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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
1 dicembre 2011

Rivoluzione liberale

“[…] E’ doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco…Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare…che i tiranni siano tiranni, che reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamole frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 207-208)

 

“[…] Il presupposto di questo libro è che l’Italia riesca a trovare in sé la forza per superare la sua crisi e riprendere quella volontà di vita europea che parve annunciarsi, almeno in certi episodi, col Risorgimento.[…]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 203)

 

“[…] Offro un libro di teoria liberale, pensato e scritto secondo un piano organico, che, mentre appare come una storia degli uomini e delle idee di questi anni vorrebbe pur significare un programma positivo e un’indicazione di metodi di studi e d’azione.[…]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 221)

 

“[…] Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un’opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 13)

 

“[…] La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberalismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l’azione storica dei ceti che vi sono interessati. In Italia, dove le condizioni sia economiche che politiche sono singolarmente immature, le classi e gli uomini interessati a una pratica liberale devono accontentarsi di essere una minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un’opposizione organizzata e combattiva. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 71)

 

“[…] Se dalla negazione fascista il liberalismo fosse tratto a ridiscutere i suoi principi, a difendere i propri metodi e le proprie istituzioni, a rinnovare quella passione per la libertà da cui nacque primamente, forse l’avvenire politico del nostro popolo si potrebbe guardare con animo più sicuro. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 76)

 

“[…] Gaetano Salvemini e Luigi Sturzo sono riusciti a promuovere in Italia il più recente esperimento di illuminismo politico offrendo il metodo e alcuni esempi di problemismo pratico. […] Se la metodologia liberale è la più ripugnante ai dogmi e alle semplificazioni astratte, alle cieche fiducie e alla sicumera dei progettismi, la conoscenza dei problemi pratici si presenta per il politico come una forma e un indice di liberalismo: è un modo di aderire alle sfumature e di prolungare l’osservazione una delle vie per cui si prova l’ascesi del politico.[…] La virtù del dubbio e della sospensione del giudizio, la capacità di dar ragione all’avversario è la miglior preparazione all’intransigenza e all’intolleranza operosa. […] Il liberalismo sdegna la politica dei competenti (degli interessati) perché ha elaborato un concetto della politica come disinteresse dell’uomo di governo di fronte al popolo interessato, e perché ha offerto durante il corso storico alcuni modelli assai evidenti della competenza che deve ritrovarsi nell’uomo di Stato (Cavour). […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 165-166)

 

“[…] Chi sa combattere è degno di libertà […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 171)

 

“[…] I rapporti tra Stato e Chiesa …si potranno migliorare solo se si manterrà costante la pregiudizialità cavouriana della laicità. Si tratta di liquidare lentamente e insensibilmente gli ultimi residui di clericalismo, se non si vuole veder rinascere con singolare asprezza la lotta anticlericale. Questo programma in Italia è stato rappresentato da Luigi Sturzo, il solo che avrebbe saputo, liquidando il clericalismo con il consenso dei cattolici, evitare una reazione cruenta. L’accordo di Mussolini col Vaticano contro Sturzo segna certo il ritorno di politiche più avventurose e compromettenti ma non è ancora lecito dire quale dei tre malanni (neoguelfismo, clericalismo o anticlericalismo) ci attende in questa parentesi di politica illiberale. […]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 174 - 175)

 

“[…] In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe della vita statale: la garanzia del controllo parlamentare sulle imposte non era una esigenza, ma una formalità giuridica; il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta.

Il Parlamento italiano…esercita il controllo finanziario come esercita ogni altra funzione politica. E’ demagogico, parlamentaristico sin dal suo nascere perché è nato dalla retorica, dall’inesperienza, dal mimetismo…Una rivoluzione di contribuenti in Italia …non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti…Il popolo …doveva essere educato al parassitismo.[…]”

 (cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pagg. 183-184)

 

“[…] Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione.[…]”

 

(cfr. PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 206)


1 dicembre 2011

UNA PASSIONE LIBERTARIA

PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

C’è un articolo, pubblicato sul settimanale “La Rivoluzione liberale” nel novembre del 1922 (ossia appena insediatosi il ministero Mussolini, succedutosi al giolittiano Facta), che fotografa la capacità di leggere gli avvenimenti da parte del ventunenne Piero Gobetti (1901 – 1925). L’articolo è intitolato “Elogio della ghigliottina”. Scriveva il giovane torinese: “E’ doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco…Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare…che i tiranni siano tiranni, che reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro.”

Anche questo articolo è contenuto in questo libro che porta il titolo della la rivista e che aveva come sotto titolo “Saggio sulla lotta politica in Italia”.

