e fuori. E per farlo meglio si rese obbligatorio il consenso dell’opposizione. Il vero ostacolo a qualsiasi riforma è stata qui.”

Ecco l’idea malvagia: la riforma istituzionale può avvenire solo con il consenso di tutti. Invece è proprio il confronto/scontro sulle riforme strutturali che può produrre la buona Politica, rivitalizzando il parlamento. La crisi politica attuale è conseguenza proprio della debolezza del parlamento.

“Il Parlamento non è mai stato amato nella storia d’Italia, né prima né dopo la costituzione. – affermava Rebuffa – E perché il suo compito, nella storia delle ‘costituzioni italiane’, è stato svolto da altri soggetti: da due partiti e da una istituzione non statale. Questi soggetti sono stati: il partito fascista, il movimento comunista, la Chiesa romana. E’ nelle loro sedi che i cittadini hanno conosciuto la politica, è attraverso la loro mediazione culturale che i problemi della vita collettiva sono diventati formule d’azione, sono i loro linguaggi quelli con cui la nazione ha letto ed interpretato la propria storia”.

In particolare l’eredità del fascismo sul regime postfascista è pesante. Un Presidente del Consiglio dell’epoca, Giuliano Amato, ebbe il coraggio di affermare in parlamento che “la Repubblica aveva finito per ereditare (il modello di partito-Stato introdotto dal fascismo) limitandosi a trasformare un singolare in plurale”, come si legge nel resoconto stenografico della seduta pomeridiana di mercoledì 21 aprile 1993.

A propria volta Rebuffa scriveva: “Il fascismo lascia due eredità alla cultura politica e costituzionale. La prima è l’idea (e in larga misura anche la prassi) del partito come soggetto costituzionale, come titolare della sovranità. La seconda è il sospetto verso il potere esecutivo. Dopo l’esperienza fascista il sistema parlamentare non può più essere pensato in termini di equilibrio tra i poteri, ma in termini di integrale estensione del primato dell’assemblea. Dal punto di vista delle eredità costituzionali e delle conseguenze sulla cultura politica il fascismo rappresenta perciò due cose: il primato del partito e l’impossibilità di pensare un sistema parlamentare in termini di equilibrio tra i poteri.”.

La partitocrazia, perciò, è il frutto avvelenato lasciatoci in eredità dal fascismo. Riacquistare questa consapevolezza è l’unico antidoto alla fuga nella demagogia che vede i nemici solo nella “casta” o negli “evasori fiscali”. Demagogia che favorisce sostegni a soluzioni irragionevoli alla confusione in atto. (bl)

INDICE: I. Problemi antichi e problemi nuovi – II. Lo statuto e le sue retoriche – III. Il lascito del regime fascista – IV. La costituente – V. Il dibattito repubblicano

 


1 settembre 2011

Costituzione e partitocrazia

“[…] Il fascismo lascia due eredità alla cultura politica e costituzionale. La prima è l’idea (e in larga misura anche la prassi) del partito come soggetto costituzionale, come titolare della sovranità. La seconda è il sospetto verso il potere esecutivo. Dopo l’esperienza fascista il sistema parlamentare non può più essere pensato in termini di equilibrio tra i poteri, ma in termini di integrale estensione del primato dell’assemblea. Dal punto di vista delle eredità costituzionali e delle conseguenze sulla cultura politica il fascismo rappresenta perciò due cose: il primato del partito e l’impossibilità di pensare un sistema parlamentare in termini di equilibrio tra i poteri.[…]”

 (cfr. GIORGIO REBUFFA “LA COSTITUZIONE IMPOSSIBILE” Il Mulino, Bologna 1995, pag. 57)

 

 

“[…] Il Parlamento non è mai stato amato nella storia d’Italia, né prima né dopo la costituzione. E perché il suo compito, nella storia delle ‘costituzioni italiane’, è stato svolto da altri soggetti: da due partiti e da una istituzione non statale. Questi soggetti sono stati: il partito fascista, il movimento comunista, la Chiesa romana. E’ nelle loro sedi che i cittadini hanno conosciuto la politica, è attraverso la loro mediazione culturale che i problemi della vita collettiva sono diventati formule d’azione, sono i loro linguaggi quelli con cui la nazione ha letto ed interpretato la propria storia.[…]”

 

(cfr. GIORGIO REBUFFA “LA COSTITUZIONE IMPOSSIBILE” Il Mulino, Bologna 1995, pag. 74)

 

 

[…] La caratteristica della storia istituzionale della repubblica è che, nonostante la retorica, il parlamento è stato un potere debole sia nei confronti dell’esecutivo sia nei confronti dei vertici dei partiti. E’ stato quindi un parlamento che ha mancato alla sua funzione decisiva, controllare l’esecutivo, sostituendola con una funzione legislativa integrale che ne ha fatto il dispensatore di risorse.

