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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
20 aprile 2012

….A RUOTA LIBERA

ALESSANDRO TESSARI “RACCONTANDOPANNELLA” Mimesis, Milano - Udine 2012

Cresciuto nel Veneto, l’autore è stato docente all’Università di Padova e attualmente fa ricerche, presso la facoltà Teologica dell’Università di Freiburg, sulla figura del francescano Ramon Llull, padre della lingua catalana.

E’stato per quasi un decennio deputato al Parlamento Italiano per il PartitoComunista, provenendo da una esperienza nella FUCI, per poi rimanere affascinato da Marco Pannella e diventare deputato eletto nelle liste del Partito Radicale.

Avere vent’anni negli anni sessanta dello scorso secolo ha significato per l’autore nutrire la passione politica con l’ideologia comunista che rappresentava l’antagonista nei confronti dell’imperialismo capitalistico statunitense. Eppure si fece affascinare dall’amerikano Pannella.

“Pannella non è stato uno dei leader della politica italiana. E’ stato un modo nuovo di fare politica, di pensarla,di incarnarla. La sua fantasia era inesauribile.”

Tessari così si descrive: “Questo essere chiamato Radicale dai Comunisti, e Comunista dai Radicali, in fondo me la sono sempre sentita come la mia radiografia più vera. Insofferente ad ogni camicia. Questo scambio di paradigmi, o addirittura di rottura dei paradigmi, è in fondo la cosa più preziosa che ho ricevuto da Pannella”

Oggi, si direbbe, che una identità confusa è un sintomo di debolezza, ma le pluridentità sono il solo modo per comprendere il mondo contemporaneo. Ad esempio essere al contempo liberale, liberista e libertario è il solo modo per comprendere la necessità di opporsi al totalitarismo, al dirigismo e all’autoritarismo che sono le minacce mortali per la libertà individuale.

Sono i giovani, quelli che hanno oggi vent’anni, ad essere gli interlocutori diTessari.“Il Pannella di cui voglio raccontare, più che un uomo politico, è una fantasia esistenziale. Perché così l’ho visto comparire sulla scena politica, perché così è entrato nella mia vita, perché così ha scardinato alcuni miei convincimenti profondi e altri ne ha suscitato per reazione.”

Oggi Pannella è impegnato in una lotta politica per la Giustizia. Negli anni settanta dello scorso secolo Pannella ed i suoi compagni di lotta, erano impegnati appunto sul fronte della Giustizia. E’ la coerenza di Pannella che prova l’immutabilità del regime e la fandonia della seconda repubblica che sarebbe succeduta alla prima.

Tessari ha affermato che Pannella gli ha fatto scoprire un nuovo modo di fare politica e così precisa: “Per i quasi dieci anni in cui fui deputato comunista delle carceri avevo una nozione solo teorica. Una delle prime esperienze forti che feci quando mi imbarcai nell’avventura radicale fu quella di andare a visitare le carceri”.

Pensare, fare ed incarnare il nuovo modo di fare politica ha portato alcuni risultati: “La sensibilità dei Radicali per il carcere, come luogo separato della società, come non luogo, dove fino a non molti anni fa non era consentito andare e non si andava, ma dove le società occultano il loro più profondo modo di essere, ha fatto crescere quella sensibilità che dal mondo delle carceri dilaga nellasocietà.” Di qui le iniziative giustizialiste da parte dei detentori del potere per arginare le esigenze libertarie che sorgono dalla società. Di quianche la strenua lotta per la Giustizia da parte dei radicali per alimentare quella fame e quella sete libertaria che la società vorrebbe soddisfare.

Il catto-comunista Tessari fattosi radicale è stato affascinato da Pannella come è accaduto al sottoscritto. Sono rimasto affascinato da Pannella perché in lui ho scoperto quel “pazzo” che Giovanni Ferrara, su Il Mondo di Pannunzio, invocavaper il rilancio dei liberali in Italia.

Per noi di quella generazione, che aveva vent’anni negli anni ’60 dello scorso secolo, indipendentemente dalle famiglie culturali – politiche di provenienza, è stato un pifferaio magico grazie “ad uncanestro di parole nuove”, come dice Francesco de Gregori in una sua  canzone. (bl)

INDICE:Introduzione – Parola – Digiuni e nonviolenza – Partito Comunista – Nucleare –Carceri – Droga – Televisione – “Questione Cattolica” – Declino della natalitàin Occidente – Postfazione di Luca Taddio


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10 marzo 2012

TUTTI I NO ALL’EUROPA MODERNA

SERGIO ROMANO – BEDA ROMANO “LA CHIESA CONTRO” Longanesi, Milano 2012

Nel momento in cui il governo cosiddetto dei tecnici, guidato da Mario Monti, occupa il posto centrale della scena politica, le questioni legate alla rivoluzione bioetica e ai nuovi costumi sessuali sono poste sotto un granitico silenzio.

Questo libro, scritto a quattro mani da Sergio Romano, storico ed ex ambasciatore (oltre che firma prestigiosa del “Corriere della Sera”) e dal figlio Beda, corrispondente per il “Sole 24 Ore” da Bruxelles, rompe il silenzio.

La rivoluzione dei costumi sessuali e quella biologica o bioetica è avversata dalla Chiesa cattolica.

Scrive Sergio Romano: “Se la battaglia contro il relativismo è la versione moderna di quella contro il modernismo, Benedetto XVI dimostra che la Chiesa non può ‘essere moderna’. Può venire a patti con gli stati, vivere con le ideologie che contraddicono i suoi principi, piegarsi come il giunco al vento della politica ogniqualvolta la posta in gioco è la sua sopravvivenza. Ma esiste un nucleo di verità, precetti e norme morali su cui non può accettare compromessi. E’ un atteggiamento rigoroso e ammirabile.”

Aggiunge l’ex ambasciatore: “Il guaio, tuttavia, è che la parola relativismo ha assunto nella nostra società, in tal modo, due significati diametralmente opposti. Per Benedetto XVI è il continuo fruscio di idee, teorie e mode intellettuali che svolazzano come falene intorno alla fiamma eterna della Verità. Per noi è un ingrediente fondamentale della nostra esistenza. Siamo relativisti perché soltanto il relativismo ci permette di vivere, senza spargimenti di sangue, con persone che hanno convinzioni radicalmente diverse dalle nostre. Siamo relativisti perché il relativismo è sinonimo di tolleranza. Siamo relativisti perché la vita in società richiede la politica, vale a dire un’arte in cui non possono esistere verità definitive. Certo potremmo comportarci come molti per cui esistono le verità dei giorni feriali, necessariamente mutevoli, e la Verità dei giorni in cui conviene stare con la Chiesa. Ma questo sarebbe il peggiore dei relativismi.”

