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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
12 maggio 2012

Lettera sull'astensionismo elettorale

Cari amici e caricompagni,

il consenso deisudditi è indispensabile per il mantenimento anche di un regime antidemocraticoe illiberale. La sottrazione del consenso, alla fine del secolo scorso, daparte dei sudditi dell’URSS, ha avuto come conseguenza il crollo del regimecomunista.

Perciò il consenso èindispensabile per la sussistenza di qualsiasi regime politico, figuriamoci perun regime che si dichiara democratico anche se sostanzialmente antiliberale.

Il dato piùsignificativo delle elezioni amministrative svoltesi domenica e lunedì 6 e 7maggio è il numero di elettori che si è astenuto, non recandosi a votare. Unosu tre ha rifiutato l’offerta proposta dal sistema politico, non inserendo lascheda nell’urna. A parte il fatto che è un diritto andare a votare e quindi siha il diritto anche di non votare, in Italia, ove vige una normativa che imponeil “dovere morale” di esprimere la propria volontà solo inserendo la schedaelettorale nell’urna, il dato dell’astensione è quello che misura lo stato disalute del regime. L’alto tasso di astensione significa che sempre piùcittadini sottraggono il loro consenso al regime.

Non ci uniamo alcoro di coloro che vedono nel successo dei “grillini” il sintomo della crisidel regime: il voto alle liste dei “grillini” è stato di quanti, insoddisfattidei partiti tradizionali, hanno voluto esprimere un voto di protesta. Un po’come hanno fatto molti in passato sostenendo la Lega, la Rete o Italia deiValori. Visto come si sono ridotti - il loro antagonismo si è ridotto ad unsostanziale consenso al regime (ad esempio il successo del sindaco leghistaTosi a Verona e il successo di Leoluca Orlando ex La Rete ed oggi IdV aPalermo) – il voto ai “grillini” è un consenso al regime (anche se manifesta undissenso sterile sia nei confronti della maggioranza governativa e sia neiconfronti delle opposizioni parlamentari rappresentate da Lega e IdV). Inrealtà a quarant’anni di regime senza Grillo potrebbero succedere altriquarant’anni di regime con Beppe Grillo e i suoi amici. Il che significa chetutto potrebbe sembrare che cambi ma in realtà non cambierebbe nulla. Non siparla di terza repubblica quando ad agonizzare è ancora la prima repubblica,quella postfascista?

Perciò l’astensioneè il segnale più importante della crisi del regime.

Che l’astensione siail segnale più importante è provato, ulteriormente, dal tentativo diminimizzare questo fenomeno, da parte della stampa di regime, esaltando, almedesimo tempo, il “boom” di Beppe Grillo. Ci mancava anche l’infelice battutadel Presidente Napolitano (“l’unico boom che ho visto è stato quello economiconegli anni sessanta”) che ha permesso a Beppe Grillo di replicare e avere unulteriore pubblicità gratuita (non del tutto disinteressata da parte delregime).

Dovremmo esseresoddisfatti. E’ un decennio che predichiamo la necessità di sottrarre ilconsenso al regime con l’astensione quale premessa indispensabile ad unapossibile rivoluzione liberale. Questa Italia così com’è non ci piace, si èdetto ripetendo la dichiarazione di Giovanni Amendola nei confrontidell’italietta giolittiana che avrebbe prodotto il regime fascista!

No, non siamoaffatto soddisfatti, anzi siamo preoccupati perché vediamo dei segnalipreoccupanti da parte dell’establishment, che sembra deciso a scegliere uncampo di lotta per difendere lo status quo. Ricordiamoci che la “forza -violenza legale” è monopolio dello stato. La rivendicazione di terroristidell’attentato al dirigente dell’Ansaldo e le manifestazioni popolari neiconfronti di Equitalia sono pessimi segnali della rottura dell’ordine pubblico.Erano inaspettati? Ma se i governanti hanno pubblicamente dichiarato cheprevedono forti scontri sociali? Ma cosa hanno fatto per prevenirli? Cosasignifica far tirare la cinghia ai contribuenti e non stringerla per lo statose non contribuire a farli scoppiare?

Questa Italiapartitocratica potrebbe produrre un nuovo fascismo. E’ l’autobiografia dellanazione di gobettiana memoria che ci preoccupa.

L’intransigenza deveessere associata alla ragionevolezza, alla prudenza e alla saggezza, perciò nonsi può auspicare la crisi del governo Monti perché conseguirebbe loscioglimento anticipato delle camere il che aggraverebbe ulteriormente sia lacrisi politica che la crisi economica in un vuoto di alternativa riformatrice.E in politica i vuoti non sono tollerabili, per cui sarebbero riempiti daavventuristi più congeniali alla tradizionale storia italiana antiliberale.

Occorre un soggettoriformatore di liberali e democratici che sappia interpretare il dissenso. Manon basta aggregare persone più o meno disinteressate che vogliono impedire dicadere dalla padella partitocratica nella brace di un nuovo fascismo. Occorreavere un programma politico, perciò insistiamo sulla proposta originariasostenuta anche dalla microassociazione Veneto liberale: a) l’alternativapresidenzialista, federalista, maggioritaria, anglosassone, b) lotte liberisteper la liberazione del lavoro e dell’impresa, c) lotte antiproibizioniste nonsolo sulla droga, ma anche sulla libertà terapeutica e di ricerca scientifica.

Naturalmente occorretempo: il tempo a nostra disposizione è teoricamente di dodici mesi. Non so sesarà sufficiente, ma occorrerà fare qualcosa. Dovremmo ridar voce a qualchenucleo liberale. Sarà flebile ma potrebbe unirsi ad altre voci affinché inautunno possa essere ascoltato un coro riformatore. (bl)


16 gennaio 2012

Lettera su due "no"

Cari amici e cari compagni,

i due no del 12 gennaio scorso, quello della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei referendum sulla legge cosiddetta “porcellum” e quello del Parlamento sulla insussistenza del “fumus persecutionis” nei confronti di un parlamentare, meritano una particolare attenzione.

Comincerò dal primo “no”.