Fu l’editore Cappelli che pubblicò nell’aprile del 1924 il libro del liberale piemontese nella collana diretta da Rodolfo Mondolfo. A dir la verità Gobetti voleva raccogliere i suoi articoli come aveva fatto Luigi Einaudi con “Gli ideali di un economista” pubblicato da “La Voce”, ma Mondolfo consigliò il giovane piemontese di utilizzare alcuni articoli ritoccandoli e raccogliendoli con una struttura più idonea ad un testo di teoria politica.

Si legge nella nota conclusiva: “Offro un libro di teoria liberale, pensato e scritto secondo un piano organico, che, mentre appare come una storia degli uomini e delle idee di questi anni vorrebbe pur significare un programma positivo e un’indicazione di metodi di studi e d’azione”.

L’edizione offerta unitamente al settimanale del Corriere della Sera porta sulla copertina questa dicitura: “Il presupposto di questo libro è che l’Italia riesca a trovare in sé la forza per superare la sua crisi e riprendere quella volontà di vita europea che parve annunciarsi, almeno in certi episodi, col Risorgimento.” Questa frase sembra scritta per la nostra attualità.

Il libro è strutturato in quattro parti ed ha una introduzione particolarmente affascinante per i giovani (almeno lo fu per me, diciottenne). “Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un’opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri.”

Nella prima parte si esaminano le eredità del Risorgimento. Il Risorgimento, per Gobetti fu una Rivoluzione liberale incompiuta. Lo constata, nella seconda parte, esaminando i vari soggetti politici protagonisti della lotta politica in Italia tra il 1919 e il 1922, un periodo storico cruciale che tanto ha influenzato la vita politica del nostro paese. Innanzi tutto esamina le forze liberali che non avevano saputo opporsi decentemente all’avvento del governo Mussolini. Non l’avevano fatto perché non erano state capaci di modernizzarsi. Scrive Gobetti: “La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberalismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l’azione storica dei ceti che vi sono interessati. In Italia, dove le condizioni sia economiche che politiche sono singolarmente immature, le classi e gli uomini interessati a una pratica liberale devono accontentarsi di essere una minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un’opposizione organizzata e combattiva…Se dalla negazione fascista il liberalismo fosse tratto a ridiscutere i suoi principi, a difendere i propri metodi e le proprie istituzioni, a rinnovare quella passione per la libertà da cui nacque primamente, forse l’avvenire politico del nostro popolo si potrebbe guardare con animo più sicuro”

La terza parte propone un esame delle varie questioni politiche che i liberali avrebbero dovuto sottoporre alla propria attenzione se volevano ritornare ad essere protagonisti della lotta politica.

Gaetano Salvemini e Luigi Sturzo sono riusciti a promuovere in Italia il più recente esperimento di illuminismo politico offrendo il metodo e alcuni esempi di problemismo pratico… Se la metodologia liberale è la più ripugnante ai dogmi e alle semplificazioni astratte, alle cieche fiducie e alla sicumera dei progettismi, la conoscenza dei problemi pratici si presenta per il politico come una forma e un indice di liberalismo: è un modo di aderire alle sfumature e di prolungare l’osservazione una delle vie per cui si prova l’ascesi del politico… La virtù del dubbio e della sospensione del giudizio, la capacità di dar ragione all’avversario è la miglior preparazione all’intransigenza e all’intolleranza operosa … Il liberalismo sdegna la politica dei competenti (degli interessati) perché ha elaborato un concetto della politica come disinteresse dell’uomo di governo di fronte al popolo interessato, e perché ha offerto durante il corso storico alcuni modelli assai evidenti della competenza che deve ritrovarsi nell’uomo di Stato (Cavour)… Chi sa combattere è degno di libertà”

La questione liberale non può non intrecciarsi con la “questione romana”. Scriveva: “I rapporti tra Stato e Chiesa …si potranno migliorare solo se si manterrà costante la pregiudizialità cavouriana della laicità. Si tratta di liquidare lentamente e insensibilmente gli ultimi residui di clericalismo, se non si vuole veder rinascere con singolare asprezza la lotta anticlericale. Questo programma in Italia è stato rappresentato da Luigi Sturzo, il solo che avrebbe saputo, liquidando il clericalismo con il consenso dei cattolici, evitare una reazione cruenta. L’accordo di Mussolini col Vaticano contro Sturzo segna certo il ritorno di politiche più avventurose e compromettenti ma non è ancora lecito dire quale dei tre malanni (neoguelfismo, clericalismo o anticlericalismo) ci attende in questa parentesi di politica illiberale.”

Altrettanto fondamentale per la questione liberale sono i problemi fiscali. Gobetti afferma: “In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe della vita statale: la garanzia del controllo parlamentare sulle imposte non era una esigenza, ma una formalità giuridica; il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta.