Si tratta della convinzione di una persona che non può definirsi estremista, perciò condivisibile da chiunque si qualifichi moderato.

Il libro consta di due parti affidate la prima a Sergio Romano e la seconda al figlio Beda.

La seconda parte è costituita da una rassegna del dibattito in Europa sui nuovi costumi sessuali e la rivoluzione bioetica.

Scrive Beda Romano: “Mentre il continente è chiamato ad affrontare i difficili problemi etici e morali provocati dal progresso scientifico o dalla rivoluzione dei costumi, l’Italia appare arretrata, o meglio …conservatrice. Dall’inseminazione artificiale alla convivenza di coppia, dalla clonazione terapeutica all’eutanasia, dal trapianto di organi al celibato dei preti, il dibattito nella penisola è attraversato da angosce, dubbi e ostacoli, più che in altri paesi europei.”

Beda Romano propone, quindi, una riflessione: “La spiegazione più semplice è di attribuire il conservatorismo italiano al profondo radicamento della Chiesa cattolica nella penisola e all’ingombrante presenza della Santa Sede a Roma, ma mentre mi accingo a terminare la mia ricognizione sul modo in cui l’Europa dibatte della modernità mi chiedo inevitabilmente se vi siano altri motivi per spiegare le molte ritrosie italiane nell’accettare cambiamenti sociali e possibilità scientifiche spesso impossibili da fermare, tanto più in un’Europa dove le frontiere nazionali sono cadute.”

Ma, forse, la spiegazione dell’unicità italiana nel panorama europeo la dà Sergio Romano allorché afferma che “In Italia … la Chiesa non rinuncia a fare battaglie più intransigenti e inflessibili di quelle che è in grado di fare altrove; e può soprattutto contare su una classe politica più debole e opportunista di quella con cui deve trattare in altri paesi dell’Europa cristiana.”

Perciò, in questo momento di delega del potere politico ad un governo cosiddetto di tecnici, il silenzio sulle questioni legate alla rivoluzione bioetica e ai nuovi costumi sessuali è d’oro. Mai il potere politico è stato così debole! E la politica non consente vuoti. Perciò questo libro ci ammonisce ad essere vigilanti.(bl)

INDICE: Premessa – Prima parte: Le trincee della Chiesa – Seconda parte: I nuovi costumi sessuali e la rivoluzione bioetica


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9 gennaio 2012

BILANCIO DI CINQUANT’ANNI DI LOTTA POLITICA

UGO LA MALFA “INTERVISTA SUL NON-GOVERNO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Leggere, a trentacinque anni dalla sua prima edizione, queste confessioni di Ugo La Malfa mi confermano la giustezza della proposta della radicale alternativa liberale al regime democristiano vagheggiata già negli anni ’70 dello scorso secolo. Infatti è lo stesso La Malfa (tutt’altro che sostenitore della radicale alternativa liberale) che conferma all’intervistatore (Alberto Ronchey) di provare dopo oltre cinquant’anni di lotta politica “una grande amarezza. Ora osservo che non c’è quell’Italia che avevamo in mente”.

E’ la conseguenza di una feroce autocritica: “La politica che abbiamo condotto da dieci a quindici anni a questa parte (cioè dal 1962, ndr) ha compromesso l’inserimento attivo dei giovani nella società. In effetti, per assicurare la continuità d’inserimento nella società da una generazione all’altra, è necessario che non si lasci deteriorare fino al limite della disgregazione il sistema produttivo e che il parassitismo sovrastrutturale non accompagni questo deterioramento. E’ avvenuto esattamente il contrario”.

Non contento di questa autocritica aggiungeva, (ricordiamoci eravamo nel 1977 e La Malfa sosteneva il governo democristiano Andreotti IV, cioè il governo sostenuto dalla DC e dalla SVP e dall’astensione del PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI e Indipendenti di sinistra e osteggiato solo dal MSI, DP e PR): “Per dare un’immagine plastica della condizione attuale, bisogna dire che la nostra società si divide oggi in due vaste zone. Nell’una, ci sono coloro che hanno un patrimonio, un reddito, un lavoro, e che sembrano voler difendere con ogni mezzo e con energico spirito corporativo quello che hanno. Alla porta di tale zona si affolla l’altra, costituita da disoccupati, giovani e adulti, da categorie debolissime, da abitanti di zone depresse. Se le forze politiche e sociali continuano a occuparsi soltanto della prima zona, secondo i propri interessi politici, di classe o di ceto, trascurando la seconda, non usciremo dal problema.”

Dicevo che questa intervista a La Malfa conferma la giustezza della posizione politica conseguente alla proposta della radicale alternativa liberale al regime democristiano, posizione politica opposta a quelle del PRI. Infatti allora il regime “democristiano” era in profonda crisi per cui si aveva l’opportunità di trasformarlo con la contrapposizione tra conservatori dello status quo e innovatori. La Malfa e il PRI (purtroppo non solo loro) ritenevano “inevitabile” il compromesso storico promosso dal PCI di Berlinguer (che riteneva del tutto “illusorio” che con il 51% dei voti si potesse garantire la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse l’espressione di tale 51%) con ciò allineandosi a quella posizione sostanzialmente conservatrice il che sottraeva utili energie all’alternativa di regime.

Solo i radicali di Pannella, a quel tempo, avevano chiara la strategia per rendere il regime postfascista in po’ liberale. Senz’altro se repubblicani e liberali, socialisti e socialdemocratici avessero avuto un po’ di coraggio avrebbero capito “quali strutture sono necessarie perché una società si sviluppi con le sue energie.” Infatti in una democrazia liberale una opposizione vigorosa ha un ruolo fondamentale: un regime con una opposizione debole è definibile almeno aliberale. E un regime aliberale non sollecita energie per sviluppare la società.

A posteriori posso capire che i cosiddetti partiti laici non lo capissero: erano troppo abituati al ruolo che i grandi partiti avevano loro assegnato e non potevano mettere in pericolo le posizioni raggiunte. Inoltre tra PLI e PRI era nota una rivalità dovuta più al ruolo svolto (i primi si comportavano come una “corrente esterna” alla DC, i secondi come “mosca cocchiera” del centro-sinistra) che alla loro vocazione centrista e moderata.

Oggi ci lamentiamo del debito pubblico grande quanto una montagna, anzi è il debito pubblico che sta compromettendo addirittura l’esistenza del nostro stato.