La legge n. 352 del 25 maggio 1970 attuativa dell’istituto referendario previsto dalla nostra Costituzione così recita all’art. 33:

“Il presidente della Corte costituzionale, ricevuta comunicazione dell'ordinanza dell'Ufficio centrale che dichiara la legittimità di una o più richieste di referendum, fissa il giorno della deliberazione in camera di consiglio non oltre il 20 gennaio dell'anno successivo a quello in cui la predetta ordinanza è stata pronunciata, e nomina il giudice relatore.

Della fissazione del giorno della deliberazione è data comunicazione di ufficio ai delegati o presentatori e al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Non oltre tre giorni prima della data fissata per la deliberazione, i delegati e i presentatori e il Governo possono depositare alla Corte memorie sulla legittimità costituzionale delle richieste di referendum.

La Corte costituzionale, a norma dell'articolo 2 della legge costituzionale 11 marzo 1953, n. 1, decide con sentenza da pubblicarsi entro il 10 febbraio, quali tra le richieste siano ammesse e quali respinte, perché contrarie al disposto del secondo comma dell'articolo 75 della Costituzione.

Della sentenza è data di ufficio comunicazione al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle due Camere, al Presidente del Consiglio dei Ministri, all'Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di cassazione, nonché ai delegati o ai presentatori, entro cinque giorni dalla pubblicazione della sentenza stessa. Entro lo stesso termine il dispositivo della sentenza è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.”

Quindi in base alla normativa vigente nessuna interferenza dovrebbe sussistere tra la richiesta di abrogazione della normativa ritenuta inopportuna e la decisione di ammissibilità dei quesiti referendari. Infatti il dato numerico (nel caso di specie ben un milione e duecentomila elettori) incide sul giudizio di legittimità e non sul successivo e conseguente giudizio di ammissibilità. In questo caso saranno altri i criteri che guidano il giudizio. Saranno i criteri stabiliti dalle norme costituzionali e/o da altre leggi o prassi. Innanzi tutto dovranno verificare se le norme in questione riguardano materie sottratte alla procedura referendaria. Verificato che non era così si è proceduto a verificare se ostassero all’ammissibilità altre leggi o la prassi. Dato che l’obiettivo esplicitato nel quesito era l’abrogazione della legge elettorale detta “porcellum” per far tornare in vita (la cosiddetta “reviviscenza”) il “mattarellum” i giudici della Consulta hanno dovuto dichiarare l’inammissibilità perché la “reviviscenza” non è prevista in caso di referendum abrogativo e il “vuoto” legislativo in tema elettorale non è mai stato ammesso. Quindi nessun attentato ai diritti costituzionali e perciò bisogna considerare altamente irresponsabile l’appello eversivo di Di Pietro e dell’IdV volto a sollevare la piazza contro le istituzioni. Dispiace per la delusione degli oltre un milione e duecentomila elettori ma la responsabilità è ascrivibile tutta intera ai promotori del referendum: Di Pietro, Vendola e (purtroppo) Parisi.

Per quanto riguarda l’altro “no” del 12 dicembre quello del Parlamento che ha dichiarato la “ipotizzabilità in astratto di un particolare accanimento” nei confronti di un membro del Parlamento si basa su una prerogativa costituzionale. Ossia l’autonomia dei parlamentari nei confronti della magistratura. Si tratta della separazione dei poteri insegnataci da Montesquieu!

L’art. 68 della Costituzione oggi in vigore così recita:

“[I] I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni .

[II] Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza.

[III] Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri delParlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.”

Vorrei ricordare che detto articolo è stato così sostituito dall'art. 1 l. cost. 29 ottobre 1993, n. 3. Il testo originario recitava:

“[I]. I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. [II]. Senza autorizzazione della camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell'atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l'ordine di cattura. [III]. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione una membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile.”

Quindi il Parlamento non ha né più né meno rispettato la Costituzione repubblicana. Per carità è opinabile che il Parlamento abbia ipotizzato in astratto un particolare accanimento nei confronti di un membro del Parlamento, (ossia il fumus persecutionis) ma la decisione è tutt’altro che sovversiva.

Dal punto di vista politico c’è da dire che i due “no” hanno tolto due spine allo spinoso percorso del governo Monti. Non per niente le forze politiche ostili al governo Monti ne hanno subito le conseguenze: Di Pietro svelando il proprio volto eversivo e la Lega dilaniandosi per non aver raggiunto l’obiettivo di indurre il Pdl a far cadere il governo Monti. Ricordiamoci che entrambe le forze dell’opposizione sono le uniche che puntano irresponsabilmente alle elezioni anticipate.

Concludendo: il governo Monti è sorretto da una grande maggioranza che costituisce il superamento della contrapposizione antiberlusconiani/berlusconiani e i due no rafforzano il nuovo corso politico. (bl)


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14 novembre 2011

Lettera sulla caduta di Berlusconi

Cari amici e cari compagni,

Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni del suo quarto governo nelle mani del Presidente della Repubblica. Così facendo ha aperto la strada al conferimento dell’incarico a Mario Monti, ritenuto da molti la “riserva della Repubblica”.

Silvio Berlusconi non aveva il dovere di dimettersi perché il Parlamento non lo aveva sfiduciato. Solo in questo caso la Costituzione impone le dimissioni perché, formalmente, il nostro regime è una democrazia parlamentare. Però Berlusconi, pur godendo di un’ampia maggioranza al Senato, alla Camera aveva solo la maggioranza relativa e non quella assoluta; e un governo non può fare affidamento su di una tale maggioranza per affrontare la sfida che la finanza internazionale stava portando al debito sovrano.

A me Berlusconi non piace perché la promessa di rivoluzione liberale non l’ha mantenuta, perché ha utilizzato il potere politico per difendersi dalle sue disavventure giudiziarie, perché non ha fatto nulla per offrire una immagine integerrima della sua vita privata, perché è l’esponente più significativo del conflitto tra l’interesse privato e l’interesse pubblico.

Stavolta devo, però, riconoscergli il merito di aver scelto di farsi da parte per permettere il tentativo di una diversa difesa degli interessi nazionali.

Alcuni diranno che lo ha fatto perché costretto dallo spread dei Buoni del Tesoro italiani e dei Bund tedeschi. In una democrazia parlamentare è il Parlamento che manda a casa i governi e non certamente la finanza internazionale. Affermare che è stato sfiduciato dallo “spread” significa dargli ragione sull’esistenza di un complotto finanziario ai suoi danni. Personalmente non credo nell’esistenza di complotti, credo che il notevole debito pubblico, accumulato dal nostro paese in un lasso di tempo molto più lungo della presenza di Berlusconi al governo, ha esposto il nostro paese alla sfida della finanza internazionale.

