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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
21 dicembre 2009

IL COSTO DELLA POLITICA

FOCUS.

IL COSTO DELLA POLITICA LA CORTE DEI CONTI


IL RAPPORTO PUBBLICATO SU INTERNET INDICA UN GUADAGNO DEL 270% IN UN QUINQUENNIO


IL LIMITE PER ACCEDERE AL PARLAMENTO:

ESISTE UNA SOGLIA DI SBARRAMENTO DEL 4%, MA PER OTTENERE I CONTRIBUTI E' SUFFICIENTE RAGGIUNGERE L' 1%


QUATTRO EURO RIMBORSATI PER OGNUNO SPESO


di SERGIO RIZZO dal CORRIERE DELLA SERA del 18 dicembre 2009

 

Un meccanismo studiato per aggirare i risultati devastanti della consultazione popolare promossa dai radicali con il referendum del 1993.


Per limitare l' enorme esborso di denaro pubblico la Corte chiede una norma che almeno eviti l' erogazione degli interessi legali Così tutti i partiti usano le elezioni per finanziarsi: per il voto 2008 investiti 136 milioni, ne riceveranno 503.


Come moltiplicare per undici il capitale, in soli cinque anni e senza il minimo rischio?


Chiedere consigli dalle parti del Carroccio, dove sono riusciti senza sforzo nell' impresa. Non è uno scherzo: per la campagna elettorale delle politiche 2008 la Lega Nord ha speso 3 milioni 476 mila 704 euro e incasserà dallo Stato 41 milioni 384 mila euro. La differenza è di quasi 38 milioni, un rendimento che non si ricordava dai tempi dell' ubriacatura da net economy: 218% l' anno. A dire il vero, nemmeno gli altri partiti che hanno partecipato a quelle elezioni si possono lamentare. Come dimostra il documentatissimo referto che la Corte dei conti ha appena pubblicato di nuovo sul proprio sito Internet, dopo anni in cui si era deciso di recapitare esclusivamente alle Camere quei rapporti, che restavano così, pubblici ma al riparo dalla pubblicità, avvolti in un consolante riserbo. Dal 2008 al 2012, dicono i magistrati contabili, i partiti intascheranno oltre 503 milioni a titolo di «rimborso» per le spese elettorali sostenute durante le ultime politiche. Anche se questa è una definizione ipocrita, volendo essere teneri. Si può forse definire «rimborso» il pagamento di una somma pari al quadruplo quasi di quella effettivamente spesa? Per la campagna elettorale del 2008 tutti i partiti hanno investito 136 milioni, ma intascheranno 503 milioni, ossia 367 in più. Il guadagno è del 270% in un quinquennio. Questo è possibile perché le norme approvate (da tutti i partiti, con qualche encomiabile eccezione radicale) dopo il referendum che nel 1993 avrebbe abolito il finanziamento pubblico della politica stabiliscono per chi partecipa alle elezioni un «rimborso» proporzionato ai voti raccolti.


Ma non commisurato alle spese effettivamente sostenute, bensì forfettario. E qui sta il trucco. I partiti hanno diritto a spartirsi ogni anno circa 200 milioni, sia pure con una riduzione del 10% introdotta con la Finanziaria 2008. Ovvero quattro euro l' anno per ogni elettore: un euro per la Camera, uno per il Senato, uno per le europee e uno per le regionali. In cinque anni, cioè in un ciclo elettorale completo, fa un miliardo di euro tondo, duemila miliardi delle vecchie lire. Sempre che non intervenga, come è accaduto nel 2008, la scadenza anticipata della legislatura. Perché con una leggina approvata poco prima delle elezioni del 2006 si è deciso che i rimborsi continuano a correre anche nel caso di elezioni anticipate. Ecco perciò che per tre anni, fino al 2010, ai partiti toccherà razione doppia di rimborsi per le elezioni politiche, dettaglio che porterà i loro incassi dai «normali» 200 milioni l' anno a quasi 300. Un record europeo assoluto ottenuto grazie a una parolina magica che i politici continuano a usare a dispetto di ogni evidenza. Sull' ipocrisia del termine «rimborso» concorda la stessa Corte dei conti, ricordando nell' ultimo referto «che quello che viene normativamente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento». Un finanziamento frutto di un meccanismo diabolico, studiato per aggirare i risultati devastanti di quella consultazione popolare del 1993 promossa dai radicali che ebbe un consenso mai più raggiunto (l' 85%) da un referendum. Governato da regole, se possibile, ancora più diaboliche. Per esempio, quella secondo cui l' euro pro capite l' anno per ogni tornata elettorale si calcola non su quanti effettivamente si recano alle urne (circa 37 milioni e mezzo alle ultime politiche) ma sul numero degli iscritti alle liste elettorali della Camera: 50 milioni 66 mila 615.


