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Emilio Vesce

Da “per non mollare” N. 18 del 16 maggio 2001

Castelfranco Veneto 13 maggio 2001 - La famiglia ricorda che Emilio Vesce ci ha lasciato l’otto novembre scorso quando un infarto gli ha bruciato tutte le cellule del cervello. Non lo sapevo. Non sapevo quanto fosse stato devastante l’infarto. Per un po’ mi sono aggrappato alla flebile speranza che Emilio prima o poi sarebbe uscito dal coma. Era capitato così ad un amico che era in coma nello stesso periodo. Ho cercato di informarmi dello stato di salute di Emilio telefonando alla moglie, Gabriella. Quando ho capito che era una tortura per lei riferirmi dello stato stazionario di Emilio, ho preferito il silenzio. Ormai Emilio non c’era più. C’era un corpo cui non si poteva dare sepoltura.

Emilio per me è stato una specie di angelo custode. Ricordo che alla vigilia delle elezioni regionali del 2000 non avendo alcuna intenzione di candidarmi, fu proprio Emilio a convincermi. Tante candidature di servizio avevo prestato ai radicali e nel 2000 non ce la facevo proprio più. Vedevo dei cambiamenti che non mi piacevano per cui volevo tirarmi in disparte. Invece Emilio mi convinse di accettare la capolistura per la provincia di Treviso e la candidatura nel listino regionale subito dopo il candidato alla presidenza.

Emilio non era un radicale storico. Proveniva da Potere Operaio, era un marxista. Ma era uno che aveva fatto 5 anni, 5 mesi e 5 giorni di galera ingiustamente. Aveva avuto il coraggio di affrontare il processo al fianco dei propri compagni e non se ne era scappato come avrebbe potuto fare. Era diventato radicale perché credeva nella giustizia e si augurava che dalla sua dolorosa vicenda potesse derivarne un insegnamento: nessuna pena senza delitto. Non posso non pensare che la detenzione gli ha accorciato la vita.

Il recentissimo doloroso calvario dei suoi familiari è servito ad attirare l’attenzione su quell’altra tragedia che si verifica in quei casi in cui i giudici escludono che nei trattamenti operati su di un corpo con il cervello ormai distrutto vi sia accanimento terapeutico. Nel caso di Emilio non si sarebbe trattato di eutanasia anche se non si sarebbe trattato neanche di porre fine ad un accanimento terapeutico. Era un caso limite che, a detta di molti, non è poi così raro. E’ indispensabile fare qualcosa. Ma perché lasciare questo onere soltanto a Marco Pannella, compagno di molte battaglie di Emilio? (bl)

Pubblicato il 9/1/2006 alle 22.0 nella rubrica Ricordo.

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