La caduta di Berlusconi ha degli aspetti, diciamo, “sui generis”. Lo aveva notato Michele Ainis. C’è stato un preannuncio di dimissioni (o pre-dimissioni) per permettere al Presidente della Repubblica di effettuare delle pre-consultazioni e ventilare un pre-pre-incarico e si è lanciato un pre-toto-ministri. Inoltre è stata approvata una finanziaria che non sarà attuata dal governo che l’ha predisposta.

Questi aspetti provano la drammaticità della situazione che stiamo attraversando. La gazzarra scoppiata in piazza la sera del 12 novembre contraddice la serietà del momento.

Alcuni contestatori di fronte al Quirinale hanno intonato, l’altra sera, cori, insulti e lanciato monetine nei confronti del Presidente del Consiglio dimissionando.

Da una parte i tifosi del “meno male che Silvio c’è” e dall’altra i tifosi “Ho un sogno nel cuore/Berlusconi a San Vittore” sono gli effetti di un bipolarismo fondato sul berlusconismo/antiberlusconismo. Non è stato un bello spettacolo! E’ vero i deputati del centrodestra dettero uno spettacolo squallido quando Prodi venne sfiduciato in Parlamento: per festeggiare furono offerti mortadella e spumante! Ma bastano questi episodi per buttare a mare il bipolarismo? E’ necessario, perciò, tornare al sistema elettorale proporzionale con liste plurinominali e voto di preferenza? I nostalgici tenteranno questa operazione, perciò occorre vigilare.

Giovanni Sabbatucci, in un buon libro di qualche anno fa “Il trasformismo come sistema”, scriveva: “Non si può escludere che il ritorno alle regole della Prima Repubblica possa portare a una nuova pietrificazione degli equilibri di governo, cancellando quei caratteri di mobilità delle scelte elettorali e di reale competività del confronto politico che costituiscono…il principale dato positivo della stagione iniziata negli anni ’90. Gli elettori italiani…si sono abituati a partecipare a una gara autentica, in cui si decidono davvero – e si conoscono subito dopo la chiusura delle urne – il colore del governo e il nome del suo leader. Non credo che rinuncerebbero volentieri a questo privilegio, tipico delle democrazie”.

La caduta di Berlusconi potrebbe essere anche conseguenza del risveglio politico di alcuni settori cattolici che ritengono non più utilizzabile l’uomo di Arcore. (Che abbia avuto un ruolo la finanza vaticana?) Il convegno di Todi di qualche settimana fa, le esternazioni di Bagnasco e di Benedetto XVI segnalano un fermento che non lascia indifferente il centrosinistra. La professione di cattolicità di Mario Monti è nota, di qui l’attenzione dei postdemocristiani e dei postcomunisti del PD nostalgici del compromesso storico di memoria berlingueriana.

Ma, mi chiedo, i cattolici possono dar vita solo ad una nuova DC? Oppure possono contribuire a dare energia ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? La storia non si ripete mai allo stesso modo. I cattolici non hanno contribuito molto al nostro Risorgimento, non fornendo utili energie alle forze liberali. Nei primi anni del secolo XX hanno strumentalizzato il notabilato liberale per tentare di impossessarsi del potere ma si sono ritrovati il fascismo, con il quale sono scesi a patti. Grazie anche a quanto avevano acquisito accordandosi con il fascismo sono riusciti a dar vita, nella seconda metà del secolo scorso, al partito democratico cristiano che è stato egemone almeno sino al 1992. In questo ultimo ventennio i cattolici hanno rinunziato al partito unico pensando di poter influenzare, infiltrandosi, sia il centrodestra che il centrosinistra. Ora i cattolici sembrano insoddisfatti del ruolo che stanno svolgendo. Se i cattolici, correggendo l’errore del Risorgimento, si proponessero di offrire energie ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? Mario Monti potrebbe costituire la transizione verso una democrazia liberale?

Comunque, non dimentichiamoci che il tentativo di Mario Monti ha l’obiettivo di riagganciare l’Italia all’Unione europea, o meglio a renderla protagonista e non più solo spettatrice. L’obiettivo è ambizioso e, per noi italiani, è essenziale. Però un governo senza la presenza di politici sembra un governo “anticasta” che dovrebbe essere sostenuto dalla “casta”: lasciare che Monti mendichi la fiducia dal Parlamento non mi pare che sia una buona idea! Pertanto hanno ragione da vendere coloro che sostengono la necessità che i politici “mettano la loro faccia” in questa avventura.

Se il tentativo di Monti (e di Napolitano) dovesse fallire le elezioni anticipate (con il “porcellum”) diventerebbero obbligate e il “si salvi chi può” potrebbe concretizzarsi. (bl)


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29 ottobre 2011

Lettera sulle prediche inascoltate

Cari amici e cari compagni,

il 30 ottobre ricorre il 50° anniversario della morte di Luigi Einaudi e, tra le iniziative organizzate, segnalo quella del giorno 31 ottobre a Castelfranco Veneto (Tv) dalle ore 20,45, al Teatro Accademico. L’iniziativa ha per titolo “Prediche inutili ma ancora attuali: quali eredità e quali prospettive a cinquant’anni dalla scomparsa di Luigi Einaudi”. Ne parleranno il prof. Carlo Pelanda e il prof. Mario Bertolissi. Il merito dell’organizzazione va all’assessore alla cultura del Comune di Castelfranco Veneto, dott. Giancarlo Saran e alla fondazione “Luigi Einaudi”, come si legge nel volantino di presentazione dell’iniziativa.

“Prediche inutili” è il fortunato libro pubblicato nel 1959: Einaudi le riteneva inutili perché dimenticate o, piuttosto, inascoltate?