“Il sistema produttivo ha dovuto sopportare il peso di una struttura pubblica che è una cosa indicibile di parassitismo, ossia di alti costi e improduttività”. Ricordiamolo per l’ennesima volta: l’intervista è del 1977! “Quando si è visto che l’economia prosperava, che aveva un po’ di grasso, si è fatto carne da porco. Tutti si sono messi a spendere nell’apparato pubblico, credevano che quel benessere potesse reggere all’infinito.” Di qui l’incremento della spesa pubblica al quale La Malfa e il PRI non sono stati estranei. Pertanto il politico siciliano faceva il bilancio della sua cinquantennale lotta politica affermando: resta“ una grande amarezza. Ora osservo che non c’è quell’Italia che avevamo in mente”. (bl)

INDICE: Prefazione di Paolo Mieli – 1. Dall’antifascismo alla Liberazione – 2. Il boom arrivò all’improvviso – 3. Le contraddizioni della società italiana – 4. La crisi: forse è tardi, forse no. – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


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4 gennaio 2012

LA CASTA DELLE SOTTANE

STEFANO LIVADIOTTI “I SENZA DIO” Bompiani/RCS Libri SpA Milano 2011

L’autore, Stefano Livadiotti, scrive su “L’Espresso” da venticinque anni occupandosi di economia e politica. Ha già dato alle stampe una inchiesta sui sindacati e sui magistrati individuando altre caste oltre a quella stranota dei politicanti. Con questa inchiesta sul Vaticano segnala la casta delle “sottane”. Diciamolo: le corporazioni che il fascismo realizzò sulla carta, oggi regolano la società italiana e trovano tutela dei propri privilegi nelle istituzioni. Così i cittadini senza potere sentono l’ostilità dello Stato.

Scrive Livadiotti: “Vista da vicino la Chiesa sembra la brutta copia di una delle classi politiche maggiormente screditate dell’intero Occidente. Una vera e propria casta, come quella dei palazzi del potere romano con cui tratta sottobanco i suoi privilegi. Ma ancora più ricca e arrogante nel pretendere l’impunità per i suoi dignitari, degli intoccabili impegnati in un’infinita guerra tra bande.”

“La gerarchia ecclesiastica – si legge in questa inchiesta –  cerca di approfittare della crisi della politica. Per recuperare il consenso perduto. Così attacca frontalmente i partiti. Accusandoli di voler mettere le mani nelle tasche degli italiani. Però non molla di un centimetro sui suoi privilegi. Ma il gioco è troppo scoperto. E sulla rete si accende la rivolta”

Nota è la recente polemica sull’esenzione dell’Ici per gli immobili, utilizzati per attività commerciali, riferibili alla chiesa Cattolica.

“I vescovi bacchettano i bottegai che non pagano le imposte. – ricorda Livadiotti . –  Ma poi non guardano in casa loro. Dove l’elusione dell’Ici sugli immobili usati per le attività commerciali è stimata in almeno 700 milioni. Grazie ad una legge davvero balorda. Voluta dal centrosinistra. E finita nel mirino di Bruxelles … Con il mostriciattolo partorito da Prodi, infatti, qualunque gestore di ostello sia in grado di ricavare una cappella da uno sgabuzzino in disuso può sostenere di non limitarsi a offrire ai suoi clienti un semplice ricovero per la notte. Ed evitare così di versare l’odiato balzello.

A quel punto, e su iniziativa tanto per cambiare dei radicali, che saranno pure un po’ monomaniaci ma almeno non difettano di tenacia, la pratica ha traslocato nei severi uffici della Ue.”

La chiesa Cattolica non solo elude le tasse ma se ne avvantaggia. “Basti pensare che solo l’8 per mille, il fantasioso meccanismo attraverso il quale lo Stato assegna ogni anno alla Chiesa una quota delle tasse versate da contribuenti in buona parte ignari, ha superato di slancio la vertiginosa cifra di un miliardo di euro, vale a dire quasi quattro volte il valore del finanziamento pubblico (285 milioni nel 2010) che i partiti hanno graziosamente deciso di auto-elargirsi. ”

Monsignor Marcinkus, uno che se ne intendeva, affermava che “Il Vaticano è un luogo non del tutto pieno di persone oneste”. Di qui le guerre per bande poco sante. Scrive Livadiotti: “Il caso (l’affaire Boffo ndr.) aveva portato definitivamente allo scoperto la rivalità tra il segretario di Stato [Bertone] e il presidente della Cei Bagnasco, sulla titolarità nella gestione dei rapporti politici del Vaticano.”

Inoltre non si può far passare sotto silenzio lo scandalo pedofilia. “La Chiesa sapeva benissimo che tra i suoi preti si annidava un esercito di maniaci sessuali. La prova regina, misteriosamente ignorata dalla stampa, è nelle polizze assicurative stipulate dalle diocesi di mezzo mondo contro il rischio-pedofilia. Che spesso le compagnie si sono rifiutate di onorare. Invocando l’omesso controllo. E vincendo le cause.”

Oggi solo una minoranza si fida ancora della chiesa Cattolica perché scandali, politica, beghe di potere hanno innescato il declino.

Infine il VI Rapporto sulla secolarizzazione italiana messo a punto dalla Cgil e dalla Fondazione “Critica liberale” constata: “Nell’insieme si conferma una crescente indifferenza al modello di famiglia proposto dalla Chiesa cattolica e si nota la sempre maggior diffusione di un modo alternativo di vivere il privato”

Aspettiamoci, perciò, una forte reazione del movimento sociale cattolico che potrebbe dar vita ad un unico soggetto politico raccogliendo i clericali oggi sparsi un po’ dappertutto. (bl)

INDICE: L’ora delle scuse – Introduzione – I lingotti del papa – Le relazioni pericolose – Lasciate che i bambini vengano a noi – Una guerra poco santa – Radiografia di un declino – Ringraziamenti – Bibliografia – Indice dei nomi.


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22 dicembre 2011

LEZIONI DI DEMOCRAZIA

NORBERTO BOBBIO “QUALE SOCIALISMO?” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

“La democrazia … non è riuscita a mantenere le proprie promesse, che erano soprattutto di tre ordini: partecipazione … controllo dal basso … e libertà del dissenso. … Si sono verificati due fenomeni contrastanti al principio proclamato della partecipazione diffusa: da un lato, l’apatia politica, che è mancanza di partecipazione … dall’altro la partecipazione distorta o deformata o manipolata dagli organismi di massa che hanno il monopolio del potere ideologico. Il controllo diventa sempre meno efficace … con la conseguenza che gli organismi che il cittadino riesce a controllare sono centri di potere sempre più fittizi e i vari centri di potere di uno stato moderno, come la grande impresa, o i maggiori strumenti del potere reale (come l’esercito e la burocrazia), non sono sottoposti ad alcun controllo democratico. … Quanto al dissenso, esso è limitato in un’area ben circoscritta … e non offre mai la possibilità di un’alternativa (di governo ndr) radicale.”

