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“[…] Chi cerca nella libertà altra cosa che la libertà stessa è fatto per servire […]” (Alexis de Tocqueville)

 
24 novembre 2011

IL FIORE DELLA BUONA POLITICA

EMMA BONINO “I DOVERI DELLA LIBERTA’” Laterza Roma – Bari 2011

Tra le peculiarità del movimento/partito dei radicali pannelliani oltre alla nonviolenza, alla transnazionalità e al transpartitismo vi è la presenza di un notevole numero di donne che smentisce il luogo comune che la politica è affare di uomini.

Non è senza importanza che oggi in Parlamento nel gruppo parlamentare tra i nove radicali parlamentari siedono ben cinque donne e nel movimento/partito sono emerse, tra le altre, Maria Grazia Lucchiari a Padova, Monica Mischiatti a Bologna, Giulia Simi a Siena, Deborah Cianfanelli a Imperia e Anna Autorino a Napoli. Per tacere di altre attiviste (da Antonella Casu ad Antonella Spoalor, da Valeria Manieri a Sabrina Gasparrini) che hanno fornito un contributo di energie umane e culturali di un notevole livello.

Non è una caratteristica di questo primo decennio del XXI secolo. Infatti è tradizione del movimento/partito dei radicali pannelliani far emergere i meno garantiti, e tra questi le donne. Basti ricordare che alle elezioni politiche del 1974 su quattro deputati ben due erano donne e a quelle elezioni, svolte con il sistema proporzionale con collegi plurinominali, tutti i capilista erano donne. Inoltre il movimento/partito dei radicali pannelliani è stato il primo soggetto politico ad avere come segretario politico una donna, Adelaide Aglietta, che ha anche tanto contribuito nel permettere, a rischio della propria vita, il processo alle Brigate Rosse.

Emma Bonino, perciò, non è una eccezione e gode di maggior visibilità perché è diventata Commissario Europeo, Ministro della Repubblica ed ora VicePresidente del Senato.

Il libro oggi segnalato è il frutto di una intervista fatta da una giornalista del quotidiano “la Repubblica”.

“Per me la libertà è innanzitutto responsabilità, quindi diritti e doveri sono la faccia della stessa medaglia.  – Di qui il titolo del libro, quasi a rendere la libertà un dovere – “Il divorzio è oggi un diritto che non viene contestato al soggetto, all’individuo. Ma questo non significa che il divorzio non imponga dei doveri sociali, umani e perfino affettivi. Non a caso, viene regolato da una legge che impone, ad esempio, il dovere di provvedere ai figli. L’esercizio di un diritto impone dei doveri: se non per ossequio a un’etica, sicuramente per rispetto di una legge. L’esercizio di un diritto non toglie nulla alla consapevolezza del vincolo, alla pratica del dovere; l’esercizio di un diritto esige anche, o impone, un certo grado di responsabilità sociale.”

Si sente una eco di Mazzini in queste parole. La Bonino, come Mazzini, pur amando la patria italiana ha un forte interesse per l’Europa. “La mia idea è che l’Europa non è un progetto geografico né un progetto religioso. E’ un progetto politico. – così dichiara all’intervistatrice – L’identità europea è un’identità politica, in evoluzione. E’ una identità che partendo da tre fondamenta comuni (Stato di diritto, libertà e democrazia) è la più adeguata a produrre ‘cittadini’ con sensibilità. Coscienza, interessi e un pizzico di fierezza europea.” Altro che radici cristiane! Come rifiutare l’adesione, all’Unione Europea, della Turchia ora che potrebbe essere l’esempio dello stato laico per i paesi con popolazione musulmana?

Ma qual’è la radice dell’europeismo di Emma Bonino?

“L’insegnamento del Manifesto di Ventotene resta valido nel suo nocciolo fondamentale: il superamento del nazionalismo come peste bubbonica e foriero di tensioni che sono sfociate in guerre anche secolari. Il sistema federale, secondo me, rimane uno degli insegnamenti più validi, proprio in termini di metodologia politica.”

Dicevo che una delle peculiarità del movimento/partito dei radicali pannelliani è la teoria e la pratica della nonviolenza. Così la Bonino: “La nonviolenza è uno strumento e al tempo stesso un fine: è il metodo che mette in prima linea il principio che i mezzi determinano i fini. La nonviolenza, quindi, non significa automaticamente libertà; prefigura, invece, con coerenza anche di prassi, la società che vorremmo; e cioè una società che non sia priva di conflitti, ma che sappia risolverli. E’ la regola, la legge, lo Stato di diritto che deve, o dovrebbe, trovare una soluzione al conflitto.”

Conclusione: senza Stato di diritto non ci sono diritti.

Perdonatemi la retorica, ma la lettura di questo libro mi ha confortato perché ho sentito il profumo del fiore della buona politica. (bl)

INDICE: I. Senza Stato di diritto non ci sono diritti – II. “Learning by doing”, imparare facendo – III. La caricature della libertà: tra pubblici divieti e licenze private – IV. Dov’è l’Europa – V. Il mercato,la libertà e le regole – VI. L’altra metà del mondo – VII. Il corpo della politica – VIII. Conflitti, pacifismo e nonviolenza – IX Libertà d’informare, diritto di sapere.


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24 novembre 2011

LIBERALE E CATTOLICO

LUIGI STURZO “APPELLO AI LIBERI E FORTI” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Secondo Gaetano Salvemini Sturzo “discuteva e lasciava discutere su tutto, con una libertà di spirito, che raramente avevo trovato nei così detti liberi pensatori E aggiungerò - prosegue Salvemini - che è un liberale. Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre” Così si legge nel libro “Dai ricordi di un fuoriuscito 1922-1933” pubblicato nel 2002.

A 140 anni dalla nascita, a 92 anni dall’appello “ai liberi e forti”, a 65 anni dal rientri in Italia dopo un esilio di oltre vent’anni, a 52 anni dalla morte sono pochi quelli che conoscono don Luigi Sturzo, politico, sociologo e prete cattolico. Eppure era (ed è) una delle personalità più interessanti del XX secolo italiano.

Scrive Dario Antiseri, sul Corriere della sera di qualche giorno fa,: “È stata davvero una disgrazia per la storia del nostro Paese che l' insegnamento di don Sturzo sia stato avversato e calpestato da tutti gli statalisti annidati nei partiti che di volta in volta hanno governato l' Italia”

Infatti Sturzo così affermava nell’appello “Ai liberi e forti” del 1919: “Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni -, che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”.

“Dall’esilio, Luigi Sturzo, non è mai completamente tornato.” Così scrive Gabriella Fanello Marcucci in un bel libro sulla vita e le battaglie del fondatore del Partito Popolare Italiano. “Rientrò, fisicamente, in Italia il 6 settembre 1946…ma i suoi scritti, il suo pensiero, il patrimonio culturale e politico che egli aveva costruito nei quasi ventidue anni di esilio non rientrarono con lui, non ebbero in Italia né cittadinanza né circolazione. Non per divieti, ma per noncuranza, per inconsapevolezza e talvolta anche per colposi silenzi. Le sue opere, pubblicate in opera omnia, non hanno avuto una diffusione adeguata e soprattutto sono state lette da pochissimi.”

Luigi Sturzo fu un deciso avversario della partitocrazia. “Il virus fascista era penetrato nelle ossa anche della fresca gioventù italiana del 1946…non c’era più il partito unico…oggi vi sono i partiti collegati…il partito è un potere non responsabile; non risponde nemmeno agli elettori che gli danno il voto, né ai sostenitori che gli danno i mezzi: un partito, per definizione, non ha mezzi propri. …E’ perciò che io, e con me gli italiani pensosi delle sorti del Paese, vogliamo riaffermato e rafforzato lo Stato di diritto in democrazia parlamentare, e non vogliamo affatto lo Stato della partitocrazia.” Così scriveva in un articolo pubblicato da Il Giornale d’Italia il 9 agosto 1955.

Lamentava, in un articolo pubblicato da “Il Mondo” di Pannunzio il 7 aprile 1951, la mancanza in Italia di un’alternativa alla Democrazia Cristiana che possa definirsi “con la formula inglese, opposizione di Sua Maestà; cioè una minoranza costituzionale che sia in posizione di alternarsi al potere con il partito (o coalizione di partiti) che nella legislazione in corso tiene la maggioranza.”

Oltre ad essere antistatalista, antipartitocratico, e simpatizzante per il sistema politico anglosassone, Sturzo era anche un meridionalista del livello di un Giustino Fortunato. “La questione meridionale è un problema dell’Italia intera”: così aveva affermato in un discorso tenuto a Napoli il 18 gennaio 1923.

L’aspetto più significativo del sacerdote cattolico siciliano era la sua convinzione della necessità di non confondere la fede religiosa con l’iniziativa politica. Disse al congresso costituente del Partito Popolare nel giugno del 1919 “E’ superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione.”

Perciò il cattolico può impegnarsi nella lotta politica senza essere clericale o democristiano. I cattolici, quindi, possono recuperare il tempo perduto fornendo energie nuove ai riformatori rinunciando a ostacolare il liberalismo, la modernità e a occupare il potere. (bl)

Indice: Prefazione di Marco Garzonio – Parte I. Le premesse di un impegno – Parte II. Il Partito Popolare – Parte III. Nell’Italia repubblicana – Note – Nota biografica – Nota bibliografica


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14 novembre 2011

BERLUSCONI: IL MIGLIOR PRODOTTO DEL REGIME

MICHELE SALVATI “TRE PEZZI FACILI SULL’ITALIA” Il Mulino, Bologna 2011

Si tratta di una lettura più che opportuna in questa fase della storia della nostra Repubblica postfascista. E’ interessante perché spiega il berlusconismo quale prodotto della storia e non causa della crisi. Perciò non basta “togliere di mezzo Berlusconi” per avere una democrazia c.d.“compiuta” se non proprio liberale.

Scrive Salvati: “Ciò che ho tentato di fare…è di mostrare come le difficoltà dell’Italia di oggi, anche al di là del caso Berlusconi, siano dovute a una miscela unica di eredità storiche di lungo periodo…a caratteri profondi della società civile, a un assetto costituzionale inadeguato, a un sistema politico ancora lontano da un accettabile assestamento.”

Quando ci fu la crisi del biennio 92/94 molti si illusero di aver archiviato la repubblica partitocratica e che si era dato vita ad una ‘Seconda Repubblica’. Oggi a distanza di quasi un ventennio dobbiamo riconoscere “che i due principali obiettivi della Seconda Repubblica sinora non sono stati raggiunti. Né l’obiettivo di una riforma delle politiche economiche e sociali capace di invertire la tendenza al ristagno che si è manifestata nell’ultimo decennio; né l’obiettivo di una riforma costituzionale adatta al sistema politico che si è formato dopo la crisi della Prima Repubblica”

Ma dov’è la radice di questa malattia? Stupisce (lo sottolinea anche Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 1 novembre) che Salvati, uno dei padri del Partito Democratico, la ritrova nel lungo centrosinistra che ha dominato la seconda parte della Prima Repubblica: il Partito Democratico è il risultato dell’aggregazione di quanto restava di quelle forze politiche. Forse la delusione per la mancata costituzione del “partito nuovo” è dipeso dal fatto che dall’aggregazione non si è passati all’integrazione di quelle culture (postdemocristiane e postcomuniste) con la cultura laica per dare vita ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici.

Scrive Salvati: “Tutta la seconda parte della Prima Repubblica fu governata da governi di centro-sinistra: trent’anni, se partiamo dal 1963 e arriviamo al governo Ciampi del ’93. …Siamo entrati negli ultimi dieci anni in una situazione di rallentamento economico più grave degli altri paesi europei a seguito delle scelte (e delle mancate scelte) delle classi dirigenti del centro-sinistra.”

Ad evitare malintesi Salvati precisa: “La tesi appena esposta non salva l’opposizione comunista, che è anzi l’elemento determinante di un sistema politico incapace di controllare le tensioni distributive di breve periodo e attuare le necessarie riforme strutturali.”

Attenzione, Salvati non vuole affatto assolvere il berlusconismo: “Specie negli anni 2000 si poteva fare di più e di meglio per rimediare alla pesante eredità che la Prima Repubblica aveva lasciato.”

Ma non si può buttare la croce solo addosso al ceto politico considerato, troppo semplicisticamente, una “casta”. Salvati conclude così la sua diagnosi: “E poi non si tratta solo di responsabilità del ceto politico in senso stretto: questo è un segmento della classe dirigente, anche se è quello sul quale incombe la responsabilità finale delle politiche pubbliche. I ceti capitalistici e imprenditoriali, i leader sindacali, l’alta amministrazione pubblica, e in generale i ceti dirigenti di tutti i segmenti della società civile, sono coinvolti in questo giudizio di inadeguatezza.”

Sembra la descrizione delle conseguenze del regime partitocratrico frutto della cattiva politica di un sistema che continua a contenere i germi del fascismo. Ma è chiedere troppo a chi per troppo tempo ha sostenuto questo sistema: non mi sembra che Salvati sia stato ostile alla lunga e pessima stagione del centro-sinistra!

Nonostante questo limite (a mio avviso, veniale) il libro contiene anche il tentativo di risposta al successo di Berlusconi, anzi ai successi di Berlusconi. Perché l’ascesa di Berlusconi nel ’94 non è stata arginata e soprattutto perché Berlusconi ha avuto il primo decennio del XXI secolo a sua disposizione, nonostante i palesi fallimenti delle sue promesse, le sue disavventure giudiziarie e l’immagine di una non integerrima vita privata, per non parlare dei suoi conflitti di interesse?

Che sia stato l’antiberlusconismo il miglior carburante per il successo di Berlusconi? (bl)

INDICE: Prefazione - I. La democrazia in Italia dal 1861 a oggi – II. Le origini lontane del ristagno economico presente – III. Perché Berlusconi: due nazioni?


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14 novembre 2011

Tre pezzi facili sull'Italia

“[…] Ciò che ho tentato di fare…è di mostrare come le difficoltà dell’Italia di oggi, anche al di là del caso Berlusconi, siano dovute a una miscela unica di eredità storiche di lungo periodo…a caratteri profondi della società civile, a un assetto costituzionale inadeguato, a un sistema politico ancora lontano da un accettabile assestamento. […]”

 

(cfr. MICHELE SALVATI “TRE PEZZI FACILI SULL’ITALIA” Il Mulino, Bologna 2011, pag. 125)

 

“[…] I due principali obiettivi della Seconda Repubblica sinora non sono stati raggiunti. Né l’obiettivo di una riforma delle politiche economiche e sociali capace di invertire la tendenza al ristagno che si è manifestata nell’ultimo decennio; né l’obiettivo di una riforma costituzionale adatta al sistema politico che si è formato dopo la crisi della Prima Repubblica. […]”

 

(cfr. MICHELE SALVATI “TRE PEZZI FACILI SULL’ITALIA” Il Mulino, Bologna 2011, pag. 124)

 

“[…] Tutta la seconda parte della Prima Repubblica fu governata da governi di centro-sinistra: trent’anni, se partiamo dal 1963 e arriviamo al governo Ciampi del ’93. …Siamo entrati negli ultimi dieci anni in una situazione di rallentamento economico più grave degli altri paesi europei a seguito delle scelte (e delle mancate scelte) delle classi dirigenti del centro-sinistra. La tesi appena esposta non salva l’opposizione comunista, che è anzi l’elemento determinante di un sistema politico incapace di controllare le tensioni distributive di breve periodo e attuare le necessarie riforme strutturali. Neppure salva tutti i governi della Seconda Repubblica: specie negli anni 2000 si poteva fare di più e di meglio per rimediare alla pesante eredità che la Prima Repubblica aveva lasciato. E poi non si tratta solo di responsabilità del ceto politico in senso stretto: questo è un segmento della classe dirigente, anche se è quello sul quale incombe la responsabilità finale delle politiche pubbliche. I ceti capitalistici e imprenditoriali, i leader sindacali, l’alta amministrazione pubblica, e in generale i ceti dirigenti di tutti i segmenti della società civile, sono coinvolti in questo giudizio di inadeguatezza.[…]”

 

(cfr. MICHELE SALVATI “TRE PEZZI FACILI SULL’ITALIA” Il Mulino, Bologna 2011, pagg. 62-63)


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14 novembre 2011

Lettera sulla caduta di Berlusconi

Cari amici e cari compagni,

Silvio Berlusconi ha rassegnato le dimissioni del suo quarto governo nelle mani del Presidente della Repubblica. Così facendo ha aperto la strada al conferimento dell’incarico a Mario Monti, ritenuto da molti la “riserva della Repubblica”.

Silvio Berlusconi non aveva il dovere di dimettersi perché il Parlamento non lo aveva sfiduciato. Solo in questo caso la Costituzione impone le dimissioni perché, formalmente, il nostro regime è una democrazia parlamentare. Però Berlusconi, pur godendo di un’ampia maggioranza al Senato, alla Camera aveva solo la maggioranza relativa e non quella assoluta; e un governo non può fare affidamento su di una tale maggioranza per affrontare la sfida che la finanza internazionale stava portando al debito sovrano.

A me Berlusconi non piace perché la promessa di rivoluzione liberale non l’ha mantenuta, perché ha utilizzato il potere politico per difendersi dalle sue disavventure giudiziarie, perché non ha fatto nulla per offrire una immagine integerrima della sua vita privata, perché è l’esponente più significativo del conflitto tra l’interesse privato e l’interesse pubblico.

Stavolta devo, però, riconoscergli il merito di aver scelto di farsi da parte per permettere il tentativo di una diversa difesa degli interessi nazionali.

Alcuni diranno che lo ha fatto perché costretto dallo spread dei Buoni del Tesoro italiani e dei Bund tedeschi. In una democrazia parlamentare è il Parlamento che manda a casa i governi e non certamente la finanza internazionale. Affermare che è stato sfiduciato dallo “spread” significa dargli ragione sull’esistenza di un complotto finanziario ai suoi danni. Personalmente non credo nell’esistenza di complotti, credo che il notevole debito pubblico, accumulato dal nostro paese in un lasso di tempo molto più lungo della presenza di Berlusconi al governo, ha esposto il nostro paese alla sfida della finanza internazionale.

La caduta di Berlusconi ha degli aspetti, diciamo, “sui generis”. Lo aveva notato Michele Ainis. C’è stato un preannuncio di dimissioni (o pre-dimissioni) per permettere al Presidente della Repubblica di effettuare delle pre-consultazioni e ventilare un pre-pre-incarico e si è lanciato un pre-toto-ministri. Inoltre è stata approvata una finanziaria che non sarà attuata dal governo che l’ha predisposta.

Questi aspetti provano la drammaticità della situazione che stiamo attraversando. La gazzarra scoppiata in piazza la sera del 12 novembre contraddice la serietà del momento.

Alcuni contestatori di fronte al Quirinale hanno intonato, l’altra sera, cori, insulti e lanciato monetine nei confronti del Presidente del Consiglio dimissionando.

Da una parte i tifosi del “meno male che Silvio c’è” e dall’altra i tifosi “Ho un sogno nel cuore/Berlusconi a San Vittore” sono gli effetti di un bipolarismo fondato sul berlusconismo/antiberlusconismo. Non è stato un bello spettacolo! E’ vero i deputati del centrodestra dettero uno spettacolo squallido quando Prodi venne sfiduciato in Parlamento: per festeggiare furono offerti mortadella e spumante! Ma bastano questi episodi per buttare a mare il bipolarismo? E’ necessario, perciò, tornare al sistema elettorale proporzionale con liste plurinominali e voto di preferenza? I nostalgici tenteranno questa operazione, perciò occorre vigilare.

Giovanni Sabbatucci, in un buon libro di qualche anno fa “Il trasformismo come sistema”, scriveva: “Non si può escludere che il ritorno alle regole della Prima Repubblica possa portare a una nuova pietrificazione degli equilibri di governo, cancellando quei caratteri di mobilità delle scelte elettorali e di reale competività del confronto politico che costituiscono…il principale dato positivo della stagione iniziata negli anni ’90. Gli elettori italiani…si sono abituati a partecipare a una gara autentica, in cui si decidono davvero – e si conoscono subito dopo la chiusura delle urne – il colore del governo e il nome del suo leader. Non credo che rinuncerebbero volentieri a questo privilegio, tipico delle democrazie”.

La caduta di Berlusconi potrebbe essere anche conseguenza del risveglio politico di alcuni settori cattolici che ritengono non più utilizzabile l’uomo di Arcore. (Che abbia avuto un ruolo la finanza vaticana?) Il convegno di Todi di qualche settimana fa, le esternazioni di Bagnasco e di Benedetto XVI segnalano un fermento che non lascia indifferente il centrosinistra. La professione di cattolicità di Mario Monti è nota, di qui l’attenzione dei postdemocristiani e dei postcomunisti del PD nostalgici del compromesso storico di memoria berlingueriana.

Ma, mi chiedo, i cattolici possono dar vita solo ad una nuova DC? Oppure possono contribuire a dare energia ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? La storia non si ripete mai allo stesso modo. I cattolici non hanno contribuito molto al nostro Risorgimento, non fornendo utili energie alle forze liberali. Nei primi anni del secolo XX hanno strumentalizzato il notabilato liberale per tentare di impossessarsi del potere ma si sono ritrovati il fascismo, con il quale sono scesi a patti. Grazie anche a quanto avevano acquisito accordandosi con il fascismo sono riusciti a dar vita, nella seconda metà del secolo scorso, al partito democratico cristiano che è stato egemone almeno sino al 1992. In questo ultimo ventennio i cattolici hanno rinunziato al partito unico pensando di poter influenzare, infiltrandosi, sia il centrodestra che il centrosinistra. Ora i cattolici sembrano insoddisfatti del ruolo che stanno svolgendo. Se i cattolici, correggendo l’errore del Risorgimento, si proponessero di offrire energie ad un soggetto riformatore di liberali e di democratici? Mario Monti potrebbe costituire la transizione verso una democrazia liberale?

Comunque, non dimentichiamoci che il tentativo di Mario Monti ha l’obiettivo di riagganciare l’Italia all’Unione europea, o meglio a renderla protagonista e non più solo spettatrice. L’obiettivo è ambizioso e, per noi italiani, è essenziale. Però un governo senza la presenza di politici sembra un governo “anticasta” che dovrebbe essere sostenuto dalla “casta”: lasciare che Monti mendichi la fiducia dal Parlamento non mi pare che sia una buona idea! Pertanto hanno ragione da vendere coloro che sostengono la necessità che i politici “mettano la loro faccia” in questa avventura.

Se il tentativo di Monti (e di Napolitano) dovesse fallire le elezioni anticipate (con il “porcellum”) diventerebbero obbligate e il “si salvi chi può” potrebbe concretizzarsi. (bl)


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6 novembre 2011

LIBERALISMO POLITICO E LIBERALISMO ECONOMICO

BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Con la pubblicazione di questo libretto esordisce una lodevole iniziativa del Corriere della Sera che vedrà nelle prossime settimane, ad un prezzo ridottissimo, la possibilità di avere a disposizione una serie di testi politici riguardanti la cultura liberale e democratica. Sturzo, De Gasperi, Gobetti, Croce, Salvemini, Bobbio sono solo i primi autori di preziosi libretti che i lettori del Corriere della Sera potranno acquistare con il quotidiano. Chi scrive ritiene lodevole l’iniziativa perché, parafrasando il titolo di un buon libro di Norberto Bobbio, la politica è cultura il che è da sottolineare in tempi così degradati.

Ad avviso di chi scrive anche aver dato inizio con la pubblicazione di questo libretto non è senza significato. Si parla della ripresa di una iniziativa autonoma dei cattolici in politica e di recente Benedetto XVI ha addossato al liberismo le cause della crisi finanziaria, economica e politica che coinvolge buona parte del mondo capitalistico. Sembra, perciò, che il cattolico impegnato in politica dovrebbe essere antiliberista ed anticapitalista. Invece questa iniziativa del Corriere della Sera indica ai cattolici un altro percorso: i cattolici possono essere anche liberali. In passato lo sono stati De Gasperi e Sturzo e lo stesso Luigi Einaudi, perché non potrebbero esserci dei cattolico-liberali oggi? Anzi i cattolici-liberali non potrebbero costituire l’energia determinante per il successo del laicismo riformatore e democratico nei confronti del populismo clerico-socialista e/o clerico-comunista che oggi sembrano trionfare? Si dirà che l’ostilità dei cattolici è solo per il liberismo e non per il liberalismo. Questa pubblicazione spiega che la contrapposizione tra liberismo e liberalismo è solo terminologica, per cui la simbiosi tra liberalismo politico e liberalismo economico è la regola: la libertà economica vive e muore con la libertà politica. E’ vero esiste il fenomeno della Cina ove una certa libertà economica sembra che viva nonostante il totalitarismo comunista. Ma, fino a quando durerà questa coabitazione?

Ma cos’è il liberismo? Scrive Croce: “Liberismo e comunismo sono due ordinamenti irrealizzabili e irrealizzati nella loro assolutezza…(e), come principi, sono illegittimi. Se ben si meditano, si riducono l’uno alla proposizione che ‘tutto è lecito’ e l’altro all’altra che ‘niente è lecito’.” Risponde Einaudi: “Se il liberismo del ‘tutto è lecito’ fosse pensabile in concreto, gli economisti dovrebbero constatare che la loro premessa astratta della piena concorrenza, pure conservando il proprio valore logico di strumento di ricerca, non troverebbe alcuna attuazione, anzi l’opposto, in un vivente ordinamento liberistico”. Ridurre il liberismo a “tutto è lecito” è costruire un “fantoccio polemico”, perciò è la simbiosi tra liberalismo politico e liberalismo economico quello che Einaudi evidenzia.

“Se si scava a fondo – ha scritto di recente Corrado Ocone – non si potrà non convenire sul fatto che il liberismo metaeconomico, cioè etico, di Einaudi era meno distante di quanto potesse a prima vista sembrare dal liberalismo metapolitico, cioè ancora etico, di Croce” Dario Antiseri afferma: “Il liberalismo di Croce è, tenendo conto delle obiezioni di Einaudi, un liberalismo incompiuto….Che cosa è mai una libertà predicata senza le condizioni per praticarla, anzi immersa in situazioni legali ed economiche che la sradicano fin dal suo sorgere?”. Perciò libertà economica e libertà politica non possono non convivere.

Un discepolo di Einaudi, Bruno Leoni, ha espresso, nel 1967, la seguente opinione sul libretto oggi segnalato: “La disputa …in parte è solo apparente, come quando è limitata a questione di parole…In parte, la disputa è ristretta a questioni di sfumature…tanto Croce quanto Einaudi…sono avversi a un radicale collettivismo e, su questo punto, nonostante qualche apparente contraddizione, entrambi sono estremamente decisi ed espliciti…Non si può negare che la disputa si svolge…sullo sfondo di convincimenti comuni. Croce ed Einaudi, infatti, sono figli del loro tempo, che, in politica economica e in Europa, è stato contrassegnato dal passaggio graduale dalla propugnazione della libertà di mercato a quella di un mercato sottoposto ad una serie di interventi.”

Concludo rilevando che questa pubblicazione non raccoglie tutti gli scritti che possono essere trovate nelle edizioni Ricciardi del 1957 e del 1988, ma è arricchita dalla introduzione di Sergio Romano il quale constata che “anche quando è limitata e vigilata, la libertà economica crea interessi, bisogni, curiosità e comportamenti che allargano progressivamente la sfera delle libertà individuali”. (bl)

INDICE: Prefazione di Sergio Romano – SCRITTI DI BENEDETTO CROCE: I. La religione della libertà; II. Le fedi religiose opposte; III. Principio, ideale, teoria; IV. Forze vitali e forze morali; V. Ancora di liberalismo, liberismo e statalismo – SCRITTI DI LUIGI EINAUDI: I. Liberismo e liberalismo ; II. Tema per gli storici dell’economia: dell’anacoretismo economico; III. Le premesse del ragionamento economico; IV. La terza via sta nei piani?


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6 novembre 2011

Libertà economica e libertà politica

“[…] Liberismo e comunismo sono due ordinamenti irrealizzabili e irrealizzati nella loro assolutezza…(e), come principi, sono illegittimi. Se ben si meditano, si riducono l’uno alla proposizione che ‘tutto è lecito’ e l’altro all’altra che ‘niente è lecito’.[…]

 

(Cfr. BENEDETTO CROCE “LE PREMESSE DEL RAGIONAMENTO ECONOMICO?” dalla Rivista di storia economica a. VI, n. 1 – marzo 1941 – in BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 126-127)

 

 

“[…] Se il liberismo del ‘tutto è lecito’ fosse pensabile in concreto, gli economisti dovrebbero constatare che la loro premessa astratta della piena concorrenza, pure conservando il proprio valore logico di strumento di ricerca, non troverebbe alcuna attuazione, anzi l’opposto, in un vivente ordinamento liberistico.[…]”

 

(Cfr. LUIGI EINAUDI “LE PREMESSE DEL RAGIONAMENTO ECONOMICO?” dalla Rivista di storia economica a. VI, n. 1 – marzo 1941 – in BENEDETTO CROCE E LUIGI EINAUDI “LIBERISMO E LIBERALISMO” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011, pag. 131)

 

 

[…] Se si scava a fondo non si potrà non convenire sul fatto che il liberismo metaeconomico, cioè etico, di Einaudi era meno distante di quanto potesse a prima vista sembrare dal liberalismo metapolitico, cioè ancora etico, di Croce.[…]”

 

(cfr. CORRADO OCONE “PROFILO DEL LIBERALISMO ITALIANO DEL NOVECENTO” in AA.VV. “LIBERALI D’ITALIA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pag. 11)

 

 

[…] Il liberalismo di Croce è, tenendo conto delle obiezioni di Einaudi, un liberalismo incompiuto….Che cosa è mai una libertà predicata senza le condizioni per praticarla, anzi immersa in situazioni legali ed economiche che la sradicano fin dal suo sorgere?[…]”

 

(cfr. DARIO ANTISERI “MA DAVVERO NON ESISTE UN CRITERIO PER DISTINGUERE I LIBERALI VERI DA QUELLI FALSI?” in AA.VV. “LIBERALI D’ITALIA” Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, pag. 50-51)

 

 

[…] La disputa …in parte è solo apparente, come quando è limitata a questione di parole…In parte, la disputa è ristretta a questioni di sfumature…tanto Croce quanto Einaudi…sono avversi a un radicale collettivismo e, su questo punto, nonostante qualche apparente contraddizione, entrambi sono estremamente decisi ed espliciti…Non si può negare che la disputa si svolge…sullo sfondo di convincimenti comuni. Croce ed Einaudi, infatti, sono figli del loro tempo, che, in politica economica e in Europa, è stato contrassegnato dal passaggio graduale dalla propugnazione della libertà di mercato a quella di un mercato sottoposto ad una serie di interventi. […]”

 

(Cfr. BRUNO LEONI “CONVERSAZIONE SU EINAUDI E  CROCE” già in Biblioteca della libertà 1967 ora in “IL PENSIERO POLITICO MODERNO E CONTEMPORANEO” Liberilibri Macerata 2008 pagg. 345-346)


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