Paolo Silvestri in un buon libro scrive “L’attualità di Einaudi risiede … nella circostanza che il suo pensiero non si riduce ai suoi testi, non costituisce un sistema … chiuso e perfetto. Del resto, è proprio il suo atteggiamento di radicale apertura all’‘esperienza’ e al ‘nuovo’ ad impedirgli una siffatta chiusura. Parafrasando un celebre passo di Musil, potremmo dire che in Einaudi lo spiccato ‘senso della realtà’ si coniughi con un non meno radicale ‘senso della possibilità’”

Una predica riguarda la necessità di avere dei buoni governanti per avere delle buone leggi. E le leggi saranno buone se risponderanno all’esigenza del perseguimento del bene comune. E questo obiettivo è ragionevolmente raggiungibile se i governanti avranno degli ideali.

“Non si governa bene senza un ideale – scriveva Einaudi – Come possiamo immaginare un politico che sia veramente grande …il quale sia privo di un ideale? E come si può avere un ideale e volerlo attuare se non si conoscono i bisogni e le aspirazioni del popolo che si è chiamati a governare e se non si sappiano scegliere i mezzi atti a raggiungere quell’ideale? Ma queste esigenze dicono che il politico non deve essere un mero maneggiatore di uomini; deve saperli guidare verso una meta e questa meta deve essere scelta da lui e non imposta dagli avvenimenti del giorno che passa”.

Norberto Bobbio sentì, nelle parole di Einaudi, una eco del “beruf” – vocazione/passione – di Max Weber. Infatti Weber sosteneva che tre qualità sono soprattutto decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza ma, si chiedeva, “come si possono far convivere nella stessa anima un’ardente passione e una fredda lungimiranza?”. Con la virtù della “prudenza”, ossia con “la capacità di riconoscere i limiti del possibile”, risponde Einaudi.

Oggi la classe dirigente, di maggioranza e di opposizione, manca di passione, di senso di responsabilità e di lungimiranza. Il mancato ascolto della predica einaudiana sta producendo il presente malgoverno.

I buoni governanti, insiste con un’altra predica Einaudi, sono tali se sanno concepire un modello ideale di società. Ne “Le lezioni di politica sociale” , considerate la predica più lunga, tenta di riaffermare e riconfigurare il suo modello di società. “Il mercato – scrive Einaudi nel 1944 – che è già uno stupendo meccanismo, capace di dare i migliori risultati entro i limiti delle istituzioni, dei costumi, di leggi esistenti, può dare risultati ancora più stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni, i costumi, le leggi, entro le quali esso vive allo scopo di toccare i più alti ideali di vita. Lo potremo se vorremo”.

Norberto Bobbio ci ha lasciato scritto che Einaudi “fu un uomo scomodo, ma fu un uomo scomodo perché fu un uomo libero. Combatté con asprezza …gli ideali socialisti di cui vide soltanto l’aspetto statolatrico …ma combattè con altrettanta veemenza coloro che con fortunata metafora chiamò i ‘trivellatori’, gli uomini delle classi alte che traggono profitti illeciti dall’assalto ben protetto alle casse dello stato, coloro che uno dei suoi allievi prediletti, Ernesto Rossi, satireggiò con l’epiteto di ‘padroni del vapore’.” Einaudi aveva una concezione liberale del mondo e della storia, così giudicata da Bobbio:“Una concezione del mondo e della storia che ci ha lasciato una idea, almeno una, che non dovremmo mai dimenticare: la libertà e la fecondità del dissenso”. Vi sembra che questa concezione del mondo e della storia abbia successo in Italia?

Altra predica inascoltata Einaudi l’ha fatta sull’Europa. “E’ un grossolano errore – scriveva nel 1952  dire che si comincia dal più facile aspetto economico per passare al più difficile risultato politico. E’ vero il contrario. Bisogna cominciare dal politico, se si vuole l’economico.”.

In tempi molto più bui degli attuali alcuni lo seppero ascoltare. Lo ascoltarono Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel 1941 ponendo, primi in Europa, le fondamenta ideali e pratiche della progettata unità europea. “La civiltà moderna – si legge nel Manifesto di Ventotene – ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere strumento altrui, ma un autonomo centro di vita….Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto.”.

Scrisse Altiero Spinelli: “ La guerra, che stava tornando sulle terre d’Europa, indusse Ernesto Rossi e me a meditare più da vicino sui rapporti fra stati e in particolare sul significato della povera Società delle Nazioni, di cui le democrazie erano andate così fiere e che aveva così miseramente fallito. Scovammo un volume di scritti di Luigi Einaudi, talmente obliato che esisteva ancora sui cataloghi di Laterza, benché edito nei primi anni venti, nel quale erano riprodotti alcuni suoi articoli pubblicati sul ‘Corriere della sera’ agli inizi del 1919 sotto lo pseudonimo di Junius”

Questa mia lettera si conclude ricordando la commozione che ho avuto prendendo in mano l’edizione originale di un libro pubblicato nel 1921 dalla rivista prezzoliniana “La Voce” intitolato “Gli ideali di un economista”. La commozione era dovuta al fatto che sul primo numero de “La Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, che avevo scoperto da diciottenne nella biblioteca comunale, erano state pubblicate alcune frasi estrapolate da quel libro.

"Sono le idee che fanno muovere gli uomini e che fanno servire le cose materiali ai fini che l'uomo si propone".

Certo, le prediche einaudiane, nonostante abbiano trovato pochi ascoltatori, possono tornarci utili se sapremo cogliere l’opportunità offertaci anche dagli anniversari perché “La libertà, esiste, se esistono uomini liberi; muore se gli uomini hanno l’animo di servi.” (bl)


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16 ottobre 2011

Lettera sulla crisi di regime

Cari amici e cari compagni,

ancora una volta il governo Berlusconi ha incassato la sua ennesima fiducia dal Parlamento, con la quale gli viene riconosciuta non solo la sua legalità ma anche la sua legittimità democratica.

Sbraitare e chiederne le dimissioni, o altri governi, o, addirittura, le elezioni anticipate significa segnalare la debolezza dell’opposizione democratica sussistendo una diffusa mentalità antidemocratica.

In realtà, dal punto di vista parlamentare, sfiduciata è stata quasi tutta l’opposizione. Quasi, perché solo i cinque radicali deputati hanno saputo svolgere il ruolo di opposizione democratica. Troppo pochi per poter costituire una opposizione sostanziosa.

A differenza degli altri oppositori (da loro definiti “oppositori di regime”) hanno prima rifiutato la diserzione velleitaria, presidiando democraticamente la postazione parlamentare, e poi hanno votato contro la fiducia al governo, proprio come leali oppositori.

