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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
13 giugno 2011

Raggiunto il quorum ai referendum!

OPPORTUNITA’ RIFORMATRICE

Il raggiungimento del quorum ai referendum abrogativi, dopo circa sedici anni dall’ultima volta che lo si è raggiunto, potrebbe costituire l’occasione del riavvio del processo riformatore innescato con i referendum del biennio 1991-1993.

Uso il condizionale perché non possiamo trascurare il fatto che il raggiungimento del quorum appare più una vittoria degli antiberlusconiani piuttosto che una discontinuità della guerra civile a bassa intensità tra coloro che si dicono di centro-sinistra e di centro-destra. Anzi l’entusiasmo della componente più estremista degli antiberlusconiani, galvanizzata anche dalle vittorie alle amministrative a Milano e a Napoli, potrebbe invogliare l’imboccare la strada della richiesta di una crisi extraparlamentare e l’alternativa tra elezioni anticipate e un governo di solidarietà nazionale (senza Berlusconi).

In questo caso ci sarebbe un ritorno al passato. Sarebbe la rivincita sulle elezioni del 1994 vinte imprevedibilmente dallo schieramento berlusconiano nei confronti della “gioiosa macchina da guerra”.

Non mi sembra una buona cosa: il riformatore guarda al futuro e il passato deve servigli di lezione e non ne può essere ossessionato.

La rivitalizzazione dell’istituto referendario non è conseguenza dell’antiberlusconismo. E’ conseguenza di molti che, pur non essendo antiberlusconiani, desiderano cambiare perché delusi dall’immobilismo di questa cosiddetta II repubblica. Infatti, gli antiberlusconiani, ad essere generosi, avrebbero potuto contare su diciotto milioni di elettori, ma che non sarebbero stati sufficienti per il raggiungimento del quorum. Circa otto milioni e mezzo di cittadini non antiberlusconiani hanno permesso il successo. E’ questo il bacino sul quale puntare per la leadership riformatrice.

Gli antiberlusconiani sono frammentati e non credo che si suicideranno con elezioni anticipate o un governo di solidarietà nazionale (senza Berlusconi).

C’è perciò un mercato elettorale che domanda riforme. E la riforma che può rompere le incrostazioni conservatrici dei privilegi, del corporativismo e della demogagia è la legge elettorale maggioritaria uninominale ad un solo turno. Se si vuole costruire l’alternativa all’immobilismo conservatore condizione necessaria e non sufficiente è l’impegno per una legge elettorale di quel tipo. Infatti, è l’unica legge elettorale che può permettersi una democrazia liberale e democratica, come l’Inghilterra e gli USA ci hanno insegnato.

Chi saprà corrispondere alla domanda riformatrice posta dal raggiungimento del quorum diventerà protagonista della lotta politica nei prossimi mesi e si candiderà a governare nella prossima legislatura. (bl)


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5 giugno 2011

Fondamentale votare!

FONDAMENTALE ANDARE A VOTARE

Personalmente ritengo fondamentale andare a votare per tentare di raggiungere il quorum della partecipazione al referendum. Ritengo indispensabile l’esercizio di questo diritto visto che il regime da sempre, e per ultimo anche il governo di centrodestra di Silvio Berlusconi, ha osteggiato questo strumento costituzionale di partecipazione politica dei cittadini. Anzi proprio l’avversione del regime nei confronti di questo istituto può essere ritenuta una delle cause principali del disinteresse nei confronti della politica.

Ricordiamo che solo negli anni ’70 dello scorso secolo, dopo oltre vent’anni dalla promulgazione della Costituzione repubblicana del 1947, furono emesse le norme per permettere l’esercizio di questo diritto da parte dei cittadini. Il che vuol dire che la volontà di sottrarre questo diritto risale sin dalla fondazione della nostra Repubblica: perciò il comportamento del governo Berlusconi è conforme alla tradizione. Anzi il regime partitocratico dette vita alla normativa di attuazione con il tacito scopo di farla svolgere una sola volta, quale contropartita concessa ai clericali per l’approvazione da parte del Parlamento della legge sul divorzio. I radicali pannelliani, però, ruppero le uova nel paniere utilizzando lo strumento referendario come mezzo di lotta al regime. Infatti il costituente aveva previsto il voto referendario come contrappeso al voto parlamentare, proprio per contrastare il pericolo della dittatura di assemblea. La partitocrazia, anche in questo caso, è stata più forte della Costituzione formale per cui è riuscita a depotenziare quello strumento politico. Per questo andare a votare al referendum è una manifestazione antipartitocratica.