Norberto Bobbio nel 1973 così descriveva lo stato del regime “democristiano” (alias “partitocrazia”). L’anno precedente per la prima volta la legislatura veniva interrotta prima della sua conclusione naturale per impedire lo svolgimento del referendum abrogativo sulla legge regolante il “divorzio”.“partito unico della spesa pubblica” mirava a comprarsi il sostegno degli elettori scaricando sui governi futuri e sui giovani (contribuenti futuri) l’onere del riequilibrio finanziario. (Altra caratteristica del regime!) Le Brigate Rosse, il movimento studentesco e l’aggressività dei sindacati sembravano scuotere il regime partitocratico dalle fondamenta. Proprio in quel periodo (1970 – 1975) il debito pubblico (ed oggi ne paghiamo le conseguenze!) passò dal 38 al 58 per cento del Pil: il "partito unico della spesa pubblica" mirava a comprarsi il sostegno degli elettori scaricando sui governi e sui giovani (contribuenti futuri) l'onere del riequilibrio finanziario.

Per normalizzare la situazione i partiti di regime proponevano due strategie: l’alternativa (di governo e/o di sistema) di sinistra (“uniti sì, ma contro la diccì”) e l’ingresso del PCI nell’area di governo (dagli “equilibri più avanzati” al “compromesso storico”). L’alternativa di sinistra era una utopia mentre l’ingresso del PCI nell’area di governo sarebbe stata solo un’operazione conservatrice di sapore trasformistico tant’è che dette vita alla fase consociativa del centrosinistra.

Bobbio sosteneva fondamentale prestare attenzione alle istituzioni, piuttosto che alle “formule governative”. Scriveva nell’articolo “Quali alternative alla democrazia rappresentativa?” pubblicato in “Mondoperaio”n. 10 1975: “Il nostro sistema politico fa acqua da tutte le parti. Ma fa acqua da tutte le parti, non perché sia un sistema rappresentativo bensì perché non lo è abbastanza. A parte il difetto del centrismo perpetuo, cioè della mancanza di una rotazione (ossia dell’alternativa di governo ndr) … l’area di controllo dell’organismo rappresentativo per eccellenza, il parlamento, si restringe ogni giorno di più.” In fondo è la posizione gobettiana (“Il regime rappresentativo non ha più il favore popolare. Ma che cosa volete sostituirgli? La teocrazia?”) quella che sta a monte delle argomentazioni bobbiane.

L’alternativa socialista al regime rappresentativo è possibile?

 “Bisogna riconoscere risponde Bobbio che un modello alternativo di organizzazione politica, alternativo allo stato parlamentare, un modello che possa dirsi ‘democratico e socialista’ in contrasto col modello tradizionale ‘democratico liberale’ … non esiste, o per lo meno non esiste in tutta la compiutezza dei particolari con cui è stato elaborato lungo i secoli il sistema politico della ‘borghesia’.”

Ed allora qual’è la soluzione? Bobbio non propone soluzioni. “Il mio proposito – scriveva in “Quale socialismo?” pubblicato in “Mondoperaio”n. 5 1976 – era semplicemente quello di mostrare le difficoltà cui vanno incontro il processo di democratizzazione in corso (e che, come la nostra stessa esperienza storica ci ha confermato, non è irreversibile), di confutare, non la democrazia, ma la faciloneria.”

E così Bobbio liquidava le illusioni dell’alternativa di sinistra fondata sulla “democrazia diretta” e nel contempo spiegava “ai comunisti di allora che cosa sono lo stato, la democrazia, il socialismo”, come afferma Michele Salvati nella prefazione a questa edizione del libro del 1976. Salvati aggiunge: “queste dettagliate, brillanti spiegazioni – vere e proprie lezioni magistrali – valgono anche per noi.”

Valerio Zanone ha affermato che “Bobbio mutua da Cattaneo la regola che ‘la filosofia è una milizia’,” e di questa sua milizia, noi lettori, dovremmo farne tesoro. La trasformazione della partitocrazia in democrazia liberale dovrebbe essere il progetto principale di qualsiasi forza che si definisca riformatrice. (bl)

 INDICE: Prefazione di Michele Salvati – Prefazione all’edizione 1976 – Democrazia socialista? – Esiste una dottrina marxistica dello stato? – Quali alternative alla democrazia rappresentativa? – Perché democrazia? – Quale socialismo? – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


13 dicembre 2011

Democratico e liberale

GAETANO SALVEMINI “LA SINISTRA E LA QUESTIONE MERIDIONALE” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Il 1911 è un anno particolare per Gaetano Salvemini. Abbandona il Partito Socialista perché dissenziente per la scarsa attenzione manifestata nei confronti della guerra tripolina, lascia la collaborazione con Prezzolini a “La Voce” perché la rivista era troppo teorica per quella contingenza politica, fonda la sua rivista “L’Unità” la cui testata portava il sottotitolo “Problemi della vita italiana.”

Beniamino Finocchiaro, nella prefazione ad una raccolta di articoli del settimanale pubblicato da Neri Pozza nel 1958, scriveva: “Il più coraggioso tentativo di reazione contro la pigrizia mentale, la quasi ripugnanza degli intellettuali e dei politicanti italiani ad occuparsi sul serio dei problemi concreti che si accumulavano nella vita del Paese.”

Ritengo la figura di Salvemini un esempio di democratico e di liberale e non di socialista perché il politico pugliese (era nato a Molfetta nel 1873 e morì a Sorrento nel 1957) non ricompose mai la frattura del 1911 con il partito socialista, anzi ritornato in Italia, dopo l’esilio e la caduta del fascismo, fu un collaboratore fondamentale della rivista liberale “Il Mondo” di Mario Pannunzio.

Il testo che oggi segnalo contiene una raccolta di vari scritti di Salvemini relativamente ad un periodo molto limitato: tra il 1898 e il 1914.

Il politico pugliese scriveva su “L’Unità” il 2 maggio 1913 (“Quel che ‘L’Unità’ non può dare e quel che vuol fare”): “La crisi presente dei partiti democratici non può essere eterna. O prima o poi le masse dei partiti democratici ritroveranno nuovi slanci di sentimento, nuove necessità di battaglie.