Gli oppositori di regime li hanno inondati di improperi perché non hanno aderito alla strategia (non concordata con i radicali) volta a non far raggiungere il quorum, per rendere invalido il voto di fiducia. Nel momento in cui il governo Berlusconi ha raggiunto il consenso della maggioranza assoluta del Parlamento, la questione del quorum non conta più nulla. Nonostante questo i radicali deputati sono stati inondati di ingiurie. E dire che proprio il voto determinante dei radicali deputati aveva innescato il processo che ha indotto il Presidente della Repubblica ad intervenire con un suo ammonimento. E dire che proprio il voto di quattro deputati eletti dal Pd e dall’IdV ha permesso al governo Berlusconi di ottenere la maggioranza assoluta.

E che dire di quella parte di deputati che solo un anno fa votava le leggi ad personam pro Berlusconi e il PD, oggi, si scandalizza dell’eresia radicale!?!

Ma è possibile che la categoria degli incapaci di tutto spieghi questo atteggiamento antiradicale? No, non è possibile. Dire che sono mediocri significa svalutare il progetto che il PD vorrebbe perseguire. E’ un progetto suicida per la costituzione di una democrazia liberale, indispensabile per la risposta riformatrice alla sfida della crisi del regime partitocratrico.

Ho una età che mi ha permesso di assistere a varie crisi di regime e alla capacità del regime di trovare degli espedienti per rinviare nel tempo il “redde rationem”.

La crisi della fine degli anni ’80 dello scorso secolo - innescata anche da questioni internazionali (il collasso dell’impero sovietico) - ha trovato lo sbocco in una modernizzazione del tradizionale bipolarismo polarizzato: dalla diade anticomunismo / comunismo si è passati allo scontro berlusconismo / antiberlusconismo.

Strumento essenziale per questa risposta conservatrice è stata la riforma della legge elettorale che ha approfittato della volontà riformatrice dei cittadini proporzionalizzando il maggioritario richiesto dall’opinione pubblica.

Quella legge elettorale ha permesso la modernizzazione della vecchia diade piuttosto che sostituirla con quella più consona ad una democrazia liberale: conservatori / riformatori.

Oggi il progetto del PD è quello di costituire una maggioranza antiberlusconiana che vada oltre le esperienze della coalizione progressista del 1994 e dell’Ulivo del 1996. Lo dichiara esplicitamente D’Alema sul Corriere della Sera di oggi, 16 ottobre. Il PD mira ad avere un rapporto più stretto non solo con l’UDC di Casini ma anche con quel gruppo sociale-politico che potrebbe vedere la luce dopo l’incontro, di clericali di varie tendenze, che si svolgerà domani a Todi con la benedizione del cardinale Bagnasco, numero uno della C.E.I. Quel progetto merita il sacrificio del laicismo, di qui la necessaria presa di distanza dai radicali.

Ma che alternativa può mai essere questa? Si vorrebbe sostituire, all’attuale gruppo di potere clerico-socialista, un gruppo di potere clerico-comunista nello spirito della contrapposizione della diade berlusconiani /antiberlusconiani.

Il progetto basato sulla contrapposizione tra berlusconiani / antiberlusconiani ha dato la propria disastrosa immagine in occasione della manifestazione degli “indignati” di sabato.

Gli “indignati” sarebbe un movimento esplicitamente anticapitalista. Nei fatti la loro manifestazione di sabato è stata strumentalizzata da squadracce di teppisti che hanno dato libero sfogo al loro vandalismo.

Il successo di partecipazione popolare alla manifestazione – si è parlato di duecentomila o, addirittura, trecentomila persone – quando in altri paesi la partecipazione ha assunto la dimensione di qualche migliaio di partecipanti, deve essere spiegato in qualche modo. Chi scrive è convinto che è l’antiberlusconismo che ha mobilitato la stragrande maggioranza dei manifestanti e la prova è data anche dall’intollerante trattamento subito da Marco Pannella.

Il sonno della ragione genera mostri, diceva Goethe, e i mostri di cui sono rimaste vittime i contestatori di Pannella si chiamano menzogna, odio, sordità. Facile strumentalizzare una massa così cieca, di qui la strumentalizzazione da parte di poco più di duemila teppisti su circa trecentomila manifestanti.

Ma perché questo accade solo in Italia? Perché il regime postfascista ha ancora le tossine del regime totalitario fascista. Per i totalitari non esistono avversari ma solo nemici da distruggere.

L’antiberlusconismo, perciò, non è l’antidoto al regime partitocratico. Quello che ci vuole è altro. E’ un soggetto politico riformatore di liberali e di democratici che rilanci con il laicismo, le riforme per le libertà politiche, civili e sociali. In pratica: a) il rilancio dell’alternativa presidenzialista, federalista, maggioritaria, anglosassone, b) il rilancio delle lotte liberiste per la liberazione del lavoro e dell’impresa, c) il rilancio delle lotte antiproibizioniste non solo sulla droga, ma anche sulla libertà terapeutica e di ricerca scientifica.


2 ottobre 2011

Lettera per l'Europa

Cari amici e cari compagni,

Immanuel Kant sosteneva che solo una federazione di stati liberi, ossia liberali, può fondare un diritto internazionale, condizione necessaria e non sufficiente per raggiungere la pace perpetua.

Diviene necessaria – scriveva Kant – una lega di particolare tipo, che si può chiamare lega della pace (foedus pacificum) e che va distinta dal patto di pace (pactum pacis), per il fatto che questo cerca di mettere semplicemente fine a una guerra, mentre invece quella cerca di mettere fine a tutte le guerre, e per sempre. Questa lega non ha lo scopo di far acquistare potenza a un qualche stato, ma mira solo alla conservazione e alla sicurezza della libertà di uno stato, per sé e, al tempo stesso, per gli altri stati confederati, senza che questi debbano sottomettersi … a leggi pubbliche e a una coazione sotto esse. Si può rappresentare l’attuabilità … di questa idea di federalismo che gradualmente si deve estendere a tutti gli stati, e condurre così alla pace perpetua: poiché se la fortuna portasse un popolo potente e illuminato a costituirsi in repubblica … si avrebbe in ciò un nucleo dell’unione federativa per gli altri stati, per unirsi ad essa e garantire così lo stato di pace fra gli stati, conformemente all’idea del diritto internazionale, estendendolo sempre più tramite altre unioni dello stesso tipo.”

