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LIBERALE E CATTOLICO

LUIGI STURZO “APPELLO AI LIBERI E FORTI” RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2011

Secondo Gaetano Salvemini Sturzo “discuteva e lasciava discutere su tutto, con una libertà di spirito, che raramente avevo trovato nei così detti liberi pensatori E aggiungerò - prosegue Salvemini - che è un liberale. Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre” Così si legge nel libro “Dai ricordi di un fuoriuscito 1922-1933” pubblicato nel 2002.

A 140 anni dalla nascita, a 92 anni dall’appello “ai liberi e forti”, a 65 anni dal rientri in Italia dopo un esilio di oltre vent’anni, a 52 anni dalla morte sono pochi quelli che conoscono don Luigi Sturzo, politico, sociologo e prete cattolico. Eppure era (ed è) una delle personalità più interessanti del XX secolo italiano.

Scrive Dario Antiseri, sul Corriere della sera di qualche giorno fa,: “È stata davvero una disgrazia per la storia del nostro Paese che l' insegnamento di don Sturzo sia stato avversato e calpestato da tutti gli statalisti annidati nei partiti che di volta in volta hanno governato l' Italia”

Infatti Sturzo così affermava nell’appello “Ai liberi e forti” del 1919: “Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i Comuni -, che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private”.

“Dall’esilio, Luigi Sturzo, non è mai completamente tornato.” Così scrive Gabriella Fanello Marcucci in un bel libro sulla vita e le battaglie del fondatore del Partito Popolare Italiano. “Rientrò, fisicamente, in Italia il 6 settembre 1946…ma i suoi scritti, il suo pensiero, il patrimonio culturale e politico che egli aveva costruito nei quasi ventidue anni di esilio non rientrarono con lui, non ebbero in Italia né cittadinanza né circolazione. Non per divieti, ma per noncuranza, per inconsapevolezza e talvolta anche per colposi silenzi. Le sue opere, pubblicate in opera omnia, non hanno avuto una diffusione adeguata e soprattutto sono state lette da pochissimi.”

Luigi Sturzo fu un deciso avversario della partitocrazia. “Il virus fascista era penetrato nelle ossa anche della fresca gioventù italiana del 1946…non c’era più il partito unico…oggi vi sono i partiti collegati…il partito è un potere non responsabile; non risponde nemmeno agli elettori che gli danno il voto, né ai sostenitori che gli danno i mezzi: un partito, per definizione, non ha mezzi propri. …E’ perciò che io, e con me gli italiani pensosi delle sorti del Paese, vogliamo riaffermato e rafforzato lo Stato di diritto in democrazia parlamentare, e non vogliamo affatto lo Stato della partitocrazia.” Così scriveva in un articolo pubblicato da Il Giornale d’Italia il 9 agosto 1955.

Lamentava, in un articolo pubblicato da “Il Mondo” di Pannunzio il 7 aprile 1951, la mancanza in Italia di un’alternativa alla Democrazia Cristiana che possa definirsi “con la formula inglese, opposizione di Sua Maestà; cioè una minoranza costituzionale che sia in posizione di alternarsi al potere con il partito (o coalizione di partiti) che nella legislazione in corso tiene la maggioranza.”

Oltre ad essere antistatalista, antipartitocratico, e simpatizzante per il sistema politico anglosassone, Sturzo era anche un meridionalista del livello di un Giustino Fortunato. “La questione meridionale è un problema dell’Italia intera”: così aveva affermato in un discorso tenuto a Napoli il 18 gennaio 1923.

L’aspetto più significativo del sacerdote cattolico siciliano era la sua convinzione della necessità di non confondere la fede religiosa con l’iniziativa politica. Disse al congresso costituente del Partito Popolare nel giugno del 1919 “E’ superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione.”

Perciò il cattolico può impegnarsi nella lotta politica senza essere clericale o democristiano. I cattolici, quindi, possono recuperare il tempo perduto fornendo energie nuove ai riformatori rinunciando a ostacolare il liberalismo, la modernità e a occupare il potere. (bl)

Indice: Prefazione di Marco Garzonio – Parte I. Le premesse di un impegno – Parte II. Il Partito Popolare – Parte III. Nell’Italia repubblicana – Note – Nota biografica – Nota bibliografica

Pubblicato il 24/11/2011 alle 16.14 nella rubrica Letture.

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