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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
23 aprile 2009

La fotografia del regime

L'ASSENZA DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE

Nella conferenza odierna (22 aprile) dei capigruppo al Senato si è giunti all'accordo sulla data di svolgimento dei referendum elettorali, mediante la proposizione di un disegno di legge. Si è deciso di farli svolgere il 21 di giugno.

La legge che regola il referendum abrogativo, previsto dall'art. 75 della Costituzione, prevede che il Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, indìce con decreto il referendum, fissando la data di convocazione degli elettori in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno. (1° comma art. 34 Legge 25 maggio 1970, n. 352).

Quindi la conferenza dei capigruppo al Senato è servito a proporre un percorso per rendere legale quello che è, allo stato, illegale.

E dire che si era in tempo a farli svolgere il 7 giugno, in concomitanza con le elezioni europee! Non solo si sarebbero risparmiati quattrini, sempre tanto utili, ma si sarebbe reso un servizio ai cittadini che avrebbero potuto votare (o non votare) nello stesso giorno, senza gravarli di un altro impegno.

Ora non è più possibile se si vuole, ipocritamente, rispettare la durata della campagna referendaria.

Aggiustare le cose ex post non ci sembra un buon metodo, anzi il fatto di non aver proposto un disegno di legge che avrebbe permesso lo svolgimento del referendum il 7 giugno, abbreviando i tempi della campagna elettorale, prova inequivocabilmente la volontà di far svolgere i referendum nel modo meno agevole possibile. Ossia si è preferito legalizzare una data illegale piuttosto che permettere lo svolgimento dei referendum in una data legale.

Risparmiateci, per favore, lamentazioni ipocrite come quelle della Finocchiaro che si sarebbe dispiaciuta del rinvio!

Ma in questi comportamenti non potrebbe ravvisarsi il reato di attentato ai diritti politici dei cittadini? Ma quanti sono i responsabili di questa situazione ? Sono sicuramente più di due. Non è configurabile, quindi, anche l'associazione a delinquere?

Inoltre si vocifera che vorrebbero far approvare questa legge di legalizzazione della posticipazione, oltre il 15 giugno, dei referendum elettorali addirittura in commissione, senza alcun dibattito parlamentare.

Questa è la fotografia di un regime che non è una democrazia liberale! (bl)



23 aprile 2009

No alla Bossi tax

SI’ ai referendum contro la ‘porcata elettorale’, NO alla Bossi-tax.

 

Nel dibattito di questi giorni sulla data di svolgimento dei referendum elettorali transitano interpretazioni  a nostro avviso ‘originali’ degli effetti che l’approvazione dei quesiti referendari avrebbe sulla legge elettorale oggi in vigore per le elezioni di Camera e Senato ( il ‘porcellum’).


La ‘porcata’ di calderoliana memoria prevede un sistema proporzionale con un premio di maggioranza attribuito (su base nazionale alla Camera dei Deputati e su base regionale al Senato) alla “singola lista” o alla “coalizione di liste” che ottiene il maggior numero di voti.


Con il primo ed il secondo quesito referendario (valevoli rispettivamente per la Camera dei Deputati e per il Senato) si propone che il premio di maggioranza venga attribuito alla lista singola (e non più alla coalizione di liste) che abbia ottenuto il maggior numero di seggi.


La lista più votata otterrebbe il premio che assicura la maggioranza dei seggi in palio, le liste minori otterrebbero comunque una rappresentanza adeguata, purché superino la soglia di sbarramento.


Tra l’altro, esistono in Italia oggi due soli grandi partiti che, anche con l’attuale sistema, otterrebbero la maggior parte del premio di maggioranza: per i loro alleati (Lega o Di Pietro) restano comunque “le briciole” del premio stesso.


Il sistema elettorale risultante dal referendum spingerebbe gli attuali soggetti politici a perseguire, sia prima che dopo le elezioni, la costruzione di un unico raggruppamento, rendendo impraticabili le soluzioni equivoche che portano oggi alle frizioni PDL-Lega o alle tensioni fra PD e Di Pietro.


Non essendoci più le coalizioni scomparirebbe l’attuale schizofrenia tra identità collettiva della coalizione e identità dei singoli partiti nella coalizione, schizofrenia che spinge i partiti ad essere insieme il giorno delle elezioni e, dal giorno dopo, a combattersi dentro la coalizione.