Per quel momento è necessario impedire ai vecchi somari e commedianti della democrazia di ripetere le esperienze del decennio trascorso. Per quel momento è necessario che i morti abbiano già sepolto i loro morti, che i vecchi  condottieri sieno irreparabilmente discreditati e disfatti come si meritano, che le moltitudini abbiano già presa l’abitudine di combatterli come conservatori e non affidare alle loro mani i loro destini come ‘rivoluzionari’”

Questo è un insegnamento valido anche oggi. I riformatori devono avere la pazienza di aspettare tempi migliori avendo, però, la determinazione di tentare di diventare protagonisti quando i tempi saranno maturi.

Il testo del discorso pronunciato al Congresso della Federazione Nazionale Insegnanti Scuole Medie tenutosi a Napoli nel settembre del 1907, prova il tasso di liberalismo del pensiero di Salvemini. Non per nulla quel discorso è intitolato “Che cos’è la laicità”.

Diceva il politico pugliese: “La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione. Ma deve mettere gli alunni in condizione di potere con piena libertà e consapevolezza formarsi da se le proprie convinzioni politiche, filosofiche, religiose.

E’ laica, insomma, la scuola in cui nulla si insegna che non sia frutto di ricerca critica e razionale, in cui tutti gli studi sono condotti con metodo critico e razionale, in cui tutti gli insegnamenti sono rivolti a educare e rafforzare negli alunni le attitudini critiche e razionali.”

Gaetano Salvemini si è distaccato dal Partito Socialista di Turati nel 1911 però all’XI congresso, svoltosi l’anno precedente, preparò una relazione sul problema della riforma elettorale al quale il partito, sino ad allora, non aveva prestato molta attenzione.

Scriveva in quella relazione: “Un partito deve saper classificare e graduare le proprie esigenze … dando ad una riforma o ad un gruppo di riforme … la precedenza sulle altre. Un partito che non sa fare questa scelta … è un partito che non sa quel che si voglia, che vuole troppo e non stringe nulla, al quale manca il senso della realtà e la capacità di adeguare l’opera alla realtà stessa.”

Poi proseguiva: “O noi continuiamo a credere a quella che è la teoria fondamentale del socialismo, che cioè l’emancipazione dei lavoratori non può venire se non attraverso un continuo sforzo di conquista compiuto dalla stessa classe lavoratrice e nel campo economico e nel campo politico: e in questo caso non possiamo rimanere indifferenti dinanzi a un sistema elettorale, che priva la grande maggioranza della classe lavoratrice del più importante fra i diritti politici; dobbiamo riconoscere che non è stato un capriccio, se in tutti i paesi il partito socialista, non appena costituitosi, ha concentrate le sue forze nella conquista del suffragio universale; e non possiamo sperare che il movimento socialista italiano, ‘se vuol rimanere socialista’, possa sottrarsi a questa necessità elementare di ogni movimento proletario.”

La centralità politica della legge elettorale significa, anche oggi, la centralità dei diritti politici: i diritti politici sono la premessa necessaria e non sufficiente per qualsiasi riforma.

Salvemini è ricordato soprattutto quale meridionalista. Scriveva tra il 1898 e il 1899: “Alle tre malattie, che abbiamo fuggevolmente descritto, ossia la malattia dello Stato accentratore, la oppressione economica in cui l’Italia meridionale è tenuta dall’Italia settentrionale, e infine la struttura sociale semifeudale, è possibile recare un rimedio? … Finché nel Mezzogiorno stesso non si determinerà un movimento energico, costante, organico, che abbia lo scopo di attuare tutte quelle riforme, che per ora non sono che pii desideri degli studiosi.”  

Gaetano Salvemini constatava con amarezza non solo l’esistenza di una “Questione meridionale” ma anche di una “Questione settentrionale”: “I nordici disprezzano, come dicon essi, i sudici; e i sudici detestano con tutta l’anima i nordici: ecco il prodotto di quarant’anni d’unità.”

A differenza di altri meridionalisti che invocavano l’intervento dello Stato per affrontare la “Questione meridionale” il politico pugliese sosteneva che la soluzione dei problemi dei meridionali doveva essere nella disponibilità dei meridionali: infatti era un federalista convinto.(bl)

INDICE: I. La questione meridionale – II. Socialismo e questione meridionale – III. Cultura e laicità – IV. “L’Unità” – Nota biografica – Nota bibliografica

 


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8 dicembre 2011

ATTUALITA’ DELLA RELIGIONE DELLA LIBERTA’

BENEDETTO CROCE “ELEMENTI DI POLITICA” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Nella edizione pubblicata dal Corriere della Sera, sulla copertina si legge questa frase ripresa da “Politica in nuce” scritta nel 1924: “Le leggi hanno bensì la loro importanza, ma che assai più importa il modo in cui esse vengono osservate, cioè l’effettivo operare degli uomini; ed è noto che le leggi, nella interpretazione e attuazione, si allargano, si accomodano, si arricchiscono, e, insomma cangiano.”

La sua attualità risulta evidente se si confronta l’art. 27 della nostra Costituzione (2° comma “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”) e la negazione della dignità umana alla quale sono costretti i detenuti nel nostro paese. Di qui la sacrosanta lotta, per un intervento immediato ed urgente, come quella che Marco Pannella, con alcuni uomini e donne di buona volontà, sta conducendo per l’amnistia, non solo per i detenuti ma soprattutto per questa Repubblica. Intervento immediato ed urgente per risintonizzare la legge con lo stato dei detenuti che sono privati della loro dignità allorché sono ammassati in celle sovraffollate.

Benedetto Croce era un deciso avversario della statolatria. Scrive Croce, sempre in “Politica in nuce”:“Concepita la ‘moralità’ come ‘Stato etico’, e identificato questo con lo Stato politico o ‘Stato’ senz’altro, si giunge alla concezione …che la moralità concreta è tutta in quelli che governano, nell’atto che governano, e i loro avversari debbono considerarsi avversari della morale in atto, degni non solo di essere, secondo legge e fuor di legge, puniti…ma di alta condanna morale. E’, per così dire, una concezione ‘governativa’ della morale.”

Ma c’è un dissidio tra politica e morale? Nei confronti della politica “moralistica”, sì.

Croce avversario dello “Stato etico”, non poteva che essere avversario della “politica moralistica”. “Il moralista – scriveva Croce – è un pratico correttore o censore, che mira a tener saldo e inflessibile l’ideale morale, giudica le cose umane sotto l’esclusivo aspetto della ‘perfectio’, esaminando la correttezza delle singole azioni e la maggior bontà dei singoli individui…” Poi aggiunge, riferendosi allo storico etico-politico (ma che potrebbe valere anche per il politico liberale): “invece si volge a ricercare il passato in tutte le sue relazioni, nella sua logica e nella sua necessità; e, come l’interesse suo è più largo di quello della pedagogia individuale, così più largo è il suo sguardo e il suo giudizio e diversa la scala d’importanza alla quale egli si attiene, onde egli non bada tanto alla ‘perfectio’, alle azioni in ogni loro particolare e minuzia incensurabili, o alla serie delle belle azioni, moralmente ispirate ed eseguite, o alla lode della bontà dell’individuo, quanto al carattere delle azioni compiute e al significato che esse prendono nello svolgimento storico.”