Così anche i rimborsi del Senato, dove gli elettori sono tre o quattro milioni di meno, si calcolano sempre su quel parametro. Altra regola diabolica: per accedere al Parlamento esiste una soglia di sbarramento del 4%, ma per ottenere i contributi è sufficiente raggiungere l' 1%. Accade così che la Destra, formazione politica che aveva presentato Daniela Santanché come candidata premier, e con il 2% rimasta fuori dal Parlamento, ha avuto in dote rimborsi per 6,2 milioni di euro: 3,7 milioni più di quanto aveva speso per la campagna elettorale. E chi non arriva nemmeno al fatidico 1%? Non prende i soldi. Ma i denari non vanno certamente perduti, perché se li dividono gli altri. Dopo le elezioni del 2008 sono stati distribuiti in questo modo un paio di milioni. Ed è piovuto, ovviamente, sul bagnato. Il Popolo della Libertà ha speso per la campagna elettorale 68 milioni e mezzo? Avrà rimborsi per 206 milioni e mezzo in cinque anni. Il guadagno è di oltre il 200%. Ancora meglio è andata al Partito democratico (l' unico ad avere il bilancio certificato) che avendo investito 18,4 milioni ne porterà a casa 180,2.


Per non parlare dell' Italia dei Valori di Antonio Di Pietro: 4,4 milioni spesi, 21,6 incassati. Perfino l' Udc, che in occasione della campagna elettorale del 2008 ha prodotto uno sforzo finanziario immane, inferiore soltanto a quello del partito di Silvio Berlusconi, con un investimento di quasi 21 milioni, ha chiuso in attivo per 5 milioni. Ottima anche la performance del Movimento per l' autonomia di Raffaele Lombardo, che potrà contare su rimborsi pari a quasi sei volte la somma spesa. Non è andata invece affatto bene alla Sinistra arcobaleno, che per la campagna elettorale aveva messo sul piatto qualcosa come 11 milioni di euro, senza tuttavia riuscire a superare la soglia di sbarramento. Perderà 1,9 milioni in cinque anni. Pazienza: ci sono sempre i generosi contributi elettorali della precedente legislatura, che continueranno a correre ancora per tre anni. Nel 2006 il record che è oggi della Lega Nord apparteneva a Rifondazione comunista, che con un investimento di neanche 2,8 milioni aveva raggranellato contributi per una cifra astronomica. Cioè, 34 milioni e mezzo di euro.


La semplificazione del panorama politico seguita alla nascita del Popolo della Libertà e del Partito democratico ha avuto, com' era logico, anche conseguenze finanziarie non trascurabili, come testimoniano le cifre racchiuse nel rapporto del collegio di magistrati contabili, presieduto da Rita Arrigoni, che ha passato al setaccio le spese elettorali del 2008. Conseguenze che hanno avvantaggiato notevolmente i partiti maggiori.