Il risultato è stato il frutto di una scelta consapevole, quando, alla costituente, si volle una camera dei partiti, rinunciando al resto del sistema parlamentare. E si fecero grandi ginnastiche concettuali per adattare l’armamentario ottocentesco a questo indirizzo. L’evoluzione successiva non ha fatto che confermare la scelta iniziale del trasferimento di sovranità al partito, in assemblea e fuori. E per farlo meglio si rese obbligatorio il consenso dell’opposizione. Il vero ostacolo a qualsiasi riforma è stata qui.[…]”.

 (cfr. GIORGIO REBUFFA “LA COSTITUZIONE IMPOSSIBILE” Il Mulino, Bologna 1995, pag. 130 - 131)


29 agosto 2011

CONTRO LA DEMOCRAZIA DEI CITTADINI

MICHELE AINIS “L’ASSEDIO” Longanesi, Milano 2011

Michele Ainis ha rielaborato alcuni articoli comparsi in questi ultimi tempi soprattutto su “La Stampa” e “Il Sole 24 Ore”, e ci ha permesso di leggere questo libro interessantissimo.

Il sottotitolo parla dei “nemici della Costituzione”, quasi che questa non fosse stata un prodotto del lavoro politico di quegli stessi nemici. Diciamo che insieme alla Costituzione formale i presunti nemici hanno realizzato una costituzione materiale. Il che prova la debolezza della Costituzione formale perché questa avrebbe dovuto “formare” le istituzioni. Scrive Ainis: “Dopo le due grandi rivoluzioni – quella francese e quella americana – di fine settecento …non è più il re che fa la legge, bensì è la legge che fa il re. O almeno dovrebbe, in uno Stato di diritto. Ma in Italia il diritto è ormai una foglia di fico sul corpo nudo del sovrano. Anche per responsabilità dei costituzionalisti, certo, del loro realismo malinteso, che in molti casi maschera in realtà un abito servileverso il principe di turno, senza troppe differenze fra principi di destra e di sinistra.”.

Ma chi sono i nemici? Ainis fa una disamina minuziosa e afferma: “E’ (dallo) strapotere dei partiti che ha origine il sentimento d’impunità tipico dei signori di partito. E’ dal mantello di un sistema che protegge le sue classi dirigenti, impedendone il ricambio. E’ dal buco nero d’una legge elettorale che lascia a mani nude i cittadini, tanto sono i partiti che decidono gli eletti. E allora la questione legale traligna in questione morale, o meglio culturale. Perché se non puoi rompere il sistema ti ci adatti, ti genufletti davanti ai suoi mandarini. Cerchi di propiziartene i favori, e d’altronde la cultura del favore è sempre stata florida alle nostre latitudini. Da qui la miscela che accende il fuoco della corruzione: l’impunità avvertita dai potenti, il servilismo che ha ormai fiaccato gli italiani.”

Perciò è la partitocrazia che si è posta contro la democrazia dei cittadini. Non è solo il berlusconismo ad aver fatto trionfare questa forma di democrazia, come sembra sostenere Ainis, ma il difetto lo si rintraccia proprio nella Costituzione. E’ lo stesso Ainis, peraltro, che riconosce la preesistenza all’avvento di Berlusconi del fenomeno del conflitto d’interessi. “C’è …tutto un sistema che ha elevato il conflitto d’interessi, o se si vuole il connubio d’interessi fra controllore e controllato, a regola suprema di governo…Ne è testimonianza la composizione della Corte dei Conti, dove il governo nomina trentanove consiglieri (d.P.R. 8 luglio 1977, n. 385), benché i giudici contabili vigilino sulle spese del governo.”

Considerazione finale: non basta abbattere Berlusconi e il berlusconismo, non è sufficiente sostituire la legge elettorale detta “porcellum” con quella denominata “mattarellum”, ma occorre ripristinare, per quanto possibile, la Costituzione formale, ossia ripristinare un po’ di legalità. Solo la legalità può difendere il cittadino inerme di fronte alla disapplicazione della legge o alla sua distorta applicazione per favorire i potenti. (bl)

 

INDICE GENERALE: Un giorno speciale – un anno speciale – L’ASSEDIO: 1. I ritardi; 2. Gli insulti; 3. Le controriforme; 4. Le frodi; 5. I falsi – L’ASSALTO: 6. Contro lo Stato di diritto; 7. Contro la democrazia dei cittadini; 8. Contro i valori costituzionali; 9. Assalto al Parlamento; 10. Assalto al Quirinale; 11. Assalto alla Consulta; 12. Assalto alla magistratura – LA FORTEZZA: 13. Come nasce una Costituzione; 14. I principi costituzionali – Due costituzioni