In un libro di qualche anno fa pubblicato da Carocci (“DALLO STATO ALL’EUROPA) il prof. Mario Telò, tra l’altro insegnante di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, scriveva: “Lo Stato è la forma fondamentale della politica moderna, che nasce in Europa, e ha profonde radici nelle nazioni; se nella stessa Europa si crea il quadro costituzionale sopranazionale che consentirà di superare definitivamente la forma sovrana classica dello Stato in un contesto di integrazione regionale, allora, ancora una volta, l’Europa offrirà al mondo un’idea organizzativa della politica, come è accaduto in passato con la democrazia nelle ‘polis’ del mondo greco, con l’idea di Stato sovrano dal Cinquecento in poi”.

Non c’è oggi alcun grande problema che riguarda l’economia, la moneta, la difesa, lo sviluppo scientifico e tecnologico, la cultura, la fame nel mondo, la pace che possa essere affrontato con criteri e strumenti nazionali. Di qui la natura prettamente politica del progetto europeo.

Essenzialmente politici erano l’europeismo e il federalismo di Ernesto Rossi: solo partendo da una integrazione politica, si sarebbe potuto giungere alla istituzione di una Europa federale. La scelta di promuovere prima l’integrazione economica e l’iperallargamento, sembra dar ragione alla visione di Rossi. Ormai, tutti e 27 i paesi aderenti all’Unione Europea hanno ratificato, con grande difficoltà, il trattato di Lisbona. Inoltre sono stati nominati, con un metodo per nulla trasparente - degno di un conclave papalino -, uno scolorito (PPE) Presidente del Consiglio Europeo ed una sconosciuta baronessa (PSE) quale Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (per di più inglese, ossia un rappresentante di uno stato estraneo all’area Euro). Diciamolo: l’Europa intergoventativa è sempre più l’Europa delle Nazioni ed è sempre meno la Federazione Europea vagheggiata da Ernesto Rossi, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni nel “Manifesto di Ventotene”.

Per contrastare questa deriva e riavviare un processo costituente per l’integrazione politica, occorrerà prendere delle iniziative. Perché non dare corso ad una campagna europea per la raccolta di almeno un milione di firme per una nuova Convenzione, avendo come obiettivo la modifica del testo del Trattato, così come previsto dallo stesso Trattato di Lisbona?

Si legge nel Manifesto di Ventotene – meglio, nel progetto di un manifesto per l’Europa libera ed unita – che “la civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere strumento altrui, ma un autonomo centro di vita….Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto”. Certamente non l’Europa delle nazioni alla quale noi oggi non ci rassegniamo di subire.

Si legge nel Manifesto: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”.

E’ anacronistico attardarsi sulla contrapposizione berlusconismo/antiberlusconismo mentre vi è la sfida innescata dalla mondializzazione. Illudersi di poter affrontare quella sfida solo con una ottica nazionale significa aver perso il contatto con la realtà che è ormai dominata da processi trasnazionali. Le migrazioni di popoli e culture sfidano “il principio secondo il quale l’uomo non deve essere strumento altrui, ma un autonomo centro di vita” per cui concezioni antiindividualiste sembrano più attrezzate ad affrontare i problemi contemporanei.

Il potenziamento della civiltà moderna rischia un altro arresto. Per questo occorre rilanciare il processo di un’Europa federale libera ed unita facendo acquisire ai cittadini la consapevolezza della necessità di sentirsi soprattutto europei. Questa identità europea ci potrà aiutare ad uscire anche dalla palude partitocratrica, sindacatocratica e burocratica in cui oggi, da italiani, ci dibattiamo. La democrazia liberale e federalista, è l’alternativa ad un sistema decrepito che rischia di offrire una risposta totalitaria alla presente crisi.

Concludendo: non sono entusiasta di questa Europa. Anzi. Questa Europa così com’è non mi piace. Ma non mi piace non perché c’è troppa Europa, ma perché ce n’è troppo poca. Per questo, non chiamatemi “euroscettico”.


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19 settembre 2011

20 settembre

Cari amici e cari compagni,

Gaetano Salvemini scriveva nel 1957: “Siamo – se siamo – in regime di democrazia. In un regime siffatto la minoranza deve consentire che governi la maggioranza e la maggioranza oggi in Italia è conformista e governativa. Noi dobbiamo prendere atto di questa situazione e agire in conseguenza, cioè opporci alla maggioranza e a non scansar la lotta, coll’affermare che il paese non vuol sapere di seguirci per la nostra strada. In questo momento non ci segue: spetta a noi a convincerlo che ci deve seguire.”

Se si confrontano queste affermazioni con le parole degli antigovernativi attuali ci renderemo conto della notevole diversità che passa tra una personalità che giganteggia ancora oggi e la piccineria degli avversari di Berlusconi. E ci si meraviglia che Berlusconi ha goduto e gode del consenso della maggioranza?

Cosa ci insegna Salvemini. Ci insegna a “non mollare” e a convincere la maggioranza dei cittadini a seguire l’alternativa. Ma quale alternativa, o meglio quali contenuti dovrebbe avere l’alternativa?

Quella frase l’ho trovata scritta in un bel libro del 1957 contenente gli atti del convegno de “Il Mondo” su “Stato e Chiesa”. Salvemini, avanti negli anni, non vi partecipò ma inviò una lettera ai convegnisti esortandoli a chiudere il convegno “senza tante storie col domandare l’abolizione del Concordato”. Il convegno si chiuse accogliendo l’invito salveminiano con una mozione predisposta da Ernesto Rossi con la quale i partecipanti “si impegnano a dare tutta l’opera loro per creare una nuova situazione nel Paese che consenta l’abrogazione del Concordato e la instaurazione di un ordinamento giuridico di netta separazione dello Stato dalla Chiesa”.