Sulla scheda apparirà un solo simbolo, un solo nome ed una sola lista per ciascuna aggregazione che si candidi ad ottenere il premio di maggioranza. Le componenti politiche di ciascuna lista non potranno rivendicare un proprio diritto all’autonomia perché, di fronte agli elettori, si sono presentate all’interno di un’unica lista. Nessuno potrà rivendicare la propria “quota” di consensi. E sarà molto difficile per i parlamentari spiegare ai cittadini eventuali lacerazioni della maggioranza.


Il terzo quesito referendario colpisce un altro aspetto di scandalo. Oggi la possibilità di candidarsi in più circoscrizioni (anche tutte!) dà un enorme potere al candidato eletto in più luoghi (il “plurieletto”). Questi, scegliendo uno dei vari seggi ottenuti, permette che i primi dei candidati “non eletti” della propria lista nelle altre circoscrizioni gli subentrino nei seggi a cui rinuncia. Egli così, di fatto, dispone del destino degli altri candidati la cui elezione dipende dalla sua scelta. Se sceglie per sé il seggio “A” favorisce l’elezione del primo dei non eletti nella circoscrizione “B”; se sceglie il seggio “B” favorisce il primo dei non eletti nella circoscrizione “A”. E’ inevitabile che una tale disciplina (che coinvolge centinaia di candidati al Parlamento) induca inevitabilmente i “cooptandi” ad atteggiamenti di sudditanza e di disponibilità alla subordinazione, atteggiamenti che danneggiano fortemente la dignità e la natura della funzione parlamentare. Inoltre i parlamentari subentranti debbono la propria elezione non alle proprie capacità, ma alla fedeltà ad un notabile, che li premia scegliendoli per sostituirlo. Con l’approvazione del terzo quesito la facoltà di candidature multiple verrà abrogata sia alla Camera che al Senato.


Anche per quanto riguarda l’abbinamento delle consultazioni referendarie alle elezioni europee nel cosiddetto election-day sono state fatte affermazioni stravaganti, a cominciare dalla presunta “incostituzionalità” della coincidenza di date tra referendum ed elezioni. Per seppellire questa affermazione basterà ricordare che la storia dell’Italia repubblicana è nata con un referendum (quello sulla scelta tra monarchia e repubblica) abbinato alle elezioni per la formazione dell’Assemblea costituente, il primo Parlamento dell’Italia democratica.


Sul fronte della finanza pubblica, la decisione di non far coincidere lo svolgimento del referendum elettorale con quello delle elezioni europee comporterà un costo aggiuntivo del tutto ingiustificato di almeno 300 milioni di euro, una vera e propria Bossi-tax che i contribuenti saranno costretti a pagare per la convenienza elettorale della Lega e la tranquillità della coalizione di centrodestra (a dimostrazione che il problema delle tensioni nelle coalizioni esiste, eccome).


Bossi non vuole che il referendum si svolga nella stessa data delle elezioni europee perché teme il raggiungimento del quorum e la vittoria dei SI’ che porterebbero ad una legge elettorale che toglie potere di interdizione alla Lega. Bossi, inoltre, sa benissimo che anche molti suoi elettori sono favorevoli ai quesiti referendari e vuole evitare che vengano messi nelle condizioni di votarli.


Le forze politiche contrarie alla modifica della legge elettorale hanno tutti gli strumenti per far valere le loro ragioni, invitando a votare no al referendum, oppure, meno correttamente, promuovendo l’astensione, anche nelle giornate del 6 e 7 giugno, e gli elettori hanno già dimostrato di sapere ben distinguere tra le diverse schede che possono votare, o anche rifiutare.


Riteniamo, inoltre, che un fondamentale principio democratico sia quello di semplificare la partecipazione dei cittadini alla vita politica del Paese, semplificazione che, quando i cittadini sono già chiamati al voto per le Europee, non si ottiene certo indicendo in una data diversa la consultazione referendaria.

 

per  il Comitato di Treviso per i Referendum Elettorali 2009

Beppi Lamedica (Veneto Liberale) , Luigi Calesso, Alessandro Brentel, Maurilio Menegaldo


5 aprile 2009

RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE

RADICALI ITALIANI


I radicali italiani, a conclusione di tre giorni di dibattiti del proprio comitato centrale, hanno deciso la presentazione, alle prossime elezioni europee, di liste radicali, naturalmente aperte all’apporto di chiunque condivida la propria analisi sullo stato della “democrazia” in Italia, e preannunciano, subito dopo le elezioni europee, un’assemblea finalizzata “a rilanciare obiettivi e speranze della rivoluzione liberale per la liberazione dal regime partitocratico.”