Illuminante è il confronto con le elezioni politiche del 2006. Allora Alleanza nazionale e Forza Italia, che due anni più tardi hanno dato vita al Popolo della Libertà, avevano speso 80 milioni e mezzo, incassandone 191. L' Ulivo e la Margherita avevano invece ottenuto rimborsi per 108 milioni a fronte di 23,5 milioni di investimenti elettorali. Cifre enormi, cresciute negli anni in modo abnorme. Soprattutto a partire dal 2001, quando, con un blitz fulmineo in Parlamento, la misura del contributo unitario a carico di ogni elettore venne portata da 800 lire a un euro l' anno per ogni votazione. Una valanga di denaro si è riversata da allora nelle casse dei partiti, con il risultato di far lievitare in modo incontrollato anche le spese elettorali. Per le elezioni politiche del 1996 tutti i partiti spesero l' equivalente di 19,8 milioni di euro. Cinque anni più tardi, 49,6 milioni. Nel 2006, 122,8 milioni. E l' anno scorso 136 milioni: sette volte più che nel 1996. Dai 35 centesimi per elettore delle politiche del 1996, si è saliti a un euro nel 2001, a 2 euro e 47 centesimi nel 2006 e a 2 euro e 71 centesimi soltanto un paio d' anni più tardi. Tutto questo mentre i contributi versati dallo Stato salivano inesorabilmente da 83 centesimi a 9 euro e 63 centesimi, fino a 10 euro per quinquennio per entrambi i rami del Parlamento. Impressionante. Come impressionante è il volume di risorse che dalle elezioni politiche del 1994, le prime della cosiddetta Seconda Repubblica, è affluito verso la politica con il sistema dei rimborsi. Secondo la Corte dei conti si tratta di una cifra pari a 2 miliardi 253 milioni di euro. Una somma capace di generare un «utile netto» di un miliardo 674 milioni di euro rispetto ai 579 milioni di spese elettorali. Con una progressione geometrica. Se nel 1994 la differenza fra i contributi statali e le spese documentate per la campagna elettorale superava appena i 10 milioni di euro, nel 2008 è stata 36 volte maggiore. Un fatto che dimostra, se ce ne fosse stato il bisogno, che si è ormai passata la misura. E che decisioni come quella presa nella Finanziaria del 2008, con cui i contributi elettorali sono stati ridotti di 20 milioni l' anno, non rappresentano altro che palliativi.


«Un segnale», lo definisce infatti la Corte dei conti, ribadendo «l' esigenza di correlare, almeno in parte, l' ammontare del contributo statale alle spese elettorali effettivamente sostenute dai partiti». Anche perché, oltre al danno, c' è pure la beffa.


Ricordano, i magistrati contabili, che nel caso in cui si vedano erogare in ritardo i rimborsi ai quali hanno diritto, i partiti hanno diritto a pretendere dallo Stato il pagamento degli interessi legali. E se «è indubbio» che questo «risponde ai comuni principi civilistici», c' è scritto nel rapporto della Corte dei conti, «è pur vero che, a fronte di rimborsi che superano di gran lunga le spese effettivamente sostenute dai partiti nelle campagne elettorali, l' introduzione di una norma che ne preveda l' erogazione senza interessi legali eliminerebbe l' effetto espansivo di impiego di risorse pubbliche, che appare già fortemente squilibrato a vantaggio dei partiti». Insomma, se proprio non si vuole usare l' accetta, che ci si metta una mano sulla coscienza. Almeno quella.


14 ottobre 2007

Ancora sui costi del regime

(13 ottobre, 2007) - Corriere della Sera

I COSTI DEI PALAZZI ARRIVANO A DUE MILIARDI. NONOSTANTE PROMESSE, IMPEGNI E GIURAMENTI

LE SPESE DELLA POLITICA? 53 MILIONI DI EURO IN PIÙ

di GIAN ANTONIO STELLA e SERGIO RIZZO

 

Bastava tagliare un euro. Soltanto un piccolo, insignificante euro e per la prima volta nella storia dell' Italia repubblicana il costo degli organi costituzionali avrebbe avuto davanti il segno meno. Invece no: aumenterà anche nel 2008. Di oltre 53 milioni di euro. A dispetto di tutte le promesse, gli impegni e i giuramenti spesi per rassicurare un' opinione pubblica in fibrillazione. Lo dice, spazzando via mesi di pensosi bla bla, la tabella a pagina 279 dell' Atto Senato 1818, cioè il disegno di legge del bilancio dello Stato per il prossimo anno che accompagna la legge finanziaria. Lì c' è una bella sorpresa.

Nel disegno di legge del bilancio dello Stato un aumento del 2,74 per cento per il mantenimento dei sei organi istituzionali Tagli «svaniti», il Palazzo costa sempre di più Dalle Camere alla Consulta: spese cresciute di 53 milioni In quella tabella si spiega che gli «oneri comuni di parte corrente» a carico del ministero dell' Economia per gli organi costituzionali, vale a dire le spese di Camera, Senato, Quirinale, Corte costituzionale, Cnel e Consiglio superiore della magistratura ammonteranno l' anno prossimo a 1.998.914.863 euro. Poco più che un milioncino sotto la soglia fatidica dei due miliardi. Una scelta dovuta forse al pudore. O al tentativo di seguire le vecchie regole raccomandate dai maghi della pubblicità per far digerire al cliente una cifra indigesta: molto meglio appiccicare una targhetta di 9,99 dollari piuttosto che 10,1. Certo, la differenza è minima. Ma psicologicamente Eppure i numeri, si sa, sono impietosi. E dicono appunto che i sei organi citati, che nel 2007 sono pesati sulle pubbliche casse per un totale di 1.945.560.992 euro, ne peseranno l' anno entrante 53.353.871 in più. Cento miliardi delle vecchie lire. Con un aumento del 2,74%. Un punto in più rispetto all' inflazione, ferma all' 1,7%. Il che significa che, al momento di fare l' addizione, la spesa supplementare sarà tre volte superiore a quei miseri 18 milioni di euro che il ministro dell' attuazione del programma Giulio Santagata diceva di essere riuscito a tagliare faticosamente nella scorsa primavera con un giro di vite su convegni, pubblicità, enti e commissioni inutili e qualche spesa dei ministeri. E superiore alla somma che lo Stato spende ogni anno per l' «integrazione sociale» degli immigrati (50 milioni). O a quella (ancora 50 milioni) che dovrebbe essere stanziata per le vittime dell' amianto. A una prima lettura, a dire il vero, il quadro sembrerebbe ancora più nero. L' anno scorso, alle stesse voci, c' erano infatti 1.774.024.973 euro. Il che farebbe pensare a una mostruosa impennata nei costi delle principali strutture ai vertici del Paese di oltre duecento milioni di euro. Ma il confronto, che sarebbe disastroso agli occhi dei cittadini, è improponibile: le voci messe a bilancio sono state infatti spostate, riscritte, accorpate, ridisegnate fino al punto che da non potere essere messe sullo stesso piano. Altrettanto ingiusto sarebbe caricare l' aumento dei costi, alcuni dei quali crescono per forza d' inerzia, sulle sole spalle del centrosinistra: i numeri dicono che nei cinque anni della scorsa legislatura, quando il centrodestra aveva una maggioranza larghissima, i costi degli stessi organi costituzionali di cui parliamo ora aumentarono del 24% oltre l' inflazione. Per non dire dei casi specifici del Quirinale (più 41,9%) o del Senato: più 38,9%. Il nocciolo della questione, però, resta: nel momento di massima spinta a tagliare, i costi dei «Palazzi» principali crescono ancora. Ma sicuro, nelle tabelle disaggregate qualche taglio c' è. Il ministero di Rosy Bindi dovrebbe perdere 40 milioni (da 320 a79 a 34 milioni. Quelli per le pari opportunità da 52 a 45. E per risparmiare qualcosa vanno a raschiare anche nei conti della Protezione Civile: il fondo per fare funzionare il dipartimento sarà dimezzato: da 78 a 39 milioni. Le voci principali della «macchina», però, vedono aumenti, aumenti, aumenti. Il «fondo per il funzionamento della Presidenza del Consiglio» passa dai 399.316.327 di quest' anno a 433.882.000, con una crescita di quasi 35 milioni. Le spese per mantenere la Camera salgono da 961.800.000 a 990.500.000: più 28 milioni. Quelle per il Senato da 503 milioni a 519: più 16. Quelle per la Corte Costituzionale da 51 a 53 milioni: più due. Calano un pochino i costi del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia e di altre cose di secondo piano. Restano quasi al palo la Corte dei Conti, che però quest' anno è costata 299 milioni di euro e cioè 26 in più rispetto al 2006 (un aumento dell' 8%: e meno male che i magistrati contabili invitano gli altri a tagliare, tagliare, tagliare) e il Quirinale. Dove i costi sono sì aumentati da 224 a 241 milioni (il quadruplo di Buckingham Palace, otto volte più della Presidenza tedesca, 27 volte più di quella finlandese, anche se si tratta di un paese «appena» dieci volte meno popoloso dell' Italia). Ma quei 17 milioni di euro in più non saranno chiesti al Tesoro bensì recuperati autonomamente. Quest' anno. Perché il prossimo, invece, la dotazione statale aumenterà ancora di 6,5 milioni (compresi 3.568 euro che serviranno a portare l' assegno personale del presidente da 222.993 a 226.561 euro lordi). E' il 2,97%, in più, anche in questo caso ben oltre l' inflazione. Direte: non si tratta sempre e comunque, a prenderli di qua o di là, di soldi pubblici? E' così. Ed è qui che, dopo avere visto quanto sia difficile fermare la corsa di una macchina impazzita, per quanta buona volontà possa essere impiegata nel risanamento, che Giorgio Napolitano si trova a dover gestire un passaggio delicato. Aprire o no i libri alla totale trasparenza, nonostante la Corte Costituzionale abbia già offerto in passato la sua copertura alla scelta di mantenere un velo di riservatezza? Una decisione non facile. Soprattutto in un momento come questo. Ma è qui che verrebbe voglia di parafrasare Primo Levi: se non ora, quando?

 

(13 ottobre, 2007) - Corriere della Sera

IL DUBBIO

PIÙ STATO, PIÙ AUTO BLU SOLO UNA CURA DIMAGRANTE RIDURREBBE GLI SPRECHI

di PIERO OSTELLINO.

 

Questo apparato ipertrofico spende più del 50% della ricchezza prodotta dal Paese

Immagino che il ministro dell' Economia, Tommaso Padoa-Schioppa - che è persona amabile e certamente competente - se ne avrebbe giustamente a male se si dicesse di lui che è ministro dell' Economia perché è il solo economista nei confronti del quale quel modesto economista che è Romano Prodi non soffra di un complesso di inferiorità. Ma, allora, Padoa-Schioppa non deve nemmeno sorprendersi che gli italiani si siano sentiti presi per i fondelli e se ne siano avuti a male perché lui ha definito «bamboccioni» i loro figli, che restano in famiglia a lungo perché non trovano un lavoro decente, e «bellissime» le tasse. Diciamo «utili» perché consentono allo Stato di produrre beni pubblici ? Giusto. Lo diceva anche Adam Smith due secoli e mezzo fa e lo hanno ripetuto successivamente tutti i filosofi e gli economisti liberali, da Benjamin Constant a Bastiat, fino a Hayek. Giusto, ma a due condizioni. La prima, che non si attribuisca al pagamento della tasse una natura morale - che puzza di Stato etico e implica un' obbligazione in una sola direzione (il cittadino) - ma quella di «patto» fra cittadino e Stato: io do una cosa a te (una parte dei miei guadagni) e tu dai una cosa a me (certi beni che il mercato non mi procura o solo a caro prezzo). La seconda, e conseguente, è pacta sunt servanda, che implica un' obbligazione nelle due direzioni, anche da parte dello Stato. Fra i beni pubblici che il ministro dell' Economia ha citato c' è la sicurezza interna. Ma si dà il caso che, mentre il Sud è nelle mani della criminalità organizzata, al Nord reati come i furti d' auto, negli appartamenti, per non parlare degli scippi, siano ormai di fatto derubricati in quanto le forze dell' ordine non sono più in grado di perseguirli. Si dà, altresì, il caso che «questo» Stato spenda più del 50 per cento della ricchezza prodotta; prelevi più del 50 per cento del reddito di chi le tasse le paga (l' 81 per cento dei contribuenti è costituito dai lavoratori a reddito fisso). E poi lasci il Paese senza le infrastrutture necessarie a una economia industriale; faccia divorare dalle pulci i passeggeri dei suoi treni (non sempre in orario); non tuteli i meno abbienti, ma favorisca i furbi che nelle pieghe del clientelismo statale trovano il modo di succhiare sussidi e prebende. Insomma, se qui c' è qualcuno che non rispetta i patti non sono solo gli evasori - che vanno snidati - ma lo Stato. Si dà infine il caso, a questo proposito, che il nostro presidente del Consiglio che, per quanto modesto, è pur sempre un economista, continui a ripetere la formula - per giustificare il rifiuto di abbassare le tasse - «paghiamo tutti, pagheremo meno», contro la realtà dei Paesi dove la tassazione è più bassa (curva di Laffer) che dice, invece, il contrario: «paghiamo meno, pagheremo tutti». Ora, si sta perpetrando ai danni del cittadino un' altra truffa. Si cerca di far passare per «anti-politica», poco meno di un tentativo di sovversione delle istituzioni democratiche, il malessere popolare del quale il successo di un libro (La Casta) e di un comico (Grillo) sono solo la spia e la valvola di sfogo di fronte agli sprechi di uno Stato ipertrofico. Eppure, il criterio di giudizio sarebbe semplice: più Stato, più auto blu; meno Stato, meno potere alla Casta. Altrettanto semplice sarebbe il rimedio: una cura dimagrante dello Stato. Ma chi lo tocca in un Paese dove c' è chi crede che fra i suoi compiti debba esserci anche la tutela delle mogli tradite dai mariti che vanno a puttane, e il governo si affida alle mogli, multandone e denunciandone i mariti, per far fare loro ciò che esso - altra inadempienza del patto - non sa fare, togliere la prostituzione dalle strade? Protestiamo, ma abbiamo lo Stato e i governi che ci meritiamo.

 


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18 giugno 2007

INDENNITA’ ASSEGNI E PRIVILEGI DEI DEPUTATI

* LA CASTA

Indennità lorda : 11.703,64 euro mensili (per 12 mesi).

Diaria: 4.003,11 euro mensili (ridotta di 206,58 euro per ogni giorno di assenza nelle sedute con votazioni).

Contributo per i collaboratori e il rapporto con gli elettori: 4.190 euro (per 12 mesi).

Assegno di fine mandato: 80% dell’importo mensile per ogni anno di mandato o frazione non inferiore a se mesi.

Assegno vitalizio: a 65 anni riducibili a 60 in base al numero di anni del mandato, dal 25% all’80% dell’indennità.

Pedaggio autostradale gratis sulla rete italiana.

Libera circolazione sui treni italiani.

Libera circolazione sui traghetti in Italia.

Voli aerei nazionali gratuiti.

Trasferimento dalla residenza all’aeroporto e tra Fiumicino e Montecitorio: 3.323,70 euro (dimezzato per gli eletti nel collegio Lazio 1).

Trasferimento dalla residenza per chi dista più di 100 chilometri dall’aeroporto più vicino: 3.995,10 euro.

Rimborso annuale per viaggi all’estero: 3.100,00 euro.

Barberia a prezzi scontati (gratis per i senatori).

Libero ingresso nei cinema e nei teatri.

Assicurazione contro il furto di oggetti nei locali delle Camere.

Conto corrente presso l’Agenzia del Banco di Napoli alla Camera senza spese e con interesse del 3,30% lordo annuo.

(da S. Rizzo e G.A. Stella “LA CASTA” Rizzoli, Milano 2007)


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26 maggio 2007

Finanziamento pubblico dei partiti

ED HANNO LA FACCIA DI BRONZO DI CHIAMARLO “RIMBORSO”!

Il 18 aprile del 1993 oltre il 90% dei votanti appoggiò il referendum abrogativo del finanziamento pubblico dei partiti. Oltre 31 milioni di cittadini italiani ritennero ingiusto dover contribuire forzatamente al finanziamento anche di partiti ritenuti dannosi.

Dopo vari provvedimenti controriformatori il Parlamento con la legge n. 156 del 2002 si introdusse il principio secondo il quale ogni cittadino iscritto alle liste elettorali  (anche se non va a votare) vale un euro, per ogni anno di legislatura (in tutto 5 euro in 5 anni di legislatura). Per il 2006 il finanziamento pubblico ai partiti è ammontato a  € 199.481.765,00

Il finanziamento pubblico, denominato ipocritamente “rimborso elettorale”, è goduto da tutti i partiti o movimenti che hanno superato la soglia dell'1% dei consensi.

Per ogni elezione il singolo partito avrà il finanziamento in proporzione alla percentuale dei voti ottenuti invece che in rapporto ai voti effettivamente ottenuti e viene elargito ogni anno anche nel caso in cui la legislatura dovesse interrompersi anticipatamente.

 

Europee 2004

Partiti

Spese

Finanziamento pubblico

Utile

Utile x ogni euro di spesa

Forza Italia

34.414.781

53.948.401

19.533.620

1,56

Ulivo

10.287.174

80.101.979

69.814.805

7,78

AN

13.912.466

29.617.490

15.705.024

2,12

Udeur

1.109.421

3.322.494

1.109.421

2,99

A. Mussolini

523.589

3.175485

2.651.896

6,06

Lista Pannella

6.822.648

5.798.380

-1.024.268

0,85

Verdi

2.556.288

6.367.645

3.811.357

2,49

Lega Nord

2.160.388

12.789.147

10.628.759

5,91

Fiamma tricolore

23.302

1.898.995

1.875.693

81,49

Pdci

528.331

6.242.864

5.714.533

11.81

Rif. comunista

1.198.390

15.613.053

14.414.663

13,02

Partito pensionati

16.435

2.967.155

2.950.720

180,53

Nuovo PSI

923.570

5.266.739

4.343.169

5,7

SVP

234.973

1.160.070

925.097

4,75

Udc

11.045.054

15.176.710

4.131.656

1,37

(dati e rielaborazione da S. Rizzo e G. A. Stella “La casta” Rizzoli Milano 2007)





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