Per meglio spiegare la differenza tra morale e moralistico afferma: “Il paragone migliore, che chiarisce questa differenza, è tra il grammatico o maestro di lingua e di stile, e il critico di poesia; il primo dei quali…scrutina severamente la proprietà e perfezione delle espressioni, e loda le imperfette, laddove il secondo tollera e perfino accetta le imperfezioni pur di vedersi dinanzi un’opera di vera e grande poesia.”

Perciò Croce sosteneva una visione liberale etico-politica. Scriveva in La concezione liberale come concezione della vita”, contenuta in questa raccolta: Questa concezione è metapolitica, supera la teoria formale della politica e, in certo senso, anche quella formale dell’etica, e coincide con una concezione totale del mondo e della realtà…In essa si rispecchia tutta la filosofia e la religione dell’età moderna, incentrata nell’idea della dialettica …che, mercé la diversità e l’opposizione delle forze spirituali, accresce e nobilita di continuo la vita e le conferisce il suo unico e intero significato. Su questo fondamento teoretico nasce la disposizione pratica liberale di fiducia e favore verso la varietà delle tendenze, alle quali si vuole piuttosto offrire un campo aperto perché gareggino e si provino tra loro e cooperino in concorde discordia, che non porre limiti e freni, e sottoporle a restringimenti e compressioni.”

Questa concezione etico-politica del liberalismo è stato di grande aiuto per coloro che soffrivano il regime fascista. Scriveva Norberto Bobbio in “Politica e cultura”: “Il Croce ha staccato il liberalismo come valore assoluto dalle istituzioni empiriche, mettendo l’accento sul fine e non sui mezzi. Nel momento in cui il valore era oscurato o tradito, questo suo appello alla dignità del fine fu suscitatore di energie morali come allora si richiedeva”.

Per questo la “religione della libertà” è di attualità in tempi in cui il liberalismo è “oscurato e tradito” come è provato dallo stato in cui sono ridotti i detenuti nelle nostre carceri, in confronto al fine etico-politico prescritto dalla nostra Costituzione. (bl)

INDICE: Prefazione di Giuseppe Galasso – I. Politica in nuce – II. Per la storia della filosofia della politica. Noterelle – III. Storia economica-politica e storia etico-politica – IV. La concezione liberale come concezione della vita – V. Constant e Jellinek: intorno alla differenza tra la libertà degli antichi e quella dei moderni – VI Contrasti d’ideali politici dopo il 1870 – VII. Liberismo e liberalismo – VIII. Di un equivoco concetto storico: la “borghesia” – IX. Sto e Chiesa in senso ideale e loro perpetua lotta nella storia – X. Giustizia internazionale – XI. Pessimismo storico – Appendice: Per una società di cultura politica – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


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1 dicembre 2011

UNA PASSIONE LIBERTARIA

PIERO GOBETTI “LA RIVOLUZIONE LIBERALE RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

C’è un articolo, pubblicato sul settimanale “La Rivoluzione liberale” nel novembre del 1922 (ossia appena insediatosi il ministero Mussolini, succedutosi al giolittiano Facta), che fotografa la capacità di leggere gli avvenimenti da parte del ventunenne Piero Gobetti (1901 – 1925). L’articolo è intitolato “Elogio della ghigliottina”. Scriveva il giovane torinese: “E’ doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco…Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare…che i tiranni siano tiranni, che reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro.”

Anche questo articolo è contenuto in questo libro che porta il titolo della la rivista e che aveva come sotto titolo “Saggio sulla lotta politica in Italia”.

Fu l’editore Cappelli che pubblicò nell’aprile del 1924 il libro del liberale piemontese nella collana diretta da Rodolfo Mondolfo. A dir la verità Gobetti voleva raccogliere i suoi articoli come aveva fatto Luigi Einaudi con “Gli ideali di un economista” pubblicato da “La Voce”, ma Mondolfo consigliò il giovane piemontese di utilizzare alcuni articoli ritoccandoli e raccogliendoli con una struttura più idonea ad un testo di teoria politica.

Si legge nella nota conclusiva: “Offro un libro di teoria liberale, pensato e scritto secondo un piano organico, che, mentre appare come una storia degli uomini e delle idee di questi anni vorrebbe pur significare un programma positivo e un’indicazione di metodi di studi e d’azione”.

L’edizione offerta unitamente al settimanale del Corriere della Sera porta sulla copertina questa dicitura: “Il presupposto di questo libro è che l’Italia riesca a trovare in sé la forza per superare la sua crisi e riprendere quella volontà di vita europea che parve annunciarsi, almeno in certi episodi, col Risorgimento.” Questa frase sembra scritta per la nostra attualità.

Il libro è strutturato in quattro parti ed ha una introduzione particolarmente affascinante per i giovani (almeno lo fu per me, diciottenne). “Il fine più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un’opera di pedagogisti e di predicatori: la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi, avremo educato gli altri.”

Nella prima parte si esaminano le eredità del Risorgimento. Il Risorgimento, per Gobetti fu una Rivoluzione liberale incompiuta. Lo constata, nella seconda parte, esaminando i vari soggetti politici protagonisti della lotta politica in Italia tra il 1919 e il 1922, un periodo storico cruciale che tanto ha influenzato la vita politica del nostro paese. Innanzi tutto esamina le forze liberali che non avevano saputo opporsi decentemente all’avvento del governo Mussolini. Non l’avevano fatto perché non erano state capaci di modernizzarsi. Scrive Gobetti: “La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberalismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l’azione storica dei ceti che vi sono interessati. In Italia, dove le condizioni sia economiche che politiche sono singolarmente immature, le classi e gli uomini interessati a una pratica liberale devono accontentarsi di essere una minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un’opposizione organizzata e combattiva…Se dalla negazione fascista il liberalismo fosse tratto a ridiscutere i suoi principi, a difendere i propri metodi e le proprie istituzioni, a rinnovare quella passione per la libertà da cui nacque primamente, forse l’avvenire politico del nostro popolo si potrebbe guardare con animo più sicuro”

La terza parte propone un esame delle varie questioni politiche che i liberali avrebbero dovuto sottoporre alla propria attenzione se volevano ritornare ad essere protagonisti della lotta politica.