Insomma, il dado è tratto. La linea politica dell’ospitalità progettata da Pannella al tempo della segreteria Capezzone, è ormai abbandonata. Cosa c’entra il continuare ad essere ospitati dal PD, per di più in gravissima crisi, con l’accusa della “scomparsa della legalità” addebitabile al regime partitocratrico, di cui il PD è parte importante?


Pregiudiziale per il varo delle liste radicali, sostanzialmente di mera testimonianza, è “la conoscenza dei connotati costitutivi e dei gravi episodi che dimostrano le responsabilità dell’attuale Regime italiano nella scomparsa della legalità costituzionale della democrazia e dello stato di diritto”. A tal fine i radicali italiani si impegnano - prioritariamente e quale condizione necessaria e sufficiente - a preparare e a diffondere un documento che denunci all’opinione pubblica e (forse, anche ai propri militanti) l’analisi del regime partitocratrico degli ultimi 25 -30 anni.


Manca nel documento approvato qualsiasi cenno al prossimo referendum abrogativo promosso dai proff. Guzzetta e Segni contro la legge elettorale definita dagli stessi autori quale “legge porcata”. Evidentemente non lo ritengono una opportunità per rilanciare gli obiettivi e le speranze della rivoluzione liberale per la liberazione dal regime partitocratrico. Addirittura Marco Pannella ritiene inopportuno far svolgere i referendum nella stessa data delle elezioni europee. (bl)


1 marzo 2009

Referendum elettorale

VIVA IL REFERENDUM!


Vogliono definitivamente affossare il diritto politico costituzionale al referendum!


Lo sapevamo, ne eravamo consapevoli. Chi detiene il potere ha sempre voluto ostacolare questo diritto politico che i padri costituenti avevano immaginato quale seconda chance per i cittadini. Non è senza significato che solo nel 1970 è stata varata la legge di attuazione di una norma costituzionale del 1947. Ossia per oltre vent’anni il regime partitocratico ha resistito alla Costituzione: anche questo caso prova che il regime si è data una costituzione materiale al posto della Costituzione formale. L’illegalità, almeno su questo punto, è stata sospesa sino al 1995, cioè quando il regime è riuscito a sterilizzare l’istituto, non solo disattendendo gli esiti elettorali, ma facendolo fallire per il mancato raggiungimento del quorum. Non possiamo far passare sotto silenzio il comportamento doloso: la dolosità del comportamento del regime è provato anche dal boicottaggio pubblico tentato da un presidente del consiglio mentre era in carica.


Nel corso della primavera del 2007, grazie all’impegno del comitato dei proff. Guzzetta e Segni, ben ottocentoventimila cittadini hanno sottoscritto tre quesiti referendari per contestare una legge elettorale che impedisce ai cittadini di eleggere i propri rappresentanti e che assegna alle oligarchie partitiche di nominare i propri seguaci quali parlamentari nazionali. Indubbiamente il risultato positivo del referendum non risolverebbe tutti i problemi del sistema elettorale, ma sarebbe una punizione nei confronti del regime (che ha voluto abolire il collegio uninominale) e l’inizio di una campagna politica per l’introduzione di regole “americane” nella legislazione nazionale. Ebbene il referendum si sarebbe dovuto svolgere nella primavera del 2008 ma il regime, rifiutando l’ipotesi di un governo di garanzia e preferendo fissare al 13 e al 14 aprile la data per le elezioni anticipate, ha conseguito il rinvio della consultazione referendaria.


Il referendum dovrebbe, allora, svolgersi nella prossima primavera ma il regime, sembra, orientato a boicottarlo dato che ancora non ha deciso di farlo effettuare contemporaneamente alle elezioni europee e al primo turno delle amministrative del 7 giugno, lasciando come ultima data utile il 14 giugno, ossia tra il primo e il secondo turno delle elezioni amministrative.


Come Veneto liberale, coerentemente all’impegno assunto nel IX congresso dell’8 dicembre 2006, tenteremo di non permettere che il referendum venga ammazzato. Infatti sosteniamo l’election day, ossia elezioni europee e referendum elettorale da svolgersi nella stessa data. Questo obiettivo ce lo siamo posti anche nell’ultimo nostro congresso, il 6 dicembre dello scorso anno, per evitare oltre all’ovvio ennesimo affossamento dell’istituto referendario anche il fallimento delle elezioni europee, che sarebbero, altrimenti, ridotte a mero tentativo di rivalsa delle consultazioni nazionali.