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29 agosto 2011

L'Assedio

“[…] E’ (dallo) strapotere dei partiti che ha origine il sentimento d’impunità tipico dei signori di partito. E’ dal mantello di un sistema che protegge le sue classi dirigenti, impedendone il ricambio. E’ dal buco nero d’una legge elettorale che lascia a mani nude i cittadini, tanto sono i partiti che decidono gli eletti. E allora la questione legale traligna in questione morale, o meglio culturale. Perché se non puoi rompere il sistema ti ci adatti, ti genufletti davanti ai suoi mandarini. Cerchi di propiziartene i favori, e d’altronde la cultura del favore è sempre stata florida alle nostre latitudini. Da qui la miscela che accende il fuoco della corruzione: l’impunità avvertita dai potenti, il servilismo che ha ormai fiaccato gli italiani. […]”

 

(cfr. MICHELE AINIS “L’ASSEDIO” Longanesi, Milano 2011, pagg. 164-165)

 

“[…] Dopo le due grandi rivoluzioni – quella francese e quella americana – di fine settecento …non è più il re che fa la legge, bensì è la legge che fa il re. O almeno dovrebbe, in uno Stato di diritto. Ma in Italia il diritto è ormai una foglia di fico sul corpo nudo del sovrano. Anche per responsabilità dei costituzionalisti, certo, del loro realismo malinteso, che in molti casi maschera in realtà un abito servileverso il principe di turno, senza troppe differenze fra principi di destra e di sinistra.[…]”

 

(cfr. MICHELE AINIS “L’ASSEDIO” Longanesi, Milano 2011, pag. 132)

 

“[…] C’è […] tutto un sistema che ha elevato il conflitto d’interessi, o se si vuole il connubio d’interessi fra controllore e controllato, a regola suprema di governo…Ne è testimonianza la composizione della Corte dei Conti, dove il governo nomina trentanove consiglieri (d.P.R. 8 luglio 1977, n. 385), benché i giudici contabili vigilino sulle spese del governo.[…]”

 

(cfr. MICHELE AINIS “L’ASSEDIO” Longanesi, Milano 2011, pagg. 214-216)


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10 luglio 2011

DAL PSEUDOPARLAMENTARISMO DEI NOTABILI A QUELLO PARTITOCRATICO

GIUSEPPE MARANINI “STORIA DEL POTERE IN ITALIA – 1848/1967” Corbaccio, Milano 1995

Con prefazione di Angelo Panebianco venne ripubblicato nel 1995 questo fondamentale classico, che vide la luce nel lontano 1967. Non so se oggi sia reperibile in libreria.

Il prof. Maranini era uno studioso che credeva “nel primato delle istituzioni rispetto ai comportamenti politici e alle rappresentazioni collettive che ispirano quei comportamenti”, come afferma Panebianco nella prefazione. Aggiunge il politologo che Maranini oltre ad essere un istituzionalista riteneva fondamentale ricostruire la storia passata e le influenze esterne per capire il funzionamento di un sistema politico istituzionale.

Scrive Maranini: “Il sistema pseudoparlamentare (dell’epoca dei notabili, ndr) era appunto franato con il suffragio universale e la proporzionale: la ricetta fascista consisteva in una correzione aperta e brutale, suggerita dal fatto che i sistemi tradizionali di correzione non bastavano più: in luogo di aggirare la sovranità popolare e l’autorità del parlamento, la soluzione fascista apertamente le riudiava.

La soluzione della partitocrazia pluralista non è così esplicita, ma è tuttavia negativa.”

La partitocrazia, ossia il regime de“i tiranni senza volto”, è l’obiettivo dei suoi strali.

Scrive Panebianco: “Per Maranini la democrazia non può essere mai intesa, letteralmente, come ‘governo della maggioranza’ …(che) scade facilmente in quel pervertimento dell’ideale democratico che è la ‘democrazia aritmetica’. Per Maranini, – aggiunge Panebianco – la democrazia, l’unica vera democrazia possibile, non è quella che può essere contrapposta, come fanno le correnti socialiste o talune di quelle cattoliche, alla ‘libertà individuale’ ma è, al contrario, un regime politico che sorge dalla libertà individuale e a difesa di essa.”

E così spiega: “Poiché, se non c’è possibilità di condizionare, da parte del cittadino, attraverso la rappresentanza, il governo, i suoi diritti di libertà saranno prima o poi in pericolo.”