Personalmente andrò a votare due sì e due no.

Voterò no sul quesito riguardante la legge, demagogicamente definita, per la “privatizzazione dell’acqua” in quanto quella legge riguarda non solo l’acqua ma anche altri servizi pubblici locali di rilevanza economica, come i trasporti e la nettezza urbana. Non solo, ma non riguarda la “privatizzazione” di nulla. L’acqua resta comunque un bene pubblico al quale tutti hanno diritto. Quello che prevedono le norme da abrogare riguarda l’introduzione del principio della gara per l’affidamento della gestione dei predetti servizi pubblici, che crea un’ostacolo alla lottizzazione di quei servizi da parte dei potentati politici locali. Forse è per questo che il Presidente leghista della Regione Veneto ha dichiarato che voterà per l’abrogazione di quelle norme. Per rendere più difficile la lottizzazione partitocratica dei servizi pubblici locali è necessario votare no.

Il secondo no lo manifesterò sul secondo quesito riguardante la gestione dei servizi idrici. Sì, il secondo riguarda esclusivamente l’acqua e riguarda il principio della remunerazione del capitale investito. In fondo è stata conseguenza della defiscalizzazione dei servizi pubblici. Da qualche parte dovranno pervenire dei capitali per l’esercizio del servizio idrico. Se i capitali non provengono dalle tasse è necessario che provengono da qualche altra parte. Per non incrementare la pressione fiscale per remunerare i servizi idrici è necessario votare no.

Il primo sì lo manifesterò sulla legge che definisce il legittimo impedimento a comparire all’udienza da parte del presidente del consiglio e dei suoi ministri. E’ incomprensibile questa guarentigia nei confronti del potere esecutivo mentre il potere legislativo non l’avrebbe. E’ pur vero che oggi il potere legislativo è alla mercé del potere esecutivo, ma questo non giustifica la disparità di trattamento neanche sostenendo la tesi della difesa dell’autonomia della politica quale contrappeso all’autonomia della magistratura. Dire sì significa osteggiare una disparità di trattamento non compatibile con una democrazia liberale.

Il secondo sì lo manifesterò sul “nucleare”. Ribadisco la mia contrarietà alla energia nucleare perché prefigurerebbe, tra l’altro, un modello di società in cui l’efficienza economica non è congiunta con la libertà individuale. Infatti la militarizzazione del territorio diventerebbe inevitabile. Dire sì significa, perciò, anche rifiutare il modello cinese per lo sviluppo economico. (bl)


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2 settembre 2009

Direzione di Vl del 2 settembre 2009

MOZIONE POLITICA


La direzione di Veneto liberale, riunitasi a Castelfranco Veneto oggi 2 settembre 2009, esaminati i punti all’ordine del giorno

RINGRAZIA gli oltre seicentocinquantottomila elettori veneti che si sono recati a votare ai referendum del 21 e 22 giugno e che hanno richiesto l’abrogazione delle norme più significative della legge elettorale denominata “porcellum” dai suoi stessi sostenitori;

RILEVA che quella dimensione di consenso elettorale, a livello regionale, non è molto minore del consenso raccolto alle elezioni europee dal Pdl (settecentonovantaduemila) e dalla Lega (settecentosessantasettemila) ma è solamente un po’ più del consenso raccolto dal Pd (cinquecentoquarantottomila) e molto di più di quello raccolto da Di Pietro (centonovantaquattromila), dall’UDC (centosettantaduemila) e dalla Lista Pannella (sessantaseimila)

SOTTOLINEA, pertanto, il dato di consenso raccolto, a livello nazionale e nel Veneto per il rilancio della lotta politica per l’alternativa riformatrice di liberali e di democratici ad un regime che sembra aver imboccato il percorso non tanto verso la mera restaurazione di un sistema politico basato su di un partito clericale, ma verso l’instaurazione di un regime basato su di un partito fondamentalista propugnatore di valori assoluti, il che sarebbe la negazione radicale di un sistema politico liberale ed aperto;

EVIDENZIA nell’annullamento dell’incontro tra il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, e il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, che si sarebbe dovuto svolgere all’Aquila il 28 agosto, una clamorosa battuta d’arresto dei rapporti tra Chiesa e Stato, rapporti che hanno profondamente segnato la nostra storia;