Sappiamo che se il referendum non si effettuasse contemporaneamente alle consultazioni elettorali europee ed amministrative si spenderebbero almeno 400.000,00 euro in più. Sarebbe una tassa da far pagare ai cittadini per far fallire questo diritto politico costituzionale, per bruciare, direbbe qualcun altro, la seconda scheda che la Costituzione ha consegnato agli elettori.


Che fare, allora? Occorre mobilitare l’opinione pubblica come siamo riusciti, in parte, a fare nella primavera del 2007. Occorre, perciò, radunare non solo coloro che si sono spesi in quella campagna per la raccolta delle firme ma anche i sottoscrittori. Occorre, perciò, rivitalizzare i vecchi comitati di raccolta firme e trasformarli in nuclei di azione politica per difendere il diritto referendario affinché possa essere un primo momento di riscossa democratica di fronte ai segnali pericolosi di involuzione del regime conseguenti all’assenza di una degna opposizione. Infatti il regime antiliberale sembra trasformarsi in illiberale. Perciò, viva il referendum! (bl)


4 febbraio 2009

Una buona notizia

I RADICALI AD UN BIVIO

Le dichiarazioni di Emma Bonino all'Adnkronos («Quando, giusto un anno fa, esclusero Marco Pannella dalle liste del Pd per le elezioni politiche, Goffredo Bettini, in uno degli incontri avuti con noi, disse testualmente: "Pannella è più adeguato per le Europee, in quell'occasione lo eleggeremo con 200mila preferenze". Dopodiché, però, non abbiamo più sentito niente e perciò...»."), l'intervista a Marco Pannella, sempre sul Corriere di ieri 3 febbraio, e le dichiarazioni della Bernardini alla Camera dei Deputati in occasione del voto sulla nuova legge elettorale europea, a mio avviso sono la presa di distanza definitiva dal PD. La dichiarazione di Goffredo Bettini al Riformista di oggi 4 febbraio ne è una conferma.

Finalmente una buona notizia!

Le avvisaglie si leggevano nel documento dell'ultimo consiglio nazionale dei radicali italiani, ma molte volte, troppe volte vi erano state marce indietro. Stavolta le dichiarazioni di Bettini impediscono qualsiasi retromarcia (Tutto sommato - sembra affermare - sono preferibili Nencini e Fava a Pannella).

I radicali italiani si trovano, a questo punto, privi della strategia dell'ospitalità praticata in questi anni. Ne devono praticare un'altra.

E' prevedibile che scelgano la strategia di "soli contro tutti", rischiando solo di fare testimonianza "per quello che avrebbe potuto essere e non è stato". La "Resistenza radicale" è quella che tutti si aspettano.

Pasolini, però, invitava i radicali ad essere irriconoscibili ossia imprevedibili nelle scelte politiche. Ebbene ritengo auspicabile il dissolvimento del soggetto politico "Radicali italiani" sia perché compromesso con la strategia dell'ospitalità, ormai impraticabile, e sia perché la linea di "Resistenza radicale" sarebbe sterile. Conseguentemente la confluenza dei singoli radicali nel movimento riformatore promosso dall'appello "per la democrazia" potrebbe costituire un passaggio fondamentale nella strategia per la liberazione dal regime partitocratrico.

Stiamo a vedere.


1 febbraio 2009

Referendum per la democrazia

PER LA RIVOLUZIONE LIBERALE


Sul Corriere della Sera del 21 gennaio è comparso l’appello “Restituite la parola ai cittadini” promosso da varie personalità appartenenti ad aree culturali e politiche diverse, tra cui spiccano, a parere del sottoscritto, i nomi di Antonio Martino e di Umberto Veronesi. Due personalità note per la loro indipendenza ed autonomia anche nei confronti delle aree cui fanno normalmente riferimento. Il contenuto è rappresentato da tre parole: “per la democrazia”. Sostanzialmente è un appello in favore della democrazia anglosassone, ossia liberale, ritenuta l’unica democrazia in grado di superare questa transizione iniziata nel lontano 1992 e trascinatasi senza una definitiva trasformazione del regime partitocratrico.


Al congresso dello scorso dicembre Veneto liberale ribadiva il proprio impegno a sostegno del referendum elettorale promosso dai proff. Guzzetta e Segni e il predetto appello non fa che inquadrare quel referendum in un progetto più ampio.


Conseguentemente Veneto liberale ha aderito all’appello dopo che i singoli aderenti al sodalizio veneto hanno constatato la consonanza di obiettivi. Primarie, collegio uninominale maggioritario, scelta popolare del governo, bipartitismo, separazione dei poteri e la reale autonomia delle diverse istituzioni: è buona parte del contenuto del progetto politico, perseguito sin dalla fondazione dell’associazione, progetto indicato con la denominazione gobettiana “Rivoluzione liberale”.