Mi si dirà che questo è “vieto anticlericalismo”. Sì, lo riconosco. L’anticlericalismo è vietato dai benpensanti, da coloro che sono cascati nella trappola clericale della distinzione tra “sana laicità” e “laicismo”. Ma chi decide cosa sia la “sana laicità” se non gli stessi clericali? Ossia coloro che intendono per libertà non la scelta tra il poter peccare e il non voler peccare, ma il non poter peccare. Di qui la sovrapposizione tra il reato e il peccato.

Scriveva Benedetto Croce che con la liberazione di Roma dal potere temporale e con la sua proclamazione a capitale del regno un periodo storico si chiudeva. Si chiudeva il Risorgimento e si passava dalla “poesia alla prosa”. Quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, perciò “sento” particolarmente questo Venti Settembre. Mi e ci ricorda che l’unità di Italia è avvenuta contro la volontà del Vaticano, mi e ci ricorda che per la sopravvivenza del potere temporale si batterono soldati austriaci, francesi, tedeschi, spagnoli ma non italiani, pur essendo battezzati e, formalmente, sudditi del papa.

“Sono figlio della libertà, e a lei devo tutto ciò che sono” è l’epigrafe sulla tomba di Camillo Benso, conte di Cavour, famoso per il motto, essenza della laicità, “Libera Chiesa in libero Stato”.

Lo scontro con il Vaticano è, oggi, ancora in atto.

Massimo Teodori, in un recente pamphlet pubblicato da Rubbettino “Risorgimento laico”, denuncia gli inganni clericali sull’Unità d’Italia. “Per ridimensionare il significato del Risorgimento – scrive Teodori – il vertice d’oltretevere svilisce le leggi liberali – definite ‘laiciste’ – promosse dal Parlamento subalpino prima e da quello italiano poi a opera della Destra.”. Ma non è solo una operazione culturale sul passato. La distinzione clericale tra “sana laicità” e “laicismo” serve al Vaticano per strumentalizzare politici “cattolici” affinché svolgano il loro ruolo vicario. Personalmente mi auguro che i politici “cattolici” si emancipino e si rendano conto che mentre per la Chiesa un regime vale l’altro, purché garantisca i privilegi conquistati, per i cittadini è utile un regime liberale che garantisce anche la libertà della Chiesa. Occorre che “Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e colla moderna civiltà”. E’ il Sillabo di Pio IX l’errore!

La battaglia attuale per l’eliminazione dei privilegi fiscali vaticani è il coronamento di una linea politica liberale, perciò anticlericale che va sostenuta da tutti coloro che si dicono laici. Ed è l’occasione per iniziare a costruire un soggetto politico che possa opporsi validamente ad una probabile involuzione ultraclericale del regime, visti anche i recenti appelli di Monsignor Bertone e il progetto di legge sul biotestamento.

“Spretare l’Italia” era il programma politico di Settembrini ricordato da Ernesto Rossi nella prefazione a “Il Sillabo e dopo” ripubblicato da Kaos edizioni qualche anno fa. Ecco: l’alternativa dovrà essere anche anticlericale, altrimenti ci troveremo di fronte all’ennesimo fenomeno trasformistico.


11 settembre 2011

11 SETTEMBRE

Cari amici e cari compagni,

sono trascorsi dieci anni dall’attacco di Osama Bin Laden e di Al Qaeda agli Stati Uniti, ritenuti l’incarnazione di Satana.

Il 4 novembre del 1998 era caduto il muro di Berlino, eretto per preservare l’innocenza del comunismo minacciata dal diavolo capitalista, e si sognò la fine del comunismo. Si parlò di “fine della storia”, come aveva interpretato gli avvenimenti un giovane politologo americano, Francis Fukuyama (“La fine della storia e l’ultimo uomo” BUR supersaggi Milano 1996).

All’indomani dell’11 settembre 2001 non sono stati pochi quelli che hanno visto, in quel tragico avvenimento, la smentita più clamorosa della tesi di Fukuyama. L’Occidente capitalista era vittima di una nuova minaccia altro che il trionfo definitivo della democrazia liberale! Si disse che era il fondamentalismo islamico a minacciare l’Occidente, o meglio i “valori occidentali”. Samuel Hungtinton (“Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale” Garzanti Milano 1997) sosteneva che il nuovo ordine mondiale sarebbe dovuto scaturire dallo scontro tra la “civiltà islamica” e la “civiltà occidentale”. Pertanto l’attacco dell’11 settembre imponeva all’Occidente il dovere di reagire e agli Stati Uniti d’America ricordava di adempiere al loro dovere egemonico: portare la democrazia nel mondo schiacciando il fondamentalismo islamico. Di qui la guerra in Afghanistan e poi in in Iraq.

Il 12 settembre 2001 il più importante quotidiano italiano intitolava il suo articolo di fondo “Siamo tutti americani” riecheggiando, esplicitamente, il “sono berlinese” di Jhon Kennedy affermato di fronte al muro di Berlino nel 1963.

In quei giorni ci fu un grande dibattito. Se era iniziato lo scontro di civiltà era opportuno reagire come se ci fosse stata la minaccia dell’imperialismo comunista, ormai dissoltosi come neve al sole? Lo testimoniano due splendide pubblicazioni del Corriere della Sera contenenti gli articoli scritti in quello scorcio di tempo e le fotografie che hanno immortalato quella tragedia.

Oriana Fallaci scrisse un notevole e lungo articolo (“La rabbia e l’orgoglio”) che poi avrebbe costituito uno dei saggi più popolari della giornalista fiorentina. I suoi “nemici” non erano i terroristi o i fondamentalisti islamici ma tutti coloro che potevano essere identificati come musulmani. “La nostra identità culturale – scriveva – non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti (rivolto al direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli e ai suoi lettori ndr.) che da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’Italia. E io l’Italia non gliela regalo.”

Un discorso razzista.

Replicò, sempre sul Corriere della Sera Tiziano Terzani. “Da che mondo è mondo – scriveva il giornalista anche lui toscano, mi sembra – da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare.” Altro discorso estremista di stampo opposto.

Entrambi basati su di una identità sociale unica: Fallaci cattolica italiana, Terzani pacifista universale.