CONSIDERA questo avvenimento un segnale della crisi di leadership che il Popolo della libertà sta vivendo, a causa della insorgenza di un pericoloso soggetto fondamentalista al proprio interno (stimolato anche dall’alleato leghista) che la componente moderata ha difficoltà a contrastare, nonostante le buone iniziative del Presidente della Camera dei Deputati;

REPUTA ininfluenti o addirittura controproducenti le scarse iniziative adottate dal maggior partito di opposizione al governo, attualmente alle prese con una grave crisi di identità che il suo prossimo congresso non sembra idoneo per individuare una ragionevole soluzione;

PQM

RIBADISCE la necessità di un soggetto politico, più precisamente, un partito riformatore di liberali e democratici con l’obiettivo di farsi strumento per le modernizzazioni riguardanti le istituzioni (poter scegliere chi governa e punire - in modo democratico e nonviolento - chi non merita più il voto), l’economia (centralità del Mercato ed emarginazione delle corporazioni) e la società (libertà individuali dallo stato e dalla società etica), modernizzazioni che costituiscono la Rivoluzione liberale non realizzata dalle generazioni eredi del Risorgimento;

IN QUESTA OTTICA DISPONE

a)      organizzare un incontro per celebrare la data del 20 settembre, giorno di festa liberale e quindi anticlericale, al fine di segnalare la propria irriducibile avversione non solo a qualsiasi scelta clericale ma anche a qualsiasi progetto di “partito di Dio” all’orizzonte, suggerendo una indicazione di lotta ai moderati del Pdl e del Pd;

b)      ulteriore impegno nella costituzione, per ora a livello locale, di un coordinamento di persone e soggetti autodefinitisi laici, per la istituzione di un registro comunale del testamento biologico, come primo passo per tentare di contrastare il progetto illiberale già approvato dal Senato, partecipando all’incontro dell’8 settembre alle ore 20,45 nella sede del partito Democratico a Castelfranco Veneto;

c)      verificare la possibilità di svincolare il Pdl veneto dall’abbraccio con la Lega e rendere utile l’energia laica, imprigionata anche nel partito Democratico del Veneto, per le elezioni regionali del prossimo anno.


5 agosto 2009

FONDAMENTALISMI

VERSO IL PARTITO DI DIO?


C’è un brutto clima politico. Chi scrive paventa la nascita di un soggetto politico fondamentalista: un partito di Dio.


La sera del 4 agosto a Cortina, nell’ambito dell’iniziativa “CortinaInContra”, promossa e animata dai coniugi Iole ed Enrico Cisnetto, si è svolto un incontro sul tema “Nella fecondazione assistita (e non solo) difficile tracciare il confine tra religione, etica e scienza”. Sono intervenuti Emilia Costantini, giornalista Corriere della Sera, autrice de “Tu dentro di me” (Aliberti), Gilberto Corbellini, storico della medicina, autore de “Perché gli scienziati non sono pericolosi” (Longanesi), Alfredo Mantovano, sottosegretario Interno, Stefano Zecchi, docente di Estetica Università Milano. Ha letto alcuni brani del libro della Costantini la bella e brava attrice Francesca Neri. Iole Cisnetto, presidente Associazione “Amici di Cortina”, ha condotto da brava ospite.


La premessa dell’incontro era proprio la difficoltà nel tracciare il confine tra etica, religione e scienza, di qui la necessità dell’ascolto delle ragioni di tutti.


Il prof. Gilberto Corbellini, suo malgrado, si è però trovato al centro di una astiosa polemica innescata da una sfuriata di Stefano Zecchi che, travisando le parole del suo interlocutore, lo ha pubblicamente accusato di essere un intollerante e degno di finire prima o poi nel “partito di Pannella”, quasi fosse una offesa all’intelligenza. A sua volta Alfredo Mantovano, sottosegretario del governo Berlusconi, ha tentato di ridicolizzare l’atteggiamento laico e tollerante del prof. Corbellini. Diciamo che gli intolleranti si sono atteggiati da liberali intransigenti conquistando anche qualche applauso del pubblico presente.