Inoltre, sempre a quel congresso, Veneto liberale sosteneva la necessità di far svolgere il referendum elettorale nella stessa data delle elezioni europee per evitare sia il fallimento delle elezioni europee ridotte a mero tentativo di rivalsa delle consultazioni nazionali che l’ennesimo affossamento dell’istituto referendario.

Ossia le elezioni europee erano indicate come occasione per tentare di modernizzare la politica italiana sia agganciandola ad un’area culturale e politica più ampia della semplice dimensione nazionale e sia per tentare di salvare dall’asfissia l’istituto referendario, gioiello della Costituzione nazionale. Proprio per la volontà di emancipare la politica nazionale da polemiche domestiche Veneto liberale manifestava la volontà di sostenere una lista “di” liberali, democratici e riformatori con un programma di respiro europeo.


L’impegno assunto, costituendo con altre associazioni il “coordinamento dei liberali italiani – per una politica liberale”, anche per poter presentare una lista liberale alle prossime elezioni europee, sembra sempre più difficoltoso da assolvere visto anche il progetto di modifica del sistema elettorale gradito da Berlusconi e Veltroni. Attenzione, però, non è tanto la soglia del 4% a rendere indigesto il progetto: in fondo in Europa lo sbarramento al 5% è abbastanza diffuso. Quello che manca nel progetto di modifica della legge elettorale è la candidatura singola in collegi più piccoli al posto di liste di candidati in collegi ampi. Ossia manca la possibilità di scegliere il deputato da parte degli elettori nonostante l’apparente scelta da effettuarsi con le preferenze tra vari nominativi in liste predisposte dalle segreterie e dai notabili dei partiti per i loro seguaci.


I “nano-partiti”, come dispregiativamente li ha denominati Giovanni Sartori, legittimamente si sentono esclusi. Sbagliano, però, quando parlano di attentato alla democrazia: il regime partitocratrico è un regime democratico. La legge elettorale mira a consolidare il regime partitocratrico nella versione del “veltrusconismo”, quindi non rappresenta un attentato alla democrazia. E’ la democrazia liberale che, invece, aspetta ancora di vedere la luce.


Mastella, Del Bue, Bobo Craxi, Nencini, Ferrero, PLI, PSDI, Pd’A e altri dicono di voler costituire un nuovo CLN ma questo movimento non può costituire un movimento riformatore per la mancanza di una convergente presa d’atto di un regime da sconfiggere urgentemente e da sostituire con una democrazia liberale.

Invece, l’appello “Restituite la parola ai cittadini” potrebbe consentire la nascita di un movimento per riformisti e riformatori, per moderati e radicali quale strumento per permettere ai “cittadini senza potere” di far ascoltare la propria voce, cioè un movimento per la Rivoluzione liberale. (bl)


24 gennaio 2009

Per la democrazia

VISTO l’appello proposto, tra gli altri, da Antonio Martino e Umberto Veronesi intitolato “Restituite la parola ai cittadini”, pubblicato sul Corriere della Sera del 21 gennaio scorso;

LETTA l’ammirazione nei confronti della democrazia statunitense grazie alle seguenti regole: 1) le primarie, che affidano ai cittadini la scelta di ogni candidatura; 2) il collegio uninominale maggioritario, che crea un solido legame tra eletto ed elettore; 3) la scelta popolare del governo; 4) il bipartitismo, che porta chiarezza e stabilità; 5) la separazione dei poteri e la reale autonomia delle diverse istituzioni;

CONSTATATA la consonanza con gli auspici per una democrazia anglosassone e americana anche per il nostro paese, come sbocco della transizione iniziata nel lontano 1992;

Veneto liberale dichiara

A)  la necessità di avere al più presto anche nel nostro paese le predette regole, vista l’ostinazione dell’attuale bipolarismo nell’impedire ai cittadini anche la scelta degli eletti;

B)  la propria adesione all’appello  “Restituite la parola ai cittadini” come primo passo per la costituzione di un soggetto politico per riformisti e riformatori, per moderati e radicali quale strumento per permettere ai cittadini senza potere di far ascoltare la propria voce;

C)  la disponibilità a partecipare ad una grande assemblea – da effettuarsi al più presto – per dare forma alla speranza che l’appello ha suscitato.

Castelfranco Veneto 24 gennaio 2009

Il Segretario

Avv. Giuseppe Lamedica



 

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