Il libro di Maranini si ferma al 1967, per cui la crisi del centrosinistra, il “compromesso storico”, il craxismo, il CAF, l’avvento della cosiddetta seconda repubblica, prima con il “Mattarellum” e poi con il “Porcellum”, non sono prese in considerazione. Però la lettura e rilettura di questo testo illumina la crisi di regime che stiamo attraversando, crisi di regime conseguente all’incapacità del regime di trovare, oggi, i rimedi, come molto spesso in passato è avvenuto.

“Il parlamento – scrive Maranini in questo splendido testo – è quasi solo una camera di registrazione, dove si dà corso ai contratti intervenuti fuori, fra gli apparati sovrani; dove l’opposizione, talvolta cointeressata al sistema, non riesce ad animare un efficace controllo politico, né sempre ha interesse a farlo, e dove anche si dà corso a una moltitudine di contratti minori fra piccole e mediocri feudalità, e talvolta fra minuscoli gruppi e perfino persone singole; contratti minori che attraverso la legislazione nel quasi segreto delle commissioni portano, disordine, immoralità e incoerenza in tutto l’ordinamento giuridico e facilitano, più ancora dei contratti maggiori, il cattivo uso delle pubbliche risorse.”

Sui rimedi alla crisi alcuni pensano alla modifica della legge elettorale. C’è chi vorrebbe tornare al proporzionale e chi vorrebbe che rivivesse il “mattarellum”. Sono rimedi insufficienti perché il regime pseudoparlamentare è destinato a tramontare. Quello che verrà dopo, non lo sappiamo, però sappiamo che un sistema elettorale uninominale e maggioritario potrebbe trasformare il regime pseudoparlamentare in regime parlamentare.

Maranini ci insegna: “Enorme …è la differenza fra la dinamica del collegio uninominale maggioritario di tipo inglese (che crea una maggioranza parlamentare effettiva e spontanea, e nello stesso tempo un’opposizione parlamentare coerente e solida) e gli artificiosi premi di maggioranza volti a deformare, anzi a forzare, senza poterla intimamente modificare, la deteriore dinamica del collegio plurinominale e della proporzionale, e a rendere ancora più debole e disgregata l’opposizione parlamentare.”

Sapremo fare tesoro del suo insegnamento? (bl)

INDICE GENERALE: Prefazione di Angelo Panebianco – Avvertenza – Introduzione: metafisica e fisica della democrazia – PARTE PRIMA: La monarchia risorgimentale – PARTE SECONDA: L’esperienza repubblicana


10 luglio 2011

Maggioritario ed uninominale

“[…] Enorme …è la differenza fra la dinamica del collegio uninominale maggioritario di tipo inglese (che crea una maggioranza parlamentare effettiva e spontanea, e nello stesso tempo un’opposizione parlamentare coerente e solida) e gli artificiosi premi di maggioranza volti a deformare, anzi a forzare, senza poterla intimamente modificare, la deteriore dinamica del collegio plurinominale e della proporzionale, e a rendere ancora più debole e disgregata l’opposizione parlamentare.[…]”

 

(cfr. GIUSEPPE MARANINI “STORIA DEL POTERE IN ITALIA – 1848/1967” Corbaccio, Milano 1995, pag. 495)

 

“[…] Il sistema pseudoparlamentare (dell’epoca dei notabili, ndr) era appunto franato con il suffragio universale e la proporzionale: la ricetta fascista consisteva in una correzione aperta e brutale, suggerita dal fatto che i sistemi tradizionali di correzione non bastavano più: in luogo di aggirare la sovranità popolare e l’autorità del parlamento, la soluzione fascista apertamente le riudiava.

La soluzione della partitocrazia pluralista non è così esplicita, ma è tuttavia negativa. Il corpo elettorale non può più scegliere i suoi rappresentanti, ma solo riceverli a scatola chiusa dalle segreterie di partito. Il parlamento è quasi solo una camera di registrazione, dove si dà corso ai contratti intervenuti fuori, fra gli apparati sovrani; dove l’opposizione, talvolta cointeressata al sistema, non riesce ad animare un efficace controllo politico, né sempre ha interesse a farlo, e dove anche si dà corso a una moltitudine di contratti minori fra piccole e mediocri feudalità, e talvolta fra minuscoli gruppi e perfino persone singole; contratti minori che attraverso la legislazione nel quasi segreto delle commissioni portano, disordine, immoralità e incoerenza in tutto l’ordinamento giuridico e facilitano, più ancora dei contratti maggiori, il cattivo uso delle pubbliche risorse.[…]”

 

(cfr. GIUSEPPE MARANINI “STORIA DEL POTERE IN ITALIA – 1848/1967” Corbaccio, Milano 1995, pag. 511)



 

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