Il rifiuto aprioristico dell’ascolto delle ragioni degli altri proprio sullo spinoso tema dei rapporti tra etica, religione e scienza da una parte e l’incapacità degli ascoltatori di reagire all’intolleranza, dall’altra, sono pessimi segnali. E’ sintomatico di un clima che rende agevole l’ambiente per una opinione pubblica fondamentalista, supporto necessario a un vero e proprio partito di Dio. Tra l’altro favorito anche dalla probabile frammentazione conseguente all’abbandono della strategia volta a costituire soggetti a vocazione maggioritaria, vista la vittoria del proporzionalismo dopo l’insuccesso referendario del giugno scorso. (bl)


2 agosto 2009

Si torna all'antico?

IL PASSATO NON TORNA MAI CON IL VECCHIO VOLTO


Il governatore del Veneto Galan, a proposito del fondo di oltre quattro miliardi di euro assegnato alla Sicilia e la ventilata costituzione di una nuova “Cassa del Mezzogiorno”, in contraddizione con il governo sostenuto dal suo partito, pubblicamente sostiene che queste iniziative alimentano il localismo e stridono con una visione politica nazionale dei problemi e delle relative soluzioni. Il piano assistenziale per il Sud (per ora solo per la Sicilia) è osteggiato anche dai presidenti di Confindustria di Padova e di Treviso. La “Questione meridionale” non affrontata in un quadro di politica nazionale si scontra con la “Questione settentrionale”. Il federalismo fiscale sembra accantonato per tentare di disinnescare la bomba di un “partito del sud”. E la Lega lancia segnali di sganciamento (le dichiarazioni di Bossi sull’Afghanistan e i test sul dialetto). Alla crisi del maggior partito di opposizione che non sembra imboccare l’unica soluzione possibile per il suo futuro (superare la fase aggregativa con una effettiva integrazione delle varie componenti) sembra delinearsi, dall’altra parte, un possibile frazionamento dell’attuale coalizione e del partito di maggioranza governativa.


A chi scrive questi effetti frazionistici sembrano la conseguenza peggiore dell’esito dei referendum del giugno scorso. Sia il Pdl sia il Pd sembrano ormai pronti a ritenere superata l’esperienza del partito a vocazione maggioritaria. Al bipolarismo coatto, battuto dal referendum, sembra che possa succedere un multipartitismo che rivitalizza le coalizioni di tradizione immobilista e che mette la sordina al governo come partito, che poteva essere la conseguenza migliore qualora i referendum elettorali avessero avuto successo.


Quanto detto prova che la realizzazione del Partito Democratico e del Popolo delle Libertà erano state la conseguenza della campagna referendaria del 2007 e che, messo da parte il referendum, si torna all’antico.


In autunno i liberali dovranno attrezzarsi se non vogliono proseguire ad essere irrilevanti ed assistere alla possibile evoluzione in senso illiberale dell’attuale regime antiliberale. Il passato non torna mai con lo stesso volto. (bl)


19 luglio 2009

A CHE SERVONO I LIBERALI?

L’IMMOBILISMO MERITA UNA RISPOSTA LIBERALE


Sergio Romano, rispondendo ad una lettera di Enzo Bianco, Antonio Maccanico e Valerio Zanone (che sostenevano la necessità di superare l’immobilismo politico attuale attraverso il consolidamento del progetto del Pd) nota che a differenza di altri liberali quelli italiani “sono condannati a essere lievito di torte fabbricate da altri cuochi”.


La risposta di Sergio Romano sul Corriere della Sera del 18 luglio mi offre un’altra occasione per ribadire il punto di vista del sottoscritto e dei suoi (pochi) amici.

Sergio Romano non dice che è una condanna all’ergastolo, quindi potrebbe anche cessare. Anzi se all’estero i liberali sono stati capaci di incidere un po’ (“in Germania potrebbero andare al governo, nella prossima legislatura, con la signora Merkel. In Francia hanno avuto una considerevole influenza durante la presidenza Giscard e i governi di Raymond Barre e Edouard Balladur. In Gran Bretagna sono sfavoriti dalla legge elettorale, ma hanno conquistato 62 seggi nelle elezioni del 2005, con un aumento di 10 seggi rispetto alle elezioni precedenti. E a Strasburgo, infine, il gruppo parlamentare dei liberali e dei democratici conta 84 deputati”) perché mai in Italia i liberali debbano essere sempre il lievito di altri partiti piuttosto che il lievito della democrazia?


Ammetto che in Italia i liberali hanno fragili radici. Dopo l’avventura risorgimentale e i rivoluzionari governi della Destra storica, la pratica governativa e la paura dei socialisti hanno indotto comportamenti ultramoderati e conservatori lasciando, così, spazio a quello che appariva nuovo ossia ai populismi ed ai socialismi.