Il Parlamento italiano…esercita il controllo finanziario come esercita ogni altra funzione politica. E’ demagogico, parlamentaristico sin dal suo nascere perché è nato dalla retorica, dall’inesperienza, dal mimetismo…Una rivoluzione di contribuenti in Italia …non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti…Il popolo …doveva essere educato al parassitismo.”

L’ultima parte contiene l’esame del nuovo governo che, con preveggenza, indica l’inizio di una nuova era anche se la considera una “parentesi”.

“Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione.”

In conclusione, come sottolineava Norberto Bobbio “per Gobetti …ogni rivoluzione è liberale in quanto liberatrice. Una rivoluzione non liberale non è rivoluzione, ma reazione, controriforma, controrivoluzione.” Questa intransigente passione libertaria mi coinvolge ancora. (bl)

INDICE:Prefazione di Antonio Carioti – Introduzione – LIBRO PRIMO. L’EREDITA’ DEL RISORGIMENTO: Problemi di libertà – Diplomazia e dilettantismo – Maturità piemontese – Neoguelfismo – Critica repubblicana – Rivoluzione liberale – Socialismo di Stato – Una rivoluzione mancata – Liberismo e operai – LIBRO SECONDO. LA LOTTA POLITICA IN ITALIA: I. Liberali e democratici – II. I popolari – III. I socialisti – IV. I comunisti – V. I nazionalisti – VI. I Repubblicani – LIBRO TERZO. CRITICA LIBERALE: I. Problemismo – II. La lotta di classe e la borghesia – III. Politica ecclesiastica – IV. La proporzionale – V. La rivolta dei contribuenti – VI. Politica estera – VII. Il problema della scuola – LIBRO QUARTO. IL FASCISMO: Le ragioni dell’opposizione – Elogio della ghigliottina – La capitis deminutio delle teorie – Mussolini – Nota – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


12 aprile 2008

La rivoluzione

“[…]Una nazione stanca per troppo lunghi dibattiti, consente volentieri ad essere ingannata, purché le sia concesso il riposo; e la storia ci insegna che basta, in simili casi, per far contento un paese, raccogliere un certo numero di uomini dappoco e servili, e far loro recitare la parte di un’assemblea politica, mediante salario. Se n’ebbero esempii non pochi. Ma, agli inizi d’una rivoluzione, siffatte imprese falliscono sempre, ed anzi valgono ad eccitare il popolo, senza contentarlo.[…]”

(cfr. ALEXIS DE TOCQUEVILLE “L'ANTICO REGIME E LA RIVOLUZIONEUTET, Torino 1958, traduzione di Michele Lessona pag. 181)


11 aprile 2008

La rivoluzione democratica in Francia

ALEXIS DE TOCQUEVILLE “L'ANTICO REGIME E LA RIVOLUZIONE UTET, Torino 1958, traduzione di Michele Lessona

“[…] Il popolo, che non si lascia infinocchiare così facilmente come lo si crede da vane sembianze di libertà, smette allora ovunque d’interessarsi alla cosa pubblica, e vive murato nelle sue case, come straniero. Invano i suoi magistrati tentano, di quando in quando, di risvegliare in lui quel civismo che ha dato nel medioevo così magnifiche prove di sé: egli rimane sordo. I più vitali interessi della città sembrano non riguardarlo. Si vorrebbe che andasse a votare, colà dove si è creduto dover conservare la vana parvenza d’un libero diritto elettorale: egli s’ostina ad astenersi. Nulla di più frequente, nella storia, che un simile spettacolo. Quasi tutti i principi che hanno distrutto la libertà si sono sforzati, sulle prime, di salvarne le forme: ciò si è veduto da Augusto ai nostri giorni; essi con ciò si lusingano di unire alla forza morale, che sempre sorge dal generale consenso, le agevolezze che soltanto il potere assoluto può dare. A quasi tutti è fallita l’impresa; essi tosto dovettero accorgersi ch’era impossibile serbare a lungo quelle fallaci apparenze, là dove la realtà era venuta meno. […]”

Forse è la riflessione che più mi affascina. I disperati tentativi, di chi vuol impedire ad ogni costo qualsiasi cambiamento, nonostante l’ineluttabilità degli eventi, alle volte riescono, forse anche molte volte ma non tutte le volte. Prima o poi coloro che sono senza potere reagiscono. Quando i conservatori non si accorgono che la rivoluzione sta per travolgerli, in quanto non sono avvertiti dai segnali che provengono da una chiara lotta politica, perché i cittadini sono spogliati del potere decisionale, è difficile impedire il cambiamento. Dice Tocqueville “[…]Le libere istituzioni non son meno necessarie alle classi eminenti per apprendere a queste i pericoli che le minacciano, di quanto non siano agli infimi per assicurare i loro diritti. Quando già da oltre un secolo le ultime tracce di vita pubblica erano in Francia scomparse, gli uomini più direttamente interessati al mantenimento dell'antica costituzione non erano stati messi in guardia contro lo sgretolamento del vecchio edificio da nessun urto o rumore. Poiché nulla era esteriormente mutato, essi credevano che tutto fosse rimasto precisamente allo stesso punto. Il loro angolo visuale era rimasto quello stesso dei loro padri. […]”.