Gaetano Salvemini e Luigi Sturzo sono riusciti a promuovere in Italia il più recente esperimento di illuminismo politico offrendo il metodo e alcuni esempi di problemismo pratico… Se la metodologia liberale è la più ripugnante ai dogmi e alle semplificazioni astratte, alle cieche fiducie e alla sicumera dei progettismi, la conoscenza dei problemi pratici si presenta per il politico come una forma e un indice di liberalismo: è un modo di aderire alle sfumature e di prolungare l’osservazione una delle vie per cui si prova l’ascesi del politico… La virtù del dubbio e della sospensione del giudizio, la capacità di dar ragione all’avversario è la miglior preparazione all’intransigenza e all’intolleranza operosa … Il liberalismo sdegna la politica dei competenti (degli interessati) perché ha elaborato un concetto della politica come disinteresse dell’uomo di governo di fronte al popolo interessato, e perché ha offerto durante il corso storico alcuni modelli assai evidenti della competenza che deve ritrovarsi nell’uomo di Stato (Cavour)… Chi sa combattere è degno di libertà”

La questione liberale non può non intrecciarsi con la “questione romana”. Scriveva: “I rapporti tra Stato e Chiesa …si potranno migliorare solo se si manterrà costante la pregiudizialità cavouriana della laicità. Si tratta di liquidare lentamente e insensibilmente gli ultimi residui di clericalismo, se non si vuole veder rinascere con singolare asprezza la lotta anticlericale. Questo programma in Italia è stato rappresentato da Luigi Sturzo, il solo che avrebbe saputo, liquidando il clericalismo con il consenso dei cattolici, evitare una reazione cruenta. L’accordo di Mussolini col Vaticano contro Sturzo segna certo il ritorno di politiche più avventurose e compromettenti ma non è ancora lecito dire quale dei tre malanni (neoguelfismo, clericalismo o anticlericalismo) ci attende in questa parentesi di politica illiberale.”

Altrettanto fondamentale per la questione liberale sono i problemi fiscali. Gobetti afferma: “In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe della vita statale: la garanzia del controllo parlamentare sulle imposte non era una esigenza, ma una formalità giuridica; il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta.

Il Parlamento italiano…esercita il controllo finanziario come esercita ogni altra funzione politica. E’ demagogico, parlamentaristico sin dal suo nascere perché è nato dalla retorica, dall’inesperienza, dal mimetismo…Una rivoluzione di contribuenti in Italia …non è possibile per la semplice ragione che non esistono contribuenti…Il popolo …doveva essere educato al parassitismo.”

L’ultima parte contiene l’esame del nuovo governo che, con preveggenza, indica l’inizio di una nuova era anche se la considera una “parentesi”.

“Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione.”

In conclusione, come sottolineava Norberto Bobbio “per Gobetti …ogni rivoluzione è liberale in quanto liberatrice. Una rivoluzione non liberale non è rivoluzione, ma reazione, controriforma, controrivoluzione.” Questa intransigente passione libertaria mi coinvolge ancora. (bl)

INDICE:Prefazione di Antonio Carioti – Introduzione – LIBRO PRIMO. L’EREDITA’ DEL RISORGIMENTO: Problemi di libertà – Diplomazia e dilettantismo – Maturità piemontese – Neoguelfismo – Critica repubblicana – Rivoluzione liberale – Socialismo di Stato – Una rivoluzione mancata – Liberismo e operai – LIBRO SECONDO. LA LOTTA POLITICA IN ITALIA: I. Liberali e democratici – II. I popolari – III. I socialisti – IV. I comunisti – V. I nazionalisti – VI. I Repubblicani – LIBRO TERZO. CRITICA LIBERALE: I. Problemismo – II. La lotta di classe e la borghesia – III. Politica ecclesiastica – IV. La proporzionale – V. La rivolta dei contribuenti – VI. Politica estera – VII. Il problema della scuola – LIBRO QUARTO. IL FASCISMO: Le ragioni dell’opposizione – Elogio della ghigliottina – La capitis deminutio delle teorie – Mussolini – Nota – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


24 novembre 2011

IL FIORE DELLA BUONA POLITICA

EMMA BONINO “I DOVERI DELLA LIBERTA’” Laterza Roma – Bari 2011

Tra le peculiarità del movimento/partito dei radicali pannelliani oltre alla nonviolenza, alla transnazionalità e al transpartitismo vi è la presenza di un notevole numero di donne che smentisce il luogo comune che la politica è affare di uomini.

Non è senza importanza che oggi in Parlamento nel gruppo parlamentare tra i nove radicali parlamentari siedono ben cinque donne e nel movimento/partito sono emerse, tra le altre, Maria Grazia Lucchiari a Padova, Monica Mischiatti a Bologna, Giulia Simi a Siena, Deborah Cianfanelli a Imperia e Anna Autorino a Napoli. Per tacere di altre attiviste (da Antonella Casu ad Antonella Spoalor, da Valeria Manieri a Sabrina Gasparrini) che hanno fornito un contributo di energie umane e culturali di un notevole livello.

Non è una caratteristica di questo primo decennio del XXI secolo. Infatti è tradizione del movimento/partito dei radicali pannelliani far emergere i meno garantiti, e tra questi le donne. Basti ricordare che alle elezioni politiche del 1974 su quattro deputati ben due erano donne e a quelle elezioni, svolte con il sistema proporzionale con collegi plurinominali, tutti i capilista erano donne. Inoltre il movimento/partito dei radicali pannelliani è stato il primo soggetto politico ad avere come segretario politico una donna, Adelaide Aglietta, che ha anche tanto contribuito nel permettere, a rischio della propria vita, il processo alle Brigate Rosse.

Emma Bonino, perciò, non è una eccezione e gode di maggior visibilità perché è diventata Commissario Europeo, Ministro della Repubblica ed ora VicePresidente del Senato.

Il libro oggi segnalato è il frutto di una intervista fatta da una giornalista del quotidiano “la Repubblica”.

“Per me la libertà è innanzitutto responsabilità, quindi diritti e doveri sono la faccia della stessa medaglia.  – Di qui il titolo del libro, quasi a rendere la libertà un dovere – “Il divorzio è oggi un diritto che non viene contestato al soggetto, all’individuo. Ma questo non significa che il divorzio non imponga dei doveri sociali, umani e perfino affettivi. Non a caso, viene regolato da una legge che impone, ad esempio, il dovere di provvedere ai figli. L’esercizio di un diritto impone dei doveri: se non per ossequio a un’etica, sicuramente per rispetto di una legge. L’esercizio di un diritto non toglie nulla alla consapevolezza del vincolo, alla pratica del dovere; l’esercizio di un diritto esige anche, o impone, un certo grado di responsabilità sociale.”