“C’è l’insistenza a dividere il mondo in piccole isole sottratte alla reciproca influenza intellettuale.… Non c’è dubbio che la comunità o la cultura a cui una persona appartiene possono avere una grande influenza sul modo in cui questa persona considera una situazione o una decisione.… Ciò, tuttavia, non inficia né elimina, in alcuna maniera plausibile, la possibilità e il ruolo della scelta razionale riguardo all’identità” E’ l’illusione del determinismo l’oggetto di un bel libro di Amartya Sen (“Identità e violenza” Laterza, Roma-Bari 2006). Sostiene il nobel indo-statunitense che è la libertà e non il determinismo che ci fa “essere” quello che siamo perché l’identità è una scelta e non è il “destino” che ce la impone.

“L’alternativa alle divisioni causate da un criterio di classificazione predominante sugli altri – afferma Sen –  non è sostenere irrealisticamente che siamo tutti uguali. Cosa che non siamo. La principale speranza di armonia nel nostro tormentato mondo risiede semmai nella pluralità delle nostre identità, che si intrecciano l’una con l’altra e sono refrattarie a divisioni drastiche lungo linee di confine invalicabili a cui non si può opporre resistenza”.

Ciascuno di noi è un crogiolo di identità derivanti dalla fede religiosa, dagli interessi scientifici, dagli obblighi professionali, dalle passioni letterarie e dalle affiliazioni politiche. E questo accade anche ai gruppi di persone. Perciò non bisogna abbassare la guardia nei confronti dei terroristi e non bisogna confonderli con i fondamentalisti religiosi. E’ la visione di una presunta identità sociale unica che impedisce a comprendere la realtà. Non esiste una “civiltà occidentale” con peculiari caratteristiche così come non esiste una “civiltà islamica”, per cui la categoria del “conflitto” non è la chiave per leggere quanto accade. Non esiste neanche il pacifismo universale perché la vita è conflitto e cambiamento e la storia non avrà mai fine finché ci saranno gli uomini su questa terra.

Un mondo diverso, però, è possibile purché si abbia la consapevolezza della libertà individuale, quale valore fondamentale. Amartya Sen ci esorta: “Non dobbiamo mai permettere che la nostra mente sia divisa in due da un orizzonte”.


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28 agosto 2011

LEGALITA’

La battaglia di Marco Pannella e dei suoi compagni radicali per la convocazione straordinaria del Parlamento per discutere sulla questione “giustizia” e, quindi, amnistia, indulto, depenalizzazione e decarcerizzazione ha raggiunto un primo obiettivo: il Parlamento discuterà.

E’ significativo che gli unici onorevoli che non hanno voluto per nulla prendere in considerazione la richiesta siano stati i membri della Lega Nord e di Italia dei Valori. Gli uni e gli altri, pur apparendo antagonisti in realtà hanno come minimo comun denominatore una vocazione giustizialista e giacobina. Il loro manicheismo li rende refrattari a qualunque proposta liberale.

La questione giustizia è centrale sia che l’incendio finanziario-economico-politico si riesca a spegnere e sia, soprattutto, qualora giungesse il momento del “si salvi chi può” La questione giustizia si traduce nel ripristino della legalità, ossia del rispetto della legge di fronte a disapplicazioni o a interpretazioni addomesticate che sono effettuate sempre ai danni dei più deboli.

Il regime carcerario in Italia è frutto di disapplicazioni e di interpretazioni addomesticate delle leggi esistenti visto che la nostra Costituzione al secondo comma dell’art. 27 recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il sovraffollamento delle carceri non solo rende il trattamento detentivo contrario al senso di umanità e impedisce la rieducazione del condannato, ma rende difficile, oneroso e pericoloso il lavoro di tutti gli altri abitanti degli istituti penitenziari. Perciò l’amnistia è invocata soprattutto per le illegalità del regime e i vantaggi saranno goduti non solo dai detenuti che potranno vivere in ambienti più decorosi, dagli operatori degli istituti detentivi che potranno lavorare con meno pericolo, dai magistrati che potranno liberare il loro tavolo da fascicoli che ritardano i processi e dai cittadini che potranno avere risposte alla loro domanda di giustizia in tempi ragionevoli.(bl)


13 agosto 2011

AMNISTIA PER LO STATO CANAGLIA

Il governo annuncia un decreto legge con più tasse per i contribuenti e meno servizi per i sudditi. Dicono che servirà a “spegnere l’incendio” che ha coinvolto anche il nostro beneamato paese. Che l’incendio ci potesse coinvolgere non è una cosa inaspettata. Ormai la egemonia economica e politica americana sta scemando. Siamo alla vigilia di nuovi equilibri mondiali. Se la crisi del ’29 dello scorso secolo ha segnato il declino della vecchia Europa a vantaggio degli Stati Uniti d’America, quale forza economica e politica egemonica, la crisi apparsa in tutta la sua chiarezza nel 2007 sta segnalando il tramonto dell’egemonia statunitense. Cosa verrà dopo, non è prevedibile. Forse, ancora per qualche tempo l’egemonia statunitense si farà ancora sentire, ma non sarà così determinante. Di qui la funzione del nuovo soggetto politico vagheggiato nel “Manifesto di Ventotene”: o saprà essere vitale oppure ogni paese europeo dovrà pensare per sé. All’orizzonte non si vedono statisti o politici di razza come ci sono stati in passato. Ci sono solo dei politicanti che non vedono oltre la punta del loro naso. Forse è il sistema politico europeo e nazionale che deve essere cambiato. Ma come?

Ad avviso di chi scrive sia che si riesca a spegnere l’incendio sia che non lo si riesca e cominci la fase del “si salvi chi può” occorre essere previdenti e iniziare a costruire qualcosa di nuovo. Innanzi tutto tentando di ripristinare un po’ di legalità ed evitare che il nostro paese continui a violare i diritti umani. Merita attenzione l’iniziativa dei radicali per la convocazione straordinaria del Parlamento affinché discuta e prenda provvedimenti sulle carceri e sulla giustizia: amnistia, subito, non solo per i detenuti ma anche per questo Stato canaglia! Lo sciopero totale della fame e della sete per la vigilia di ferragosto potrebbe costituire il prologo di quella manifestazione popolare “per le proprie libertà, i propri diritti individuali e i propri interessi – non nel nome di sindacati che sono la cinghia di trasmissione della politica di uno ‘Stato canaglia’ – e che dicano finalmente a tutta questa classe politica di andarsene?”, invocata  da Piero Ostellino sul Corriere della Sera del 13 agosto. (bl)


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