Oggi di fronte a quello che appare nuovo (prima Forza Italia e Alleanza Nazionale ed ora Popolo della Libertà, da una parte, Democratici di Sinistra e Margherita ora nel Partito Democratico, tralasciando la Lega, il soggetto di Di Pietro e gli eredi della vecchia DC) i liberali non sanno che far di meglio che confondersi con questi soggetti “nuovi” ma privi e refrattari alla cultura liberale.


Non è solo la responsabilità di Bianco, di Maccanico e di Zanone, ma anche quella di Martino, Urbani e Della Vedova e degli altri liberali che perseguono strategie di ospitalità per mera sopravvivenza personale, o che si limitano ad essere “guardoni” della lotta politica. Per carità nessuno di questi avrebbe le carte in regola per mettersi alla testa di una riscossa liberale: troppi errori hanno commesso. Le loro scelte attuali li individua come coloro che condannano oggi i liberali “a essere lievito di torte fabbricate da altri cuochi.”


E se al vetusto confronto “destra-sinistra” si sostituisse quello tra “partiti del nord e partiti del sud”, innescando una sindrome “belga” (valloni versus fiamminghi), non si realizzerebbero le premesse per una grave crisi dell’unità nazionale che ci allontanerebbe sempre più dall’Europa avvicinandoci a regimi mediorientali?


Non è una lettura particolarmente originale, anche Luca Ricolfi paventa i pericoli di un confronto nord-sud (La Stampa del 19/07/09), ossia di un confronto tra la questione settentrionale e quella meridionale.


I liberali avrebbero, perciò, il ruolo dei riformatori portatori di una cultura politica che punta più sul come “controllare chi comanda” piuttosto che su chi debba comandare, e quindi più favorevole al clima di coesione sociale, presupposto essenziale per affrontare serenamente i problemi del nuovo millennio.


I novemilioni di cittadini che sono stati rivelati dal recente referendum elettorale è un target che sarebbe attento a questa nuova offerta politica. Ma anche i predetti liberali, prima indicati, potrebbero essere indotti a cambiare atteggiamento. Anche solo per interesse personale.


L’immobilismo merita una risposta liberale. (bl)

 


5 luglio 2009

Continuare, non desistere

L’AZIONE RAGIONEVOLE


La testata di questa newsletter ce lo ricorda di continuo. Per non mollare occorre agire. Abbiamo seguito il convegno organizzato dai radicali italiani a Chianciano, il loro comitato nazionale, l’assemblea al Lingotto di Torino dei giovani del PD, la presentazione della candidatura dell’on. Bersani quale antagonista dell’on Franceschini. Su quel fronte molti sono in attesa della candidatura di Ignazio Marino. Potrebbe essere la candidatura che apre le porte del partito Democratico alla società civile.


La questione non è se la “sinistra” debba risollevarsi dalle recenti sconfitte o se il “centrosinistra” và declinato con il trattino. La questione è individuare un progetto politico per i novemilioni e passa di cittadini a cui non va bene questo Parlamento di nominati ove si specchia il Regime.


La società civile deve dotarsi di un partito se vuole far sentire la sua voce? Oppure, deve utilizzare qualcosa di esistente?


Il passaggio preliminare è individuare il progetto politico. Chi scrive appartiene ad un microgruppo di liberali che sostiene, da anni, la necessità della Democrazia liberale quale alternativa alla democrazia partitocratica postfascista che impedisce alla società civile di diventare  protagonista. Le lobby e le corporazioni sono il potere costituito che si riflette nel regime esistente. Non c’è altro da fare. O si riesce a limitare la loro invadenza, che ha comportato una confusione tra i poteri, oppure il regime può diventare qualcosa ancora più tremendo di quello attuale.


Giovedì prossimo, a Roma, sono convocati dal prof. Guzzetta i referendari. Quanti di coloro che hanno sottoscritto l’appello per la democrazia Amerikana, comparso sul Corriere della Sera del 21 gennaio scorso, risponderanno all’invito? (bl)


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permalink | inviato da Venetoliberale il 5/7/2009 alle 19:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

5 luglio 2009

BIANCO, ROSSO, VERDE, AZZURRO…E TRICOLORE

ILVO DIAMANTI “MAPPE DELL’ITALIA POLITICA” Il Mulino, Bologna 2009


Non si tratta di un libro interamente nuovo. Si tratta di un vecchio studio di Diamanti – se può dirsi vecchio uno studio del 2003 – al quale è stato aggiunto un capitolo su quanto avvenuto in questo primo decennio del nuovo secolo.


Ilvo Diamanti, docente di scienza politica presso l’Università di Urbino da anni studia i rapporti tra territorio, partiti ed istituzioni in Italia, durante la repubblica postfascista. Cura una rubrica sul quotidiano “La Repubblica” proprio descrivendo le mappe dell’Italia politica.


Diamanti così conclude l’aggiornamento del suo studio. “La base elettorale della Lega e del Pdl…propone un riassunto fedele del consenso ottenuto dai partiti di governo durante la prima Repubblica…Il Pd …nonostante riunisca i principali eredi della tradizione comunista e democristiana, non riesce a staccarsi dal recinto della zona rossa, che continua a costituirne il baricentro. Da ciò l’importanza del territorio in politica. Dove si proiettano fratture inedite su una mappa peraltro segnata da confini noti. In particolare è come se il berlusconismo avesse rimpiazzato l’anticomunismo. Come se sulle macerie del muro di Berlino fosse sorto il muro di Arcore.… La geografia politica ed elettorale italiana si è cristallizzata. Congelata. Al tempo del bipartitismo imperfetto. Anche per questo, il bipartitismo italiano è ancora imperfetto.”


Con buona pace per chi, in occasione dei recenti referendum elettorali, si illudeva di sconfiggere il “bipartitismo coatto” con l’astensione, Diamanti conclude come Giorgio Galli negli anni ’60 del secolo scorso: il sistema politico è congelato al tempo del bipartitismo imperfetto. Pertanto il regime postfascista ha subito modifiche ma non si è mai giunti ad una nuova repubblica. Sostanzialmente le modifiche sono servite ad impedire la nascita di qualsiasi alternativa, normalizzando, di fatto, il regime.


I partiti presidenziali del Pdl e del Pd segnalano l’attuale fase politica che è denominata (da Diamanti, naturalmente) “la politica contro il territorio”, dopo le fasi della “politica nel territorio” (che ha caratterizzato il periodo del consolidamento del regime partitocratrico), di quella del “territorio contro la politica” (soprattutto nel momento dell’ascesa delle leghe e della Lega Nord) e della “politica senza territorio” (che ha visto il successo di Forza Italia). A mio avviso lo studio dell’attuale fase politica è la parte più interessante anche se non posso non segnalare una lacuna grave: la mancata attenzione al processo innescato dalla raccolta di firme per i referendum elettorali promossi dal comitato Guzzetta-Segni.


Giustamente Diamanti sottolinea le conseguenze della legge elettorale, definita ironicamente da Sartori “Porcellum”. Con il premio di maggioranza alla coalizione, si rimuove ogni conflitto di identità e di appartenenza partitica il che favorisce il centrodestra perché lì le divisioni partigiane, almeno a livello locale, sono più accentuate. Conseguentemente il voto identitario, trasferendosi anche sulla coalizione, non danneggia il centrodestra, mentre il centrosinistra, che gode di un voto più coalizionario che identitario, non viene favorito. Altro effetto di quella legge elettorale, secondo Diamanti, è il drastico ridimensionamento dei rapporti fra partiti, candidati e territorio. Mentre con il “mattarellum” il collegio uninominale – maggioritario “costringeva” i partiti ad individuare, generalmente, candidati ben visti sul territorio, con la nuova legge, basata su liste bloccate e con la possibilità delle candidature in più collegi, da parte dei notabili dei partiti, le segreterie ed i notabili acquistano un potere smisurato non solo nella designazione delle candidature ma anche nella scelta dei parlamentari (di qui la comune dizione dispregiativa di “parlamento di nominati”).


Conseguentemente la centralizzazione delle scelte politiche ha esaltato i dibattiti televisivi tra i leaders delle due coalizioni contrapposte riducendo la lotta politica, più che ad uno scontro bipartitico, ad uno scontro personale (Berlusconi contro Prodi, prima e contro Veltroni, poi). Questa legge ha, perciò, favorito il conflitto tra politica e territorio, considerando quest’ultimo non solo irrilevante, per le segreterie politiche nazionali, ma, talvolta, addirittura ostile. (En passant ricordo la polemica della capolistura di Berlinguer, nella circoscrizione del Nord-Est alle ultime elezioni europee, e il boom di preferenze, invece, ottenute da Deborah Serracchiani, quale apparente contestatrice del vertice del partito.) Di qui la denominazione di Diamanti dell’attuale fase politica della “politica contro il territorio”.


Dicevo che nel libro è stata trascurata l’incidenza del movimento referendario in questa fase politica. I quesiti referendari, tenendo conto della giurisprudenza della Corte Costituzionale, avevano l’obiettivo di evitare il trasferimento del voto identitario alla coalizione, facendo assegnare il premio di maggioranza solo alla lista dominante, e l’obiettivo di eliminare il potere, almeno dei notabili, non solo di designare le candidature ma anche di scegliere i parlamentari. L’iniziativa, perciò, mirava innanzi tutto a mitigare la posizione di sfavore di uno dei contendenti, riequilibrando lo scontro. Inoltre il possibile trasferimento del premio elettorale dalla coalizione alla lista predominante ha indotto la trasformazione della coalizione “Ulivo” nel Partito democratico. A propria volta, questo evento ha avuto come contraccolpo la costituzione del Popolo della libertà. Perciò, l’iniziativa del movimento referendario non ha avuto una incidenza da poco!


Il paradosso, però, è che gli eredi del radicamento territoriale (ex PCI ed ex DC), puntando sul marketing e sull’esposizione mediatica, per imitazione del berlusconismo, hanno attenuato il legame con il territorio, mentre gli eredi dei governativi dell’ultima fase della prima repubblica (ai quali vanno aggiunti gli eredi del MSI) hanno manifestato la capacità di rivitalizzare il tradizionale raccordo partitocratico con il territorio. La vittoria elettorale della coalizione Pdl-Lega (sia alle elezioni politiche dell’altro anno che alle recenti elezioni europee) prova, ancora una volta, l’importanza del territorio nella lotta politica.


Siamo, perciò, alla vigilia di un nuovo consolidamento del regime o di una sua trasformazione? Se prevarrà il tradizionale raccordo partitocratico con il territorio, avremo un nuovo consolidamento del regime. Se, invece, entreremo nella fase in cui il “territorio usa la politica” (ossia la società civile utilizza, come propri strumenti, i partiti), l’alternativa liberale al bipartitismo imperfetto del regime postfascista diventa possibile. Di qui il progetto della democrazia amerikana con le primarie, che affidano ai cittadini la scelta di ogni candidatura; con il collegio uninominale maggioritario, che crea un solido legame tra eletto ed elettore; con la scelta popolare del governo; con il bipartitismo, che porta chiarezza e stabilità; e con la separazione dei poteri e la reale autonomia delle diverse istituzioni. (bl)


INDICE: Introduzione – Premessa – I. Le dimensioni politiche del territorio – II. Il bianco e il rosso. La politica nel territorio – III. Il verde. Il territorio contro la politica – IV. L’azzurro. La politica senza territorio – V. L’Italia tricolore. La politica contro il territorio – Conclusioni – Riferimenti bibliografici.


5 luglio 2009

Bipartitismo imperfetto

“[…]La geografia politica ed elettorale italiana si è cristallizzata. Congelata. Al tempo del bipartitismo imperfetto. Anche per questo, il bipartitismo italiano è ancora imperfetto. […]”


(Cfr. ILVO DIAMANTI “MAPPE DELL’ITALIA POLITICA” Il Mulino, Bologna 2009, pag. 220)


5 luglio 2009

Dal muro di Berlino al muro di Arcore

“[…] La base elettorale della Lega e del Pdl…propone un riassunto fedele del consenso ottenuto dai partiti di governo durante la prima Repubblica…Il Pd …nonostante riunisca i principali eredi della tradizione comunista e democristiana, non riesce a staccarsi dal recinto della zona rossa, che continua a costituirne il baricentro. Da ciò l’importanza del territorio in politica. Dove si proiettano fratture inedite su una mappa peraltro segnata da confini noti. In particolare è come se il berlusconismo avesse rimpiazzato l’anticomunismo. Come se sulle macerie del muro di Berlino fosse sorto il muro di Arcore.[…]"


(Cfr. ILVO DIAMANTI “MAPPE DELL’ITALIA POLITICA” Il Mulino, Bologna 2009, pag. 229-230)



 

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