Si sente una eco di Mazzini in queste parole. La Bonino, come Mazzini, pur amando la patria italiana ha un forte interesse per l’Europa. “La mia idea è che l’Europa non è un progetto geografico né un progetto religioso. E’ un progetto politico. – così dichiara all’intervistatrice – L’identità europea è un’identità politica, in evoluzione. E’ una identità che partendo da tre fondamenta comuni (Stato di diritto, libertà e democrazia) è la più adeguata a produrre ‘cittadini’ con sensibilità. Coscienza, interessi e un pizzico di fierezza europea.” Altro che radici cristiane! Come rifiutare l’adesione, all’Unione Europea, della Turchia ora che potrebbe essere l’esempio dello stato laico per i paesi con popolazione musulmana?

Ma qual’è la radice dell’europeismo di Emma Bonino?

“L’insegnamento del Manifesto di Ventotene resta valido nel suo nocciolo fondamentale: il superamento del nazionalismo come peste bubbonica e foriero di tensioni che sono sfociate in guerre anche secolari. Il sistema federale, secondo me, rimane uno degli insegnamenti più validi, proprio in termini di metodologia politica.”

Dicevo che una delle peculiarità del movimento/partito dei radicali pannelliani è la teoria e la pratica della nonviolenza. Così la Bonino: “La nonviolenza è uno strumento e al tempo stesso un fine: è il metodo che mette in prima linea il principio che i mezzi determinano i fini. La nonviolenza, quindi, non significa automaticamente libertà; prefigura, invece, con coerenza anche di prassi, la società che vorremmo; e cioè una società che non sia priva di conflitti, ma che sappia risolverli. E’ la regola, la legge, lo Stato di diritto che deve, o dovrebbe, trovare una soluzione al conflitto.”

Conclusione: senza Stato di diritto non ci sono diritti.

Perdonatemi la retorica, ma la lettura di questo libro mi ha confortato perché ho sentito il profumo del fiore della buona politica. (bl)

INDICE: I. Senza Stato di diritto non ci sono diritti – II. “Learning by doing”, imparare facendo – III. La caricature della libertà: tra pubblici divieti e licenze private – IV. Dov’è l’Europa – V. Il mercato,la libertà e le regole – VI. L’altra metà del mondo – VII. Il corpo della politica – VIII. Conflitti, pacifismo e nonviolenza – IX Libertà d’informare, diritto di sapere.


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24 novembre 2011

LIBERALE E CATTOLICO

LUIGI STURZO “APPELLO AI LIBERI E FORTI” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Secondo Gaetano Salvemini Sturzo “discuteva e lasciava discutere su tutto, con una libertà di spirito, che raramente avevo trovato nei così detti liberi pensatori E aggiungerò - prosegue Salvemini - che è un liberale. Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre” Così si legge nel libro “Dai ricordi di un fuoriuscito 1922-1933” pubblicato nel 2002.

A 140 anni dalla nascita, a 92 anni dall’appello “ai liberi e forti”, a 65 anni dal rientri in Italia dopo un esilio di oltre vent’anni, a 52 anni dalla morte sono pochi quelli che conoscono don Luigi Sturzo, politico, sociologo e prete cattolico. Eppure era (ed è) una delle personalità più interessanti del XX secolo italiano.

Scrive Dario Antiseri, sul Corriere della sera di qualche giorno fa,: “È stata davvero una disgrazia per la storia del nostro Paese che l' insegnamento di don Sturzo sia stato avversato e calpestato da tutti gli statalisti annidati nei partiti che di volta in volta hanno governato l' Italia”

Infatti Sturzo così affermava nell’appello “Ai liberi e forti” del 1919: “Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni -, che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”.

“Dall’esilio, Luigi Sturzo, non è mai completamente tornato.” Così scrive Gabriella Fanello Marcucci in un bel libro sulla vita e le battaglie del fondatore del Partito Popolare Italiano. “Rientrò, fisicamente, in Italia il 6 settembre 1946…ma i suoi scritti, il suo pensiero, il patrimonio culturale e politico che egli aveva costruito nei quasi ventidue anni di esilio non rientrarono con lui, non ebbero in Italia né cittadinanza né circolazione. Non per divieti, ma per noncuranza, per inconsapevolezza e talvolta anche per colposi silenzi. Le sue opere, pubblicate in opera omnia, non hanno avuto una diffusione adeguata e soprattutto sono state lette da pochissimi.”

Luigi Sturzo fu un deciso avversario della partitocrazia. “Il virus fascista era penetrato nelle ossa anche della fresca gioventù italiana del 1946…non c’era più il partito unico…oggi vi sono i partiti collegati…il partito è un potere non responsabile; non risponde nemmeno agli elettori che gli danno il voto, né ai sostenitori che gli danno i mezzi: un partito, per definizione, non ha mezzi propri. …E’ perciò che io, e con me gli italiani pensosi delle sorti del Paese, vogliamo riaffermato e rafforzato lo Stato di diritto in democrazia parlamentare, e non vogliamo affatto lo Stato della partitocrazia.” Così scriveva in un articolo pubblicato da Il Giornale d’Italia il 9 agosto 1955.

Lamentava, in un articolo pubblicato da “Il Mondo” di Pannunzio il 7 aprile 1951, la mancanza in Italia di un’alternativa alla Democrazia Cristiana che possa definirsi “con la formula inglese, opposizione di Sua Maestà; cioè una minoranza costituzionale che sia in posizione di alternarsi al potere con il partito (o coalizione di partiti) che nella legislazione in corso tiene la maggioranza.”

Oltre ad essere antistatalista, antipartitocratico, e simpatizzante per il sistema politico anglosassone, Sturzo era anche un meridionalista del livello di un Giustino Fortunato. “La questione meridionale è un problema dell’Italia intera”: così aveva affermato in un discorso tenuto a Napoli il 18 gennaio 1923.

L’aspetto più significativo del sacerdote cattolico siciliano era la sua convinzione della necessità di non confondere la fede religiosa con l’iniziativa politica. Disse al congresso costituente del Partito Popolare nel giugno del 1919 “E’ superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione.”

Perciò il cattolico può impegnarsi nella lotta politica senza essere clericale o democristiano. I cattolici, quindi, possono recuperare il tempo perduto fornendo energie nuove ai riformatori rinunciando a ostacolare il liberalismo, la modernità e a occupare il potere. (bl)

Indice: Prefazione di Marco Garzonio – Parte I. Le premesse di un impegno – Parte II. Il Partito Popolare – Parte III. Nell’Italia repubblicana – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


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