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INTERCETTAZIONI E BUONSENSO

LA LIBERAZIONE DEL POVERO FIKRI SIA UNA BUONA OCCASIONE PER LIBERARCI DA UNA SIMILE PESTILENZA.

di CARLO NORDIO da “IL GAZZETTINO” del 8/12/2010

La vicenda dello sfortunato Mohamed Fikri, acchiappato nel traghetto che lo riportava in Marocco e tradotto in cella con la pesante accusa di omicidio, potrebbe collocarsi tra le tante storie della nostra bizzarria…Giustizia, connotata, come si sa, dallo straordinario paradosso di spedire in galera gli indagati prima del processo, quando sono presunti innocenti, salvo poi liberarli dopo la condanna, da colpevoli conclamati. Paradosso al quale i cittadini si sono peraltro assuefatti, considerandosi con ragione in precaria libertà provvisoria.

In realtà questa vicenda ci dice ben altro. Ci dice che lo strumento delle intercettazioni non è soltanto invasivo e costoso, ma è altresì ambiguo e fuorviante, ed ha provocato, e provoca, molti più danni che benefici. Che sia invasivo e costoso non è il caso di ripeterlo. Esso vulnera il principio della segretezza e della libertà delle conversazioni, garantito nientemeno che dall’art. 15 della nostra Costituzione: Per di più, esso grava con cifre stratosferiche sul miserrimo bilancio della Giustizia per decine di milioni di euro. Ma al di là dei pettegolezzi che ispira e dei denari che sperpera, questo sciagurato mezzo di indagine contiene un carattere intrinseco di ambiguità e, quindi, di incertezza investigativa, di inaffidabilità probatoria e di inconsistenza processuale.

Il carattere intrinseco di ambiguità è determinato da due fattori, la mancanza del “tono” con cui la frase è pronunziata, e la difficoltà della corretta trascrizione.

Sulla mancanza del tono è facile spiegarsi: anche i bambini sanno che ogni frase, dalla dichiarazione d’amore alla vituperevole bestemmia, ha significati diversi secondo la modulazione vocale: dubitativa, negativa, interrogativa o interlocutoria. Tutto questo nei brogliacci della polizia manca, e spesso è sostituito da un’intrusiva – e arbitraria – interpretazione del copista. Da magistrato con esperienza trentennale in Procura posso giurare di aver visto trascrizioni con l’aggiunta: “Imprecazione affermativa!”. Un delirio.

Anche la difficoltà della trascrizione è un problema. Ogni regione, provincia, città e contrada hanno il proprio lessico, con i relativi tranelli. Noi veneti lo sappiamo fin troppo bene. Nel mio amato dialetto trevigiano alcune locuzioni significano l’esatto contrario del linguaggio ufficiale. “Gò tolto un musetto per Nadàl” non vuol dire che ho buttato via il cotechino per svuotare il frigo in occasione delle feste. Vuol dire che l’ho comprato per il cenone. E ora immaginatevi una conversazione tra un mediatore di Tombolo e un pescatore di Chioggia, ascoltata da un maresciallo siciliano, romano, toscano o anche bellunese. Sarà un pasticcio. E quasi sempre lo è.

Queste difficoltà evidenti sono state aggravate in modo esponenziale dall’arrivo massiccio di extracomunitari di etnìe diverse e di culture complesse. Non c’è dunque da meravigliarsi che le innocenti frasi di Mohamed Fikri Alì siano state equivocate come una parziale ammissione di colpa. E’ invece da meravigliarsi che persista nel nostro codice un sistema, indegno di un paese civile, che fa delle intercettazioni uno strumento di prova, sufficiente a processare e magari ad incarcerare un individuo, invece di relegarle tra le spiate e le confidenze alla polizia, mali necessari, ma da tener lontane dal processo, e ancor di più dai giornali. L’unico auspicio che possiamo trarre da questa vicenda dolorosa, è dunque che la liberazione del povero Fikri sia una buona occasione per liberarci da una simile pestilenza.

Pubblicato il 11/12/2010 alle 11.40 nella rubrica Rassegna stampa.

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