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Lettera per l'Europa

Cari amici e cari compagni,

Immanuel Kant sosteneva che solo una federazione di stati liberi, ossia liberali, può fondare un diritto internazionale, condizione necessaria e non sufficiente per raggiungere la pace perpetua.

Diviene necessaria – scriveva Kant – una lega di particolare tipo, che si può chiamare lega della pace (foedus pacificum) e che va distinta dal patto di pace (pactum pacis), per il fatto che questo cerca di mettere semplicemente fine a una guerra, mentre invece quella cerca di mettere fine a tutte le guerre, e per sempre. Questa lega non ha lo scopo di far acquistare potenza a un qualche stato, ma mira solo alla conservazione e alla sicurezza della libertà di uno stato, per sé e, al tempo stesso, per gli altri stati confederati, senza che questi debbano sottomettersi … a leggi pubbliche e a una coazione sotto esse. Si può rappresentare l’attuabilità … di questa idea di federalismo che gradualmente si deve estendere a tutti gli stati, e condurre così alla pace perpetua: poiché se la fortuna portasse un popolo potente e illuminato a costituirsi in repubblica … si avrebbe in ciò un nucleo dell’unione federativa per gli altri stati, per unirsi ad essa e garantire così lo stato di pace fra gli stati, conformemente all’idea del diritto internazionale, estendendolo sempre più tramite altre unioni dello stesso tipo.”

In un libro di qualche anno fa pubblicato da Carocci (“DALLO STATO ALL’EUROPA) il prof. Mario Telò, tra l’altro insegnante di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, scriveva: “Lo Stato è la forma fondamentale della politica moderna, che nasce in Europa, e ha profonde radici nelle nazioni; se nella stessa Europa si crea il quadro costituzionale sopranazionale che consentirà di superare definitivamente la forma sovrana classica dello Stato in un contesto di integrazione regionale, allora, ancora una volta, l’Europa offrirà al mondo un’idea organizzativa della politica, come è accaduto in passato con la democrazia nelle ‘polis’ del mondo greco, con l’idea di Stato sovrano dal Cinquecento in poi”.

Non c’è oggi alcun grande problema che riguarda l’economia, la moneta, la difesa, lo sviluppo scientifico e tecnologico, la cultura, la fame nel mondo, la pace che possa essere affrontato con criteri e strumenti nazionali. Di qui la natura prettamente politica del progetto europeo.

Essenzialmente politici erano l’europeismo e il federalismo di Ernesto Rossi: solo partendo da una integrazione politica, si sarebbe potuto giungere alla istituzione di una Europa federale. La scelta di promuovere prima l’integrazione economica e l’iperallargamento, sembra dar ragione alla visione di Rossi. Ormai, tutti e 27 i paesi aderenti all’Unione Europea hanno ratificato, con grande difficoltà, il trattato di Lisbona. Inoltre sono stati nominati, con un metodo per nulla trasparente - degno di un conclave papalino -, uno scolorito (PPE) Presidente del Consiglio Europeo ed una sconosciuta baronessa (PSE) quale Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (per di più inglese, ossia un rappresentante di uno stato estraneo all’area Euro). Diciamolo: l’Europa intergoventativa è sempre più l’Europa delle Nazioni ed è sempre meno la Federazione Europea vagheggiata da Ernesto Rossi, Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni nel “Manifesto di Ventotene”.

Per contrastare questa deriva e riavviare un processo costituente per l’integrazione politica, occorrerà prendere delle iniziative. Perché non dare corso ad una campagna europea per la raccolta di almeno un milione di firme per una nuova Convenzione, avendo come obiettivo la modifica del testo del Trattato, così come previsto dallo stesso Trattato di Lisbona?

Si legge nel Manifesto di Ventotene – meglio, nel progetto di un manifesto per l’Europa libera ed unita – che “la civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere strumento altrui, ma un autonomo centro di vita….Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto”. Certamente non l’Europa delle nazioni alla quale noi oggi non ci rassegniamo di subire.

Si legge nel Manifesto: “Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”.

E’ anacronistico attardarsi sulla contrapposizione berlusconismo/antiberlusconismo mentre vi è la sfida innescata dalla mondializzazione. Illudersi di poter affrontare quella sfida solo con una ottica nazionale significa aver perso il contatto con la realtà che è ormai dominata da processi trasnazionali. Le migrazioni di popoli e culture sfidano “il principio secondo il quale l’uomo non deve essere strumento altrui, ma un autonomo centro di vita” per cui concezioni antiindividualiste sembrano più attrezzate ad affrontare i problemi contemporanei.

Il potenziamento della civiltà moderna rischia un altro arresto. Per questo occorre rilanciare il processo di un’Europa federale libera ed unita facendo acquisire ai cittadini la consapevolezza della necessità di sentirsi soprattutto europei. Questa identità europea ci potrà aiutare ad uscire anche dalla palude partitocratrica, sindacatocratica e burocratica in cui oggi, da italiani, ci dibattiamo. La democrazia liberale e federalista, è l’alternativa ad un sistema decrepito che rischia di offrire una risposta totalitaria alla presente crisi.

Concludendo: non sono entusiasta di questa Europa. Anzi. Questa Europa così com’è non mi piace. Ma non mi piace non perché c’è troppa Europa, ma perché ce n’è troppo poca. Per questo, non chiamatemi “euroscettico”.

Pubblicato il 2/10/2011 alle 16.46 nella rubrica Diario.

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