Ho riportato le frasi del libro di Tocqueville nella traduzione di Michele Lesiona (1947 ed. 1958) perché hanno un sapore di antico pur essendo di una attualità sconcertante, il che aumenta il fascino del liberale normanno.

Nella Francia di Tocqueville non è semplice da distinguere la continuità e la frattura con il passato, così come non è semplice da distinguerle nella Italia contemporanea. La repubblica postfascista è stata troppo “continuista” con il regime fascista, nonostante la retorica resistenziale. Il fascismo è stato un regime antiliberale, dirigista ed autoritario. Altrettanto antiliberale, dirigista ed autoritaria è stata la repubblica postfascista. L’on. Amato, da presidente del consiglio, affermò (1993) che il nuovo regime si distingueva dal vecchio regime perché coniugava al plurale quello che era declinato al singolare. Ossia dal PNF si era passati all’oligarchia di vari partiti.

I cambiamenti possono essere evitati alle volte, anche molte volte ma non tutte le volte. Siamo alla vigilia di un cambiamento che i conservatori non riusciranno ad evitare? (bl)

INDICE: Introduzione – Premessa – LIBRO I – Cap. I. Giudizii contraddittorii dati sulla Rivoluzione al suo nascimento – Cap. II. Oggetto fondamentale e finale della Rivoluzione non era, come già fu creduto, la distruzione del potere religioso e l’indebolimento del potere politico – Cap. III. Perché la Rivoluzione, che fu una rivoluzione politica, procedette al modo delle rivoluzioni religiose – Cap. IV. Come quasi tutta l’Europa avesse le identiche istituzioni e come queste cadessero in rovina dovunque – Cap. V. Quale fu l’opera della Rivoluzione Francese – LIBRO II – Cap. I. Perché i diritti feudali erano divenuti odiosi al popolo in Francia più che dovunque altrove – Cap. II. L’accentramento amministrativo è opera dell’antico regime, e non della Rivoluzione e dell’Impero, come si afferma – Cap. III. Ciò che oggi è chiamata “tutela amministrativa” è un’istituzione dell’antico regime – Cap. IV. La giustizia amministrativa e la garanzia dei funzionari sono istituti dell’antico regime – Cap. V. Come l’accentramento erasi potuto così introdurre fra gli antichi poteri e soppiantarli senza distruggerli – Cap. VI. Costumi amministrativi dell’antico regime – Cap. VII. Di tutti i paesi d’Europa già la Francia era quella in cui la capitale aveva acquisito il massimo di preponderanza sulle provincie e meglio assorbito tutto il resto del regno – Cap. VIII. Come la Francia fosse il paese dove gli uomini erano divenuti più simili fra loro – Cap. IX. Come quegli uomini così simili fossero separati più che mai prima d’allora in piccoli gruppi estranei e indifferenti gli uni verso gli altri – Cap. X. Come la distruzione delle libertà politiche e la separazione delle classi furono cause quasi totali della caduta dell’antico regime – Cap. XI. Qual era la libertà esistente sotto l’antico regime e quale fu la sua influenza sulla rivoluzione – Cap. XII. Come la condizione del contadino francese malgrado il progresso della civiltà fosse talora peggiore nel secolo XVIII di quanto non fosse stata nel XIII – LIBRO TERZO – Cap. I. Come, verso la metà del secolo XVIII, gli scrittori divennero i più eminenti uomini politici della nazione, e con quali risultati per il paese – Cap. II. Come il furore antireligioso poté farsi generale e dominante tra i francesi del secolo XVIII e quale impronta ne subì l’indole della Rivoluzione – Cap. III. Come i Francesi vollero riforme prima che libertà – Cap. IV. Come il regno di Luigi XVI sia stato il periodo più prospero dell’antica monarchia, e come anche tale prosperità abbia affrettato la Rivoluzione – Cap. V. Come, volendo alleviare le condizioni del popolo, lo si incitò alla rivolta – Cap. VI. Di alcuni procedimenti coi quali il governo compì l’educazione rivoluzionaria del popolo – Cap. VII. Come una grande rivoluzione amministrativa precedette la rivoluzione politica. Conseguenze di questo fatto – Cap. VIII. Come la Rivoluzione spontaneamente si originò dai fatti sin qui